Thread di discussione su questioni politiche (1 Viewer)

Ignatius

sfumature di grigio
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dovresti aprirne anche uno da moderatore: si fanno cose fantastiche con un account che ha i super poteri.
So che su Twitter i moderatori esistono! Una volta ho segnalato un tizio che scriveva cose brutte sui negri, e qualche giorno dopo gli hanno cancellato il tweet.
Però il signor "@andrea10179859" è ancòra attivo: dai suoi ultimi tweet emerge che non si occupa solo di politica ("onore al Duce"), bensì anche di temi culinari, perché scrive "Voi siete golosoni di uccelli neri".
 

ConteRosso

mod sanguinario
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So che su Twitter i moderatori esistono! Una volta ho segnalato un tizio che scriveva cose brutte sui negri, e qualche giorno dopo gli hanno cancellato il tweet.
Però il signor "@andrea10179859" è ancòra attivo: dai suoi ultimi tweet emerge che non si occupa solo di politica ("onore al Duce"), bensì anche di temi culinari, perché scrive "Voi siete golosoni di uccelli neri".
:D
 

popov

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Ad Sextum Lapidem
S.

di Marco Travaglio | 22 giugno 2018

Mentre il premier Giuseppe Conte ottiene il primo successo internazionale, incassando dalla Merkel la retromarcia di Berlino e Parigi sulla bozza d’accordo Ue che ancora una volta penalizzava l’Italia sui migranti, il vicepremier Matteo S. s’incarica puntualmente di oscurarlo con la sua sparata quotidiana a costo zero e a danno mille (per l’Italia e alla lunga anche per lui). Stavolta ce l’ha con Roberto Saviano, che si è permesso di criticarlo: “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”.

La tentazione ormai è quella di ignorare tutto ciò che esce dalla bocca del cosiddetto ministro dell’Interno, che muore dalla voglia di dominare ogni santo giorno le aperture di tg e giornali. E di concentrarci sui fatti e gli atti concreti, finora pochini (almeno da parte sua). Presto inaugureremo la rubrichetta “Il Cazzaro Verde”, per riportare le sue quotidiane scemenze e incontinenze alle dimensioni che meritano: 10 righe. Il che non vuol dire mettergli il silenziatore sulle questioni di sostanza. Per esempio, l’annunciato e poi ritirato censimento etnico sui Rom: è vero che non porterebbe ad alcun risultato pratico neppure se si facesse (i Rom sono un po’ italiani, un po’ romeni, un po’ slavi, dunque comunitari, ergo nemmeno uno – anche volendo – può essere espulso), ma solo a evocarlo già produce nuovo razzismo a buon mercato nella nostra società avvelenata.

Queste sono le critiche da muovere a Salvini: non gridare ogni giorno al fascismo, magari senza riconoscere i risultati ottenuti dal governo (come lo storico precedente di un posto non italiano, ma spagnolo, che accoglie migranti dalla nave di un’Ong). Idem per la polemica sulla scorta di Saviano, che non è la solita flatulenza uscita dal buco sbagliato: è una questione di sostanza che ci portiamo dietro dai tempi di Giovanni Falcone, quando alcuni signorini molto perbenino del suo quartiere nel centro di Palermo si misero a strillare perché, signora mia, tutte quelle sirene li innervosivano. Qualche tempo dopo, forse per non disturbare altri sensibilissimi cittadini, forse per ragioni più inconfessabili, il prefetto e il questore pensarono bene di non vietare i parcheggi in via D’Amelio, dove abitava l’anziana madre di Paolo Borsellino. Col risultato di agevolare il lavoro dei killer mafiosi, che poterono posteggiarvi indisturbati la Fiat 126 imbottita di tritolo e farla esplodere al suo arrivo il 19 luglio 1992. Sulle scorte non si scherza.

Saviano non è l’oracolo di Delfi (nessuno lo è) e si può tranquillamente dissentire da lui, come ogni tanto amichevolmente facciamo anche noi. Sui migranti criticò la linea dura di Minniti e ora critica la linea durissima di S.: tutto gli si può dire, tranne che non sia coerente o agisca per conto terzi. Ai tempi del governo Renzi, criticò i silenzi del presunto rottamatore sulle mafie e chiese le dimissioni della Boschi per i conflitti d’interessi su Etruria, beccandosi gli insulti dei rottweiler pidini (Rondolino lo paragonò sull’Unità a un “mafiosetto di quartiere” nel silenzio di tutti, compreso il suo giornale, ma non del Fatto).

Ora S. vuole rispondergli nel merito, opponendogli le sue ragioni (vere o presunte)? Lo faccia. Ma la smetta di tirare in ballo la sua scorta (non è la prima volta che lo fa). Perché Roberto non se l’è data da solo. Perché chiunque ce l’abbia fa una vita di merda. E perché non si può minacciare di levarla a chi dissente. Altrimenti è un ricatto, minaccioso e pericoloso: se mi elogi ti proteggo, se mi critichi ti lascio ammazzare. E nessun uomo delle istituzioni – parrà strano, ma anche S. da 21 giorni lo è – può permettersi questi messaggi mafiosetti: lo Stato non è roba sua, e nemmeno le forze dell’ordine o le scorte.

Che vanno assegnate a chi è in pericolo, per i più svariati motivi, a prescindere da chi è e come la pensa. A questo proposito, ieri il pm antimafia Nino Di Matteo ha rivelato a un convegno che il suo ex collega Antonio Ingroia è senza scorta da maggio. Guardacaso gliel’hanno tolta 15 giorni dopo le condanne degli imputati all’ultimo processo istruito da lui: quello sulla trattativa Stato-mafia. Stiamo parlando di un ex pm molto noto e riconoscibile che per 35 anni ha dato la caccia ai mafiosi e anche ai loro complici nelle istituzioni, nei servizi segreti, nella politica, nell’economia (facendo condannare in via definitiva, fra gli altri, Bruno Contrada e Marcello Dell’Utri).

Che molti mafiosi (e non solo mafiosi) lo vogliano morto, non è un mistero per nessuno. Chi ha deciso, ai tempi supplementari del governo Gentiloni e del ministro Minniti, di lasciare Ingroia senz’alcuna protezione? Sappiamo benissimo che il pensionamento o le dimissioni di un magistrato non bastano a metterlo al sicuro: le condanne a morte delle mafie durano in eterno, qualunque cosa facciano i condannati (Falcone fu ucciso quand’era fuori servizio, prestato al ministero della Giustizia). Quindi il nuovo governo, nella persona di S., provveda subito, senza neppure porsi il problema delle idee di Ingroia, che sono affar suo. E, se tiene alla poltrona, provi a ricordare quel che accadde a un suo predecessore: il ministro dell’Interno Claudio Scajola, che nel 2002 dovette dimettersi per aver definito “rompicoglioni” il professor Marco Biagi, consulente del suo governo, appena ammazzato come un cane mentre tornava a casa in bicicletta sotto i portici di Bologna, dopo aver ripetutamente segnalato al Viminale le minacce subìte e chiesto invano protezione. Anche Ingroia e Saviano sono “rompicoglioni”. E a noi, per solidarietà di categoria, i rompicoglioni piacciono un sacco. Li preferiamo vivi.[/I]
 

ConteRosso

mod sanguinario
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Non ce la fo a leggere tutto l'articolo di Travaglio ...
ma su Saviano Salvini non ha solo sbagliato : ha agito da bullo , direi da 'violento' , esiste pure una violenza verbale non solo quella fisica ; Saviano può piacere o meno ma rischia la vita a lasciarlo senza scorta
i camorristi gliela hanno promessa , toglietegli la scorta e Saviano rischia e ce l'avremo sulla coscienza
 

lorenzo63

Age quod Agis
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Premesso che (Salvini) ha fatto un errore da im...cille mettendo in discussione la scorta, peraltro nemmeno sua responsabilità, come anche l'invasione di campo no vax.. Spero che qualcuno con un paio di ceffoni gli ricordi che è un Ministro, importante, della Repubblica Italiana e che la pianti con le esternazioni, ed inizi invece a lavorare.

Ma ciò detto, nel merito vediamo che cosa ne pensa una Giornalista dello scrittore....


Lettera a Saviano di
Luciana Esposito
Caro Roberto,

Se respirassi Napoli con i tuoi polmoni e ritrovassi il coraggio di guardarla senza filtri, dritto negli occhi, per giungere a toccare con mano le cicatrici e le ferite tuttora sanguinanti che si porta cucite addosso, saresti orgoglioso dello striscione apparso nel Rione Sanità, perché rappresenta un monito forte alla camorra e ancora di più a chi la intreccia a suggestioni letterarie/cinematografiche per lanciare sul mercato prodotti “proliferi” utili a tenere viva la macchina da soldi innescata da Gomorra, tanti anni fa…

“La camorra e rinnegati non hanno nazionalità e Napoli ha bisogno d’amore, non di fango. Napoli in azione”: questo è quanto riportato su quel mantello bianco, pregno d’indignazione ed orgoglio, oltre che di vernice. Napoli rivendica verità, è stanca delle tue “favole”.

Scontata e assai opinabile la tua replica: “Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.”

Se tu vivessi a Napoli, ti sarebbe giunta notizia che, proprio nel cuore del Rione Sanità, in una delle fette di Napoli più sopraffatte dalla camorra, all’indomani della morte dell’ennesima vittima innocente della criminalità, centinaia di persone sono scese in strada per sbarrare il passo alla camorra. E, probabilmente, quello che esaspera ed indispettisce il popolo è il fatto che tra gli scritti e nelle gesta cinematografiche che portano la tua firma, “stranamente” non c’è spazio per la civiltà e la legalità che inizia a rivendicare la sua presenza, soprattutto tra le crepe dei contesti più devastati dalla camorra. Questo ritrovato e partecipato senso d’indignazione rischia di offuscare l’attendibilità di quel prodotto che assicura il massimo risultato con il minimo sforzo: “camorra, Scampia e malammore”. Del resto, perché discostarsi da un principio mediaticamente vincente, parafrasando una realtà che rischia di rompere il giocattolo?

E questo, agli esseri pensanti che hanno ancora voglia di indignarsi, proprio non va giù.

Due aggressioni fisiche, l’ultima sfociata persino in un tentativo di sequestro di persona, all’incirca 15 denunce sporte dall’inizio del 2016, minacce di morte da parte della madre del boss dei Barbudos, plurimi raid vandalici alla mia auto. Le intimidazioni, le minacce e gli avvertimenti, sono all’ordine del giorno: questi i fatti che sintetizzano il mio lavoro di giornalista, direttrice di un giornale online qualunque, una scelta voluta per non sottostare alle disposizioni di nessun padrone. Con tutti i contro che questo comporta. Non diventerò mai ricca e non è questa la motivazione che anima il mio operato, diversamente avrei mollato dopo il primo “strascino”.

Il tutto viene ulteriormente aggravato da un dettaglio che fa la differenza: vivo nel posto in cui lavoro e di cui racconto le malefatte, Ponticelli, quel quartiere che hai intravisto attraverso talune scene di Gomorra, quello in cui, invece, io sono nata e cresciuta e dove vivo e lavoro, muovendomi tra la violenza, l’odio, l’omertà di chi, mentre venivo pestata, non ha mosso un dito per difendermi. Eppure, ho scelto di restare e di non fare nemmeno mezzo passo indietro.

Anzi, ho imparato a capire che misurarsi costantemente con la paura e con i limiti imposti dalla consapevolezza di quello che fai è il metro valutativo più attendibile per non perdere mai la lucidità né l’impatto con la realtà.

Non me ne volere, ma credo che tu non abbia la minima percezione di cosa voglia dire vivere costantemente sotto minaccia: gli sguardi, le citofonate nel cuore della notte per buttarti giù dal letto solo per recapitarti l’ennesimo “consiglio”, le limitazioni dettate dalla consapevolezza che ti muovi in un campo minato, il lucido cinismo che ti porta a non fidarti di nessuno. Eppure, non vivo sotto scorta, le spalle ho imparato a guardarmele da sola, ma non credo che la mia vita valga meno della tua, meno che mai lo penso del mio lavoro.

La ricerca della verità e soprattutto la “vera” lotta Anticamorra, richiedono questo genere d’impegno e di sacrificio e chi sceglie d sposare questa causa, deve fare inevitabilmente i conti con tutto ciò che questa scelta tristemente comporta. Di conseguenza, le difficoltà con le quali mi confronto sono innumerevoli, quindi, nonostante sia presente sul posto, faccio non poca fatica a reperire notizie certe. Mi ha sempre affascinato ed incuriosito il fatto che, invece, tu non subisci questo genere di difficoltà, nonostante ti trovi a raccontare Napoli dall’altro capo del mondo. Questo “dettaglio” non sfugge allo spettatore/lettore attento che non può non interrogarsi in merito all’attendibilità dei fatti che racconti.

Romanzare la camorra sta mietendo più danni dell’affiliazione stessa, ma per rendertene conto dovresti vivere Napoli da Napoli.

I giovani camorristi che prima di andare a fare “le stese” si riuniscono in cerchio e urlano “le frasi di Gomorra” per motivarsi, l’emulazione fisica e comportamentale dei personaggi della serie, non solo da parte dei camorristi, la riproduzione fedele della casa di Don Pietro Savastano voluta da un boss, i ragazzini che ripetono fino allo sfinimento “le frasi tormentone” della serie, mentre giocano a pallone o ai videogiochi: per questo genere di “mostri”, Napoli deve “ringraziare” te.

E sarebbe opportuno ed anche estremamente interessante che fossi tu ad analizzare “l’effetto di Gomorra sulla camorra”.

Sei bravo a forgiare la realtà a immagine e somiglianza dei tuoi interessi, ma in questo caso, non ci provare: gettare fango non è “raccontare”, ma raccontare una realtà falsata per andare incontro a delle esigenze che nulla hanno da spartire con la ricerca e la denuncia della verità.

Nessun napoletano avulso dal sistema camorristico ha mai contestato il lavoro e le inchieste di noi giornalisti presenti sul campo, anzi. Quello che, fin qui, mi ha dato la forza necessaria per non mollare è proprio l’incoraggiamento dei tantissimi napoletani desiderosi di liberarsi dalle angherie della camorra.

Non giriamoci troppo intorno: la tua lotta Anticamorra, nasce e si sviluppa per alimentare un business ben preciso e questo i napoletani lo hanno capito ed è più che legittimo che ti chiedano di cambiare registro e prendere una posizione netta: o romanziere o “detentore di verità assolute e inconfutabili”, non posso chiamarti giornalista perché non lo sei ed è bene ricordarlo. Nel caso in cui tu scelga di servire la verità, liberati da forzate ipocrisie, rimboccati le maniche e scendi in trincea insieme a noi, perché lo ribadisco: la tua vita non vale di più della mia e di quella di migliaia di giornalisti che ogni giorno rischiano la vita in nome di un ideale e che per questo non si sentono degli eroi né si aspettano che il mondo si fermi per tributargli una standing ovation.

Se dovesse accadermi qualcosa, tu sei una di quelle persone dalle quali desidero ricevere solo indifferenza: vedermi appioppare uno dei tuoi sermoni, vorrebbe dire gettare fango prima sul mio cadavere e poi sulla credibilità del mio lavoro, più silenzioso del tuo, ma, anche assai più sincero e disinteressato
 

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