video storico sulla psichiatria .... | Pagina 6

Discussione in 'Life is good Cafè' iniziata da tontolina, 23 Marzo 2014.

    30 Novembre 2018
  1. tontolina

    tontolina New Member

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    Troppi farmaci, muore a 24 anni in Psichiatria: due medici indagati
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    di Marco Aldighieri
    Troppi farmaci, muore a 24 anni in Psichiatria: due medici indagati

    PADOVA - A stroncarlo, a soli 24 anni, non è stata la malattia, ma un probabile avvelenamento da farmaci. Nel reparto di Psichiatria dell'ospedale di Camposampiero due medici, con l'obiettivo di tenerlo calmo, lo avrebbero imbottito di neurolettici tanto da provocarne una fibrillazione ventricolare e il conseguente arresto cardiorespitarorio. Così è morto, il 17 gennaio di tre anni fa, Nicola Sansonne la cui unica colpa era quella di soffrire di depressione dall'età di 14 anni. E il giorno del suo decesso, il padre non è stato nemmeno avvisato. Si era recato al reparto per andarlo a trovare, quando un infermiere lo ha avvicinato annunciandogli la morte del suo unico figlio. Tra la rabbia e il dolore, il genitore ha presentato una denuncia ai carabinieri e ora si sono chiuse le indagini attorno ai due camici bianchi accusati di omicidio colposo.
     
  2. 10 Marzo 2019
  3. tontolina

    tontolina New Member

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    IL MALE OSCURO . Ketamina per la depressione
    Maurizio Blondet 9 Marzo 2019 - dì Roberto PECCHIOLI

    La sanità statunitense ha dato il via libera all’uso dell’esketamina, un nuovo farmaco antidepressivo ad azione rapida destinato per ora ai soggetti che non rispondono a nessun trattamento. Il mondo sanitario afferma che l’uscita del prodotto della Janssen Pharmaceutica, del gruppo Johnson & Johnson, è la migliore notizia per chi soffre di depressione da oltre trent’anni, quando si diffuse il Prozac. Le polemiche e le perplessità non mancano. L’esketamina è infatti un derivato della ketamina, il potente anestetico largamente usato in medicina, consumato anche come droga “ricreativa”. Lo stupore coglie noi profani già all’uso del termine ricreativo riferito a droghe, ma basta un rapido giro su Internet per leggere la descrizione della ketamina come farmaco anestetico e, proprio così, “sostanza ricreativa dagli effetti dissociativi “, in grado di produrre “allucinazioni interne, ingresso in un’altra realtà, dimensione transpersonale di coscienza”.

    Da oggi, la ketamina diventa la nuova frontiera, il preparato in grado di sostituire e superare il Prozac e gli altri farmaci chimici contro “il male oscuro”. Chi scrive ha vissuto nella propria famiglia il dramma della depressione, il buio che si impadronisce della vita di esseri umani, devastandone l’esistenza insieme con quella di chi li ama. Speriamo con tutto il cuore che la ricerca sia pervenuta a una svolta e tante sofferenze siano lenite. Non possiamo però esimerci da alcune considerazioni. La prima riguarda i rischi della terapia, che non sembrano trascurabili, l’altra è una riflessione generale sulla depressione, malattia sociale, morbo dell’anima di questa nostra fragilissima modernità.


    IL MALE OSCURO . Ketamina per la depressione - Blondet & Friends


    insomma sembra abbia gli stessi effetti collaterali dell "ACIDO LISERGICO"
     
  4. 11 Dicembre 2019
  5. tontolina

    tontolina New Member

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    Pietro Bisanti: il pericolo in pillole
     
  6. 30 Dicembre 2019
  7. tontolina

    tontolina New Member

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    .
    Gli psichiatri NON si smentiscono mai
    la dittatura se non può trovare un problema legale si affida alla prepotenza psichiatrica con veri abusi di autorità
     
  8. 30 Dicembre 2019
  9. tontolina

    tontolina New Member

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  10. 27 Gennaio 2020
  11. tontolina

    tontolina New Member

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    più leggo di psichiatri, più capisco che sono la feccia della classe medica
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    Misteri Nel Web
    23 gennaio alle ore 15:12 ·
    SE SIETE PERSONE SENSIBILI, FERMATEVI QUI⛔
    MANICOMIO PEDIATRICO DI VILLA AZZURRA:
    "LA MIA INFANZIA A TRE ANNI LEGATO AL TERMOSIFONE"


    La storia di Angelo, rinchiuso in manicomio, a Villa Azzurra, Torino, quando aveva tre anni, è una delle otto raccolte da Alberto Gaino nel suo libro Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione. Nove anni di violenza, punizioni spietate, disumanizzazione e rabbia: la sua testimonianza
    «Io mi dicevo: se vedo i merli dalle finestre, vuol dire che sto bene e a posto con la testa, se invece il cervello era tutto confuso, dipendeva dai giorni, era per i farmaci che mi davano». Angelo è un sopravvissuto. Uno di quei bambini che hanno passato l’infanzia in un manicomio.

    La sua è una delle otto storie raccolte da Alberto Gaino nel suo libro Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione, in uscita mercoledì 25 gennaio per la collana le Staffette, edizioni Gruppo Abele.
    L’autore, che dal 1981 è stato cronista prima per Stampa Sera, poi per La Stampa, ha ripercorso la cronaca giudiziaria degli anni ’60 e ’70, quelli in cui i manicomi (oggi chiusi grazie alla legge Basaglia del 1978), in particolare quelli della provincia di Torino, erano delle vere e proprie «discariche di relitti e persone rotte, dove la disumanizzazione era all’ordine del giorno».

    Bambini e bambine, a volte abbandonati, a volte considerati «monelli», «pericolosi a sé e agli altri», venivano lasciati marcire dietro quei muri, legati mani e piedi per giorni o in balia del gelo invernale. Gaino ha riaperto le cartelle cliniche di quei vecchi istituti. «L’ospedale psichiatrico – spiega – è stato nei suoi centocinquant’anni di vita un’immensa discarica umana in cui sono state rovesciate, come rifiuti organici, generazioni di uomini e donne, e bambini, tutti vulnerabili».

    Angelo aveva tre anni quando un’assistente sociale lo portò a Villa Azzurra, «che di quel colore non aveva proprio nulla. Ci finii perché quella buona donna di mia mamma mi aveva avuto da un uomo che della paternità se ne infischiò allegramente, non l’ho mai incontrato. Lei era giovane e sola, e lavorava come operaia in una maglieria.

    […] Finii nel manicomio per i più piccoli. Giusto per avere un letto e un piatto di minestra. Ovviamente questi sono pensieri che ho avuto dopo. A quell’età, di male potevo avere fregato solo i ciucci all’asilo. Poi, a Villa Azzurra, che era una caserma con le suore che punivano per ogni nonnulla, diventai oppositivo, come dicevano tutti. Ricordo che mi punivano e io scappavo per le grondaie sul tetto, mi nascondevo nei tombini, mi rifugiavo nella camera mortuaria in fondo all’Ospedale psichiatrico di Grugliasco.

    Mia madre mi ha chiamato Angelo e so bene che non lo sono mai stato, un angelo. Però, di fronte alla paura, non ho mai pensato di provare a fare pena. Ho sempre reagito alla paura con la rabbia, la protesta. Era la mia natura. E, come ho già detto, mi hanno definito un oppositivo. E, per la verità, molto altro. Ero curioso e la notte mi alzavo, uscivo scalzo dalla camerata, mi attirava la luce accesa nella stanza in fondo, dove stavano gli infermieri. Una volta vidi un’infermiera che faceva la festa a un infermiere, lo dissi alla suora e lei mi punì.

    Cominciai a essere legato al letto, o al termosifone, che avevo quattro anni. Così diventai un ribelle. Non scappavo soltanto. Rispondevo alzando anch’io la voce. Era arrivato Coda, lo psichiatra elettricista. Mi ha dato la scossa cinquantadue volte. Non mi ricordavo quant’erano state. Ho rubato la mia cartella clinica e là c’è scritto che Coda mi fece mettere la gommetta fra i denti e i due tappi alle tempie tutte quelle volte. A dire il vero, e questo me lo ricordo senza consultare le carte, secondo come gli girava, l’elettricità me la dava ai genitali, alla colonna vertebrale, ai reni, oltre che alla testa. Diceva alla suora: «Si è fatto la pipì addosso? Sì? Insegniamogli a non farla più». Oppure bastava che lo avessi guardato storto. E mi faceva schiattare dalla paura, prima, ma cercavo di non darlo a vedere. Cercavo.

    Una volta partita l’elettricità nel mio corpo, non capivo più niente e svenivo. Saranno stati secondi, ma era come per quei bambini, fra di noi, che avevano le convulsioni. Partivi come un frullatore. Solo che eri tu, una persona. Non una macchina. Ho letto quello che ha detto un altro ricoverato cui avevano fatto l’elettroshock, a proposito dei movimenti del suo corpo: «Li senti come se fossero gli ultimi della tua vita». Io sono vivo, sono stato male, anche malissimo, più di una volta, ma non so, non lo so ancora cosa si prova quando si sta per morire. Ma sono d’accordo con questa descrizione. Era… mi sembrava che fosse come morire. Sono andato a leggermi cosa scrisse Coda: «Il medico che si commuove crea la piaga purulenta».

    Tutte quelle volte. Mi abituai persino all’elettroshock, nel senso che nemmeno domandavo più perché continuassero a punirmi in quel modo. E quando mi svegliavo, ore dopo, se andava bene mi trovavo nel mio letto sul materasso, se no sulla rete: avevano tolto il materasso perché non si lordasse. In ogni caso io ero legato. Ricordo che prima di svenire me la facevo regolarmente addosso. Me ne accorgevo al risveglio. Sporco com’ero rimanevo così per ore, a volte anche per giorni, una volta per quattro giorni, e mi sporcavo ancora di più. Al centro della rete c’era il cuculo. Ce l’avete presente il film Qualcuno volò sul nido del cuculo? Noi chiamavano cuculo il buco che veniva fatto in mezzo alla rete perché non ci sporcassimo. Ma c’erano le volte che non si poteva evitare di sporcarci. Dipendeva da come ti legavano. Se nella fretta ti legavano tutto storto non c’era niente da fare: te la facevi addosso. E restavi così.

    Passavano gli infermieri, mi dicevano: «Poi ti cambio». Oppure: «Hai fame? Dopo te ne do». Magari passava una giornata intera. Semplicemente si dimenticavano di me. Avevo cinque, sei, sette anni. Ho vissuto la mia infanzia in quella maniera.

    Ricordo abusi e adusi di Villa Azzurra. Gli abusi ce li ho stampati nel cervello più di tutto il resto. C’era l’infermiere che si prendeva e si portava, dove solo lui sapeva, le bambine più sviluppate. Che avevano tredici anni, ma anche undici. La suora caporeparto, quella che andava tanto d’accordo con Coda, lo copriva. Ce ne furono una o due, di quelle bambine, che erano diventate grosse, la suora ci diceva: «Mangiano tanto, troppe caramelle». Quali caramelle? Non ne vedevamo mai. Poi, quell’una o due bambine non le abbiamo più viste. Ho capito e saputo dopo anni che l’infermiere le aveva messe incinte. […] Ricordo che sotto la palazzina dove dormivano le suore c’era la sala chirurgica e che ci portavano dei malati che non tornavano.

    Mi ricordo di bambini e bambine che hanno portato là e non sono tornati da noi. I più grandi di noi dicevano che ci facevano esperimenti in quella sala chirurgica. Faceva paura quando portavano via qualcuno.

    Sono passati cinquant’anni e sono convinto che facessero esperimenti su di noi. Esperimenti di farmaci che ci intontivano: io mi dicevo se vedo i merli dalle finestre vuol dire che sto bene e a posto con la testa, se invece il cervello era tutto confuso, dipendeva dai giorni, era per i farmaci che mi davano. E poi c’erano esperimenti ancora più strani come l’elettroshock sui bambini epilettici. Su quelli come me, lo ripeto, avevano solo un obiettivo punitivo: almeno questo mi era chiaro. Nel resto della mia vita mi sono reso conto di tante cose che mi hanno fatto là dentro, cose che mi pesano nella testa e sullo stomaco. E mi hanno avvelenato di rabbia il sangue. Tipo il contenermi per qualsiasi cosa. Neanche i cani alla catena diventano buoni. Io non sono diventato buono.

    L’unica cosa positiva che aveva la contenzione era evitare che i bambini epilettici, quando avevano le loro crisi, sbattessero la testa contro le sbarre del letto. Ma ho anche capito che i bambini epilettici non dovevano trovarsi là.

    […] Sono stato più di nove anni a Villa Azzurra, che a chiamarla così, adesso che ci ripenso, era proprio uno scherzo a noi bambini. Ricordo che non c’erano giocattoli, li ho visti poi nelle vetrine quando sono andato fuori, ma allora ero già grande per la mia età e non ci avevo più testa per i giocattoli. In quel posto l’unico gioco che abbiamo mai fatto era con la Marisa, la maestra che ci faceva fare un po’ di ginnastica: lei portava il pallone e noi maschi ci correvamo dietro. C’era anche un’altra maestra a tempo, che ogni tanto ci portava i dolcetti, ci sembrava chissà cosa. Non ho più rivisto nessuno dei bambini di Villa Azzurra. Se non Oscar. Quando lo rividi era diventato un tossico. Fu lui a dirmi di Flash, morto di droga. Come altri di Villa Azzurra. Come lo stesso Oscar più tardi. […]

    Sono sopravvissuto a quel tempo perché – dopo quasi dieci anni di Villa Azzurra, un undicesimo in un reparto per adulti e un periodo di educazione morale sulla nave scuola Garaventa – fui preso in comunità da Paolo Henry che si dava un gran da fare a portare via dal manicomio le persone. Ma, per quanto in comunità fosse diverso, scappai lontano appena mi fu possibile, oltreconfine. Non tornai se non dopo parecchi anni, ormai dimenticato, persino dato per morto. Avevo quindici anni quando decisi di lasciarmi alle spalle la vita che mi era stata donata.

    […] Avevo capito, crescendo là dentro, che la salvezza era correre via lontano. Un giorno Paolo Henry mi diede un bel po’ di soldi per le commissioni, li misi in tasca e uscii, non mi ricordo assolutamente quanti erano, ma ci presi un treno e andai all’estero. Girovagai un po’ di qua, un po’ di là tirando a campare. Il giro per l’Europa mi doveva ripagare di tutta un’infanzia chiusa fra camerate e refettori che sapevano sempre di rancido o di disinfettante, a ore alterne. E mi portò alla meta dell’avventura che non avevo osato nemmeno sognare ma che, durante lo zigzagare per mesi, divenne pura necessità: Aubagne, nel sud della Francia, quartier generale della Legione Straniera, rifugio di peccatori e promessa di emozioni forti. Per l’età che avevo non avrei potuto arruolarmi. Mi aggiustai con i documenti. E mi presero.

    Ho indossato quella divisa per sei anni e poi ho passato altri otto mesi in ospedale, come conseguenza. […] A parte la lezione di vita, mi diedero la liquidazione, erano un sacco di soldi per i miei gusti, mi sentivo quasi benestante e girai l’Europa a spenderli. […] Tornai in Italia quindici anni dopo la fuga dalla comunità: avevo esaurito le riserve auree. Infine, sono tornato a Torino».

    Angelo ha lavorato finché un grave infortunio non l’ha messo da parte. Non si è arreso, e dice: «Qualche carenza ce l’ho anch’io, ma non sono un paziente psichiatrico. Navigo con il computer, leggo, se posso dare una mano a qualcuno che ha bisogno lo faccio volentieri». […] Anima blues: «Vado per la mia strada. Sono solo e creperò solo. Non so se invecchiando o improvvisamente».
    Mr White

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  12. 2 Febbraio 2020
  13. tontolina

    tontolina New Member

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    Anziani maltrattati e legati a letto all'Eur: indagate due psichiatre
    Roma > News
    Domenica 2 Febbraio 2020 di Adelaide Pierucci
    La badante bulgara fa vivere tra gli stenti una coppia di anziani, ma finiscono sotto inchiesta pure due psichiatre della Asl.
    Se l'assistente, spalleggiata dal compagno e con lui arrestata, ha avuto la colpa di umiliare e abbandonare i due assistiti, la responsabilità delle due psichiatre, per la procura, consisterebbe nel non averlo impedito. Da qui l'accusa per le professioniste, appena iscritte nel registro degli indagati, di concorso nel reato di maltrattamenti. Un caso scoperto nei giorni scorsi all'Eur Montagnola grazie alla segnalazione di un vicino, ormai preoccupato dai continui lamenti della coppia.

    Per accertare il motivo di tanto disagio ai carabinieri è bastato entrare nell'appartamento dei due anziani.
    Si è scoperto così che la padrona di casa era relegata in camera da letto, sotto chiave.
    Mentre al marito, come lei denutrito, disidratato, malandato, e col viso segnato dalle botte, veniva talvolta concesso di vagare anche nelle altre stanze.
    La coppia, lei sessantottenne, e lui sessantenne, con problemi di schizofrenia e da tempo in cura presso il Centro di Salute Mentale di Ostia, erano infatti costretti da settimane a subire i maltrattamenti e le umiliazioni della badante, di nazionalità bulgara, e del compagno, un cittadino romeno, tutti e due quarantenni.
    Gli anziani sono stati ricoverati d'urgenza al Sant'Eugenio, mentre per i due assistenti la procura ha fatto scattare l'arresto con l'accusa di maltrattamenti. Col blitz, però, è stato scoperto che i due badanti maldestri erano stati inviati nell'abitazione, in via Salvatore di Giacomo, tramite una Onlus allertata proprio dalle due psichiatre della Asl. Le due professioniste, accertata la difficoltà organizzativa dei due pazienti, si erano rivolte al tribunale per chiedere un amministratore di sostegno e in attesa della nomina avevano appunto inviato la badante, senza però, probabilmente prendersi cura di verificarne l'affidabilità.

    I due stranieri, infatti, dopo essersi trasferiti nell'abitazione degli assistiti, si erano alleggeriti di tutto il lavoro da svolgere. Nessuna cura e poco cibo per la coppia, in compenso umiliata e schiaffeggiata. Il loro unico interesse era stato quello di impossessati della casa, riservandosi una stanza e una dispensa sempre piena. Durante la visita medica all'uomo sono state riscontrate piaghe da decubito e lividi sul viso. A breve, così, anche le due psichiatre dovranno fornire al pm Maria Gabriella Fazi delle spiegazioni sulle eventuali omissioni nei controlli.
     

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