Benetton e Electrolux, esuberi e licenziamenti: Nord Est in ginocchio

Taglio dell'organico per il colosso svedese degli elettrodomestici e la casa di abbigliamento italiana. A pesare sono il crollo dei consumi in Italia e la forte tassazione. Ecco la crisi che la politica non racconta

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Taglio dell'organico per il colosso svedese degli elettrodomestici e la casa di abbigliamento italiana. A pesare sono il crollo dei consumi in Italia e la forte tassazione. Ecco la crisi che la politica non racconta

Quello che un tempo era il “mitico” Nord Est è oggi una realtà semi-travolta dalla crisi economica dell’Italia e dell’Europa. Lo confermano anche le due pessime notizie sul fronte industriale, con Benetton ed Electrolux che hanno presentato piani di riduzione dei rispettivi organici.

 

Esuberi Electrolux: a rischio 4 stabilimenti

Partiamo da quest’ultimo. Il colosso svedese degli elettrodomestici ha annunciato un piano di esuberi di 1.129 dipendenti, di cui 295 nello stabilimento di Porcia (Pordenone), 373 in Susegana (Treviso), 200 a Forlì e 261 a Solaro (Milano). Oltre la metà degli esuberi era stata individuata già con il piano di ristrutturazione del 2012, quando furono comunicate 597 unità lavorative in eccesso. Tuttavia, i sindacati hanno parzialmente cercato di rassicurare i lavoratori, spiegando come non sia intenzione dell’azienda licenziare. Al momento, l’ipotesi più plausibile è quella di applicare i contratti di solidarietà, ossia limitando a tutti i dipendenti 6 ore di lavoro al giorno, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. Il 2012 per Electrolux si è chiuso con un aumento delle vendite del 5,5% e con un’accelerazione al 7,5% dell’ultimo trimestre, grazie agli ottimi risultati ottenuti in America Latina e in Nord America, oltre che in Asia e nei mercati emergenti. Ma hanno pesato molto negativamente i risultati pessimi dell’Europa, dove di è registrato un tonfo dei consumi.  

Crisi Benetton: 450 licenziamenti in vista benetton crisi

L’altro caso riguarda Benetton. Qui, la mazzata è ben più grave del previsto, perché se nei giorni scorsi era circolata voce di un centinaio di esuberi, adesso Ponzano Veneto ha ufficializzato il piano di trasformazione aziendale con 450 licenziamenti in vista, a cui si aggiunge la rescissione dei contratti con 135 laboratori terzisti, con base soprattutto in Veneto. E 228 esuberi riguardano le sole sedi di Ponzano Veneto e Castrette di Villorba. I tagli riguarderanno un centinaio di addetti allo sviluppo del prodotto, mentre il resto spetterà ai tecnici e agli impiegati. A fronte di tali tagli alle forniture, la società ha annunciato che saranno affidate commesse anche a operatori internazionali. A poco è valsa la comunicazione che il gruppo del casual è pronto ad assumere 280 nuovi addetti presso la rete vendita di tutta Italia.

E’ evidente come ciò non sia in grado di compensare i numeri dei tagli e la loro concentrazione in una porzione piccola del territorio nazionale. Anche nel caso di Benetton hanno inciso negativamente le difficoltà riscontrate dalle vendite in Italia e Spagna, Paesi che fanno insieme il grosso del suo fatturato. Allarmato il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, che si dice preoccupato per la possibile perdita di know-how e design italiani.  

Crisi industria: il crollo dei consumi e la tassazione faranno dell’Italia una terra bruciata

In ogni caso, si tratta di due casi aziendali che mostrano senza ombra di dubbio la riduzione dei livelli produttivi in Italia e il tentativo anche dei marchi nazionali più legati all’italianità di fuggire all’estero, per sottrarsi alla tagliola di tasse e di crisi che sta travolgendo giorno dopo giorno l’Italia. Già nel 2012 era arrivato uno smacco clamoroso da Ponzano Veneto al sistema Italia, quando i quattro fratelli avevano lanciato un’Opa sulle restanti azioni, finalizzata al delisting, ossia a cancellare il titolo da Piazza Affari. Un atto di sfiducia verso il nostro Paese, si disse allora, con i Benetton che si giustificarono adducendone ragioni di rapidità decisionale e lamentando come la borsa di Milano non sia più in grado di valorizzare i titoli sulla base dei fondamentali. Finanza e produzione, quindi, sono legate da un indissolubile destino comune. E ammalatasi gravemente la prima, anche la seconda sta ormai davvero male.

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