18° Congresso del Partito Comunista Cinese: il via a una fase di transizione

Il modello economico necessita di un restyling. L’Occidente guarda con interesse e fa il tifo per la corrente “liberal”

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Il modello economico necessita di un restyling. L’Occidente guarda con interesse e fa il tifo per la corrente “liberal”
Congresso Pcc

Il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di leader, la divisione tra statalisti e ‘liberali’, il nodo del rallentamento dell’economia frenata dalla crisi europea, la lotta alla corruzione dei dirigenti. Sono alcuni dei punti caldi su cui dovranno confrontarsi gli oltre duemila delegati riuniti a Pechino per il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC). Anche se storicamente la grande riunione che si tiene ogni cinque anni nella sede dell’Assemblea del Popolo viene utilizzata dal Partito per certificare decisioni già prese dai vertici. Il segretario Hu Jintao segnerà il passo e lascerà la guida nelle mani di Xi Jinping, che assumerà il ruolo di Presidente della Repubblica Popolare nel 2013.

LE “CORRENTI”

Abituati a descrivere il PCC come una sorta di blocco unito e compatto, sorprendono le divisioni che si sono evidenziate nel corso

Xi Jimping

degli ultimi mesi. Il Partito ha faticato a gestire la grana Bo Xilai, potene leader della regione Chongquing, una delle più popolate della Cina. Xilai è stato espulso dal PCC e sarà presto giudicato dai tribunali popolari, accusato di corruzione e di uno scandalo sessuale che richiama l’italico Bunga –Bunga. La vicenda che ha visto uscire di scena lui e la moglie (già condannata per omicidio) è sintomatica della frammentazione interna. Xilai era stato etichettato come il “nuovo Mao”, carismatico e molto popolare nell’ala sinistra del partito. A contrapporsi ai ‘nostalgici’ ecco la corrente di Shanghai, ispirata dall’attuale presidente Jang Ziemin, il grande (e anziano) burattinaio del Partito. Nell’immaginario collettivo la seconda città della Cina è anche uno dei simboli della corruzione che sta devastando l’immagine della dirigenza agli occhi dell’opinione pubblica.

Gli ultimi scandali hanno rivelato al mondo l’esistenza dell’impero economico direttamente riconducibile alla famiglia di Xi Jinping, il leader designato. Storie che aumentano le voci di dissenso che si levano nei confronti dell’establishment. “Se non affrontiamo il problema della corruzione – ha detto Hu Jintao  aprendo i lavori del Congresso – essa potrebbe provocare una crisi del Partito e anche un crollo dello Stato. La riforma della struttura politica è una parte importante delle riforme generali e dobbiamo prendere iniziative positive e prudenti in questa direzione”.

Jang Ziemin

UN NUOVO MODELLO ECONOMICO?

Una crescita del Prodotto Interno Lordo superiore al 7 per cento sarebbe accolta come un trionfo in tutti gli angoli del globo, ma non in una Cina abituata da anni alla doppia cifra. Pesa su Pechino la crisi economica che continua a imperversare sull’Europa e la fatica degli Stati Uniti a riprendere il discorso interrotto nel 2008. L’attuale modello economico è stato recentemente criticato dal premier Wen Jiabao che ha parlato di “sviluppo instabile e squilibrato”, ma non sarà lui a condurre il Pcc nel prossimo futuro.  Il Paese si sta inoltre trasformando dall’interno. Se ancora non si può definire una società industriale compiuta, i lavoratori prendono sempre più coscienza dei propri diritti. Aumentano dunque i salari e i costi di produzione, tanto che     un sempre maggior numero di aziende cinesi sta puntando sulla delocalizzazione, spostando i propri stabilimenti al di fuori dei confini dello Stato, dove la manodopera ha un costo più basso.  Il Paese sembra giunto a un bivio: continuare sul modello economico statalista oppure aprire alle imprese private? La differenza è sostanziale. Allentare la morsa del monopolio statale sarebbe un passo enorme per Pechino. Secondo quanto sostiene il quotidiano tedesco Der Spiegel alcuni leader cinesi di nuova generazione guardano con ammirazione alla Germania, l’unico Paese europeo ad avere indicatori economici positivi nonostante la crisi del Vecchio Continente.

Se gli statalisti hanno paura “dell’influenza occidentale”, i progressisti aprono al “modello tedesco”. Sostenitore di questa visione è Wang Yang, numero uno del Partito nella provincia del Guangodong, sulla costa meridionale del Paese. Visto come fumo negli occhi da parte dell’establishment perchè schierato a sostegno dei lavoratori, Yang è uno dei principali esponenti della corrente “liberal” del Pcc, guardata con simpatia dall’Occidente, il cui futuro dipende dalle strategie economiche di Pechino.

UNA FASE DI TRANSIZIONE

Ma secondo le previsioni degli analisti internazionali i tempi non sono ancora maturi. Il Congresso dovrebbe certificare il dominio per i prossimi cinque anni degli uomini dell’anziano Jang Ziemin. L’unico elemento di novità potrebbe essere rappresentato dalla definitiva uscita di scena dallo Statuto del pensiero di Mao. Se in Cina sembra aprirsi un periodo di transizione dal punto di vista economico, a livello sociale la situazione rimane critica. La corruzione è sempre meno tollerata in un Paese dove gli squilibri sono sempre più evidenti e il percorso intrapreso sui diritti civili è allo stato embrionale. Aprirsi al mondo come sostengono i “liberal” mal si concilia con quello che resta comunque un regime.

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