Snam rete gas (SRG) Snam fa pagare ai consumatori buco da 284 milioni (1 Viewer)

tontolina

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Snam fa pagare ai consumatori buco da 284 milioni

da http://www.wallstreetitalia.com/art...agare-ai-consumatori-buco-da-284-milioni.aspx




Per i prossimi 12 mesi i consumatori di gas dovranno pagare una componente tariffaria aggiuntiva di 0,4 centesimi di euro/Smc. Perché? Per tappare il buco da circa 284 milioni di euro del gruppo.






Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Chicago Blog - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma - A partire da questo agosto, per i prossimi dodici mesi i consumatori di gas dovranno pagare una componente tariffaria aggiuntiva di 0,4 centesimi di euro / Smc. Perché? Per tappare il buco da circa 284 milioni di euro che Snam, l’operatore della rete di trasporto nazionale del gas, si è trovata in seguito ai mancanti pagamenti da parte di alcuni grossisti.

La vicenda ha del surreale sia per la sua evoluzione, sia per la conclusione, sia perché appare l’antipasto dopo il quale verranno ulteriori incrementi.

La vicenda ha del paradossale. Tutto inizia alla fine dell’anno scorso, quando le rimostranze degli operatori per l’entità delle garanzie richieste da Snam – a loro giudizio eccessive – convincono il giudice amministrativo, che sospende il sistema definito dalle precedenti delibere dell’Autorità. Così, dal 1 dicembre 2011 al 31 maggio il bilanciamento gas è andato avanti sostanzialmente in assenza di un sistema di garanzie – e i "furbi" hanno potuto approfittarne fino a quando il nuovo meccanismo è entrato in vigore il 1 giugno. In questi sette mesi, sono così maturati i crediti di Snam verso le sue controparti per un totale di circa 284 milioni di euro.

Ora, la ragione profonda del problema sta nello scontro fortissimo tra la pretesa di Snam di ottenere garanzie troppo alte (e in alcune prese di posizione iniziali addirittura asimmetriche, nei fatti, tra il suo azionista Eni e tutti gli altri) e la richiesta dei grossisti di giocare su un terreno più equo.

Il punto di mediazione raggiunto inizialmente dal regolatore si è rivelato insostenibile e ha dato origine al patatrac.

Quello che colpisce, ex post, è tuttavia la decisione di socializzare integralmente il "rischio cliente" sostenuto da Snam.
E’ vero che Snam ha subito una perdita (poteziale?) di 284 milioni di euro, ed è vero che tale perdita è dovuta largamente al "vuoto" che si è creato in conseguenza della decisione del Tar, ma è corretto chiedere al sistema di farsi carico dell’intero buco, senza lasciare all’operatore di rete neppure un rischio simbolico?

In altre parole, l’aspetto sinistro dell’ultima delibera dell’Autorità, alla quale presumibilmente ne seguirà una analoga relativamente ai circa 400 milioni di euro di buco maturati negli stoccaggi, è duplice:
in primo luogo che si decida che Snam va protetta da qualunque tipo di rischio-cliente,
secondariamente che tale rischio venga automaticamente assunto uguale a uno.

Cosa succederà se, nei prossimi mesi, il gestore dei tubi riuscirà a riscuotere parte dei crediti spettanti?
O, ciò che è lo stesso, per quale ragione Snam dovrebbe essere disincentivata dal tentare di farlo attraverso la piena copertura dei suoi mancati ricavi?
Peraltro, l’incremento tariffario di 0,4 centesimi può apparire minuscolo ma piccolo non è: se consideriamo che tutte le attività di commercializzazione e vendita del gas pesano, mediamente, secondo l’Autorità, per circa 7 centesimi / Smc sulla famiglia tipo, stiamo parlando di un rincaro di questa componente di quasi il 6 per cento.

Come ha scritto Gionata Picchio in un puntuto commento sulla Staffetta Quotidiana,

"Per colpa di quello scontro per sei mesi il mercato ha funzionato del tutto senza garanzie. E il conto milionario lo pagheranno – anche se a rate e forse senza nemmeno accorgersene – i consumatori. Viene da chiedersi se tutto ciò non si potesse evitare… I fatti sembrano mostrare che la denuncia degli operatori era tutt’altro che campata in aria, se è vero che l’Autorità, alla fine, ha aggiustato il sistema proprio nel senso richiesto: rendendolo meno costoso".

La sensazione, detta papale papale, è che l’atteggiamento del regolatore sia stato di eccessiva cautela e di troppa tutela per gli interessi di Snam, a scapito di una più equa distribuzione dei rischi.
Nessuno nega che sia nell’interesse del mercato (e dunque del consumatore) la creazione di un sistema di garanzie sufficientemente robusto da scoraggiare gli avventurieri.
Ma "sufficientemente" è diverso da "totalmente rigido", perché c’è un tradeoff ineliminabile tra la rigidità e l’ingresso di nuovi competitor.
La pretesa di annullare il rischio equivale alla scelta di sbattere non solo le mele marce, ma anche quelle buone fuori dal mercato.

In questa brutta vicenda – che speriamo chiusa e destinata a non ripetersi – si nota ancora una volta il forte potere contrattuale di Snam verso tutti gli altri stakeholder; potere che è difficile non ricondurre alla proprietà pubblica e, all’epoca dei fatti, addirittura all’interno di un quasi-monopolista verticalmente integrato.
Nessun attore dovrebbe essere più uguale degli altri. Ciascuno dovrebbe essere chiamato ad assumersi la sua quota di rischio. Altrimenti non è ben chiaro perché qualcuno, in assenza di rischio, debba vedere le sue attività remunerate forse anche troppo generosamente.
 

tontolina

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Siete Pronti al Crac del Cappellaio Pazzo (3,5 Miliardi di mr Borsalino)

Di FunnyKing , il 24 aprile 2015 12 Comment




Oooops arriva il secondo crac più grande della storia Italiana dopo Parmalat, ovvero quello di Borsalino e del suo impero. Energia più che cappelli e tanti , tanti , tanti debiti con una nota azienda di Stato (Snam Rete Gas) e alcune banche fra cui Unicredit.
Chissà se le banche coinvolte hanno già a bilancio riclassificati come sofferenze i debiti di Mr. Borsalino.
La notizia dal CorSera
È stato arrestato in Svizzera, a Lugano, l’imprenditore astigiano Marco Marenco, 59 anni, al centro del cosiddetto crac Borsalino, storica azienda di cappelli. Lo riferisce l’edizione online del Corriere del Ticino. Il suo sarebbe uno dei fallimenti più grandi della storia italiana dopo Parmalat: ben 3,5 miliardi di euro. Questa vicenda con la moda c’entra però assai poco, ed è legata soprattutto al settore energia. Il businessman era proprietario di un’ottantina di aziende impegnate nella produzione di elettricità e commercializzazione di gas.
Procedura d’estradizione

L’uomo d’affari italiano, accusato nel nostro Paese di una lunga serie di reati che vanno dalla bancarotta alla truffa all’evasione fiscale, era latitante…….
Negli ultimi anni avrebbe girato ingenti quantità di denaro delle sue aziende (circa un’ottantina) su conti offshore nei paradisi fiscali. Dopo la firma del decreto d’accusa da parte del pm di Asti sei mesi fa, Marenco si è dato alla macchia. Le indagini giudiziarie e la parallela procedura fallimentare hanno delineato scenari in cui si mescola un’evasione fiscale gigantesca e passivi devastanti. Nella relazione alla Procura, i commissari fallimentari hanno infatti denunciato l’esistenza di un giro vorticoso di partite infragruppo tale da rendere quasi impossibile la ricostruzione dell’effettiva consistenza del giro d’affari e dei conti. I principali creditori, per ora, sembrano essere Unicredit e Snam Rete Gas, che cedeva materia prima ad aziende del gruppo Marenco e poi lo ha denunciato per
 

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TAP
Nelle sue prime parole sul tema, il nuovo ministro dell'Ambiente Costa ha svuotato di senso l’opera. Come e appigliandosi a cosa è presto per dirlo. Da quanto trapela da ambienti romani vicini al ministro si cercherà, se necessario, di riaprire la procedura del Via: a quel punto sarebbe impossibile il rispetto degli accordi internazionali che impongono di ultimare i lavori entro tre anni. Ma bisogna convincere la Lega di Salvini

di Tiziana Colluto | 7 giugno 2018

Revisione. È la parola che il neoministro all’Ambiente Sergio Costa ha utilizzato per il gasdotto Tap, la condotta in fase di costruzione e che dal 2020 dovrebbe immettere il gas azero nella rete italiana. Revisione perché “opera inutile”. Revisione che nel linguaggio del M5s significa solo una cosa: provare a bloccare una volta per tutte i lavori. Non spostamento dell’approdo dal Salento a Brindisi, non ridimensionamento, ché quello è il progetto, solo stop. Come e appigliandosi a cosa è presto per dirlo. E di sicuro i pentastellati hanno un passaggio in più da fare: convincere la Lega di Matteo Salvini che i motivi per farlo ci sono. Volendo, però, i 5 stelle potrebbero anche procedere spediti, visto che occupano i posti chiave della filiera ministeriale che ha gestito finora la vicenda: Ambiente, Sviluppo Economico e persino Beni Culturali e Sud.

Nelle sue prime parole sul tema, Costa ha di certo svuotato di senso l’opera: “i consumi di gas sono in calo in Italia”. Dunque, quel gasdotto, a suo avviso, è superfluo.
E lo dice ben sapendo che finora l’obiettivo dichiarato dei precedenti governi non è stato quello di utilizzare qui il metano azero, bensì di servirsene per rendere il Paese un nuovo serbatoio per l’Europa, per riposizionare l’Italia nello scacchiere geopolitico delle strade energetiche, con meno Russia sulla carta ma con uguale Russia nei fatti.

All’agenzia Reuters, il ministro ha specificato che “Il fascicolo Tap è sul tavolo e lo stiamo già affrontando, con priorità, considerando chiaramente che siamo al terzo giorno di lavoro appena. Il presupposto è che vista la strategia energetica, visti i consumi di gas in calo, quell’opera oggi appare inutile. Sarà revisionata, così come prescritto nel contratto, come le altre opere di concerto con altri ministeri”.
Non c’è un riferimento diretto al gasdotto nel contratto di governo. C’è, però, quello alle grandi opere.

Per la multinazionale svizzera, nulla quaestio: solo qualche giorno fa ha dichiarato di essere tranquilla, perché “non c’è ragione per temere uno stop”, anche perché “si è perfettamente autorizzati e anche in avanzatissimo stato di realizzazione”.
Da quanto trapela da ambienti romani vicini al ministro, tuttavia, si tenterà di far venire al pettine tutti i nodi, cercando, se necessario, di riaprire la procedura di Valutazione di impatto ambientale e infilare così Tap in un vicolo cieco. Si renderebbe impossibile, a quel punto, il rispetto degli accordi internazionali che impongono di ultimare i lavori entro tre anni. Si potrebbe minare alle fondamenta anche il maxifinanziamento da 1,5 miliardi di euro già concesso dalla Banca Europea degli investimenti, oltre che quello da 1,2 miliardi che la Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, potrebbe concedere.

Si tenta di rovesciare il tavolo, insomma.
Ma non è affatto cosa semplice, ad oggi.
Si passano al setaccio eventuali problemi procedimentali;
le autorizzazioni rilasciate dai ministeri dopo aver esautorato la Regione Puglia;
i rilievi tecnici sul microtunnel, il tubo che si inabissa al largo delle spiagge di Melendugno (Lecce) e rispunta in aperta campagna.
Buona parte del flusso di notizie arriva dal territorio salentino, dal Movimento No Tap, dal Comune interessato e da quelli che hanno portato alla riapertura delle indagini ad un anno dall’archiviazione.

L’inchiesta della Procura di Lecce corre in parallelo e si attende entro la fine dell’estate la maxiperizia disposta nell’ambito dell’incidente probatorio. Dovrà dire se Tap e Snam (metanodotto lungo 55 chilometri e che collega il primo alla rete del gas) dovevano essere considerate unica opera oppure se il frazionamento è servito a eludere le valutazioni di impatto ambientale e, soprattutto, l’applicazione della normativa sul rischio di incidenti rilevanti. I percorsi, giudiziario e amministrativo, alla fine potrebbero incrociarsi.
E non è escluso che da quella perizia arrivi un assist non da poco a Costa. Che però, nel frattempo, si muove: in questi giorni, ha chiesto indicazioni e documenti ai parlamentari cinquestelle che si sono occupati della faccenda, pugliesi e non, a cominciare dalla collega ministra del Sud Barbara Lezzi, che in campagna elettorale ha sottoscritto l’impegno a stoppare Tap in caso di vittoria.
 

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Tutte le novità nel capitale di Tap
Angela Zoppo Al verde
Tutte le novità nel capitale di Tap - Formiche.net
L'articolo di Angela Zoppo
C’è un plafond pronto a titolo di futuro aumento di capitale per il consorzio Tap (Trans adriatic pipeline), che sta realizzando il gasdotto tra Azerbaijan e Italia attraverso il cosiddetto Corridoio Sud.

COSA SUCCEDE AL CAPITALE

Pro-quota, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, i soci avrebbero già versato a titolo di futura ricapitalizzazione circa 143 milioni di franchi svizzeri (al cambio attuale una cifra intorno ai 130 milioni di euro). Snam in particolare, azionista di Trans Adriatic Pipeline AG – Tap col 20 per cento, dopo essere subentrata a Statoil, ha stipulato un contratto derivato forward su valuta “a copertura del rischio di oscillazione del tasso di cambio a fronte del debito di Snam verso la società partecipata Tap, a corrispondere 28,6 milioni di franchi svizzeri (circa 26 milioni di euro, ndr) a titolo di futuro aumento di capitale sociale”. Gli altri azionisti del consorzio sono Bp (20 per cento), Socar (20 per cento) Fluxys (19 per cento), Enagás (16 per cento) e Axpo (5 per cento).

LE PAROLE DEL VERTICE

La chiamata ai soci a sostenere finanziariamente il progetto rientra nell’iter di copertura degli investimenti per la realizzazione di un’infrastruttura dichiarata di interesse strategico. L’ad di Snam, Marco Alverà, lo ha ripetuto anche martedì scorso a Strasburgo, incontrando tra gli altri, Claude Turmes, leader dei Verdi europei in commissione Energia, Flavio Zanonato e Massimiliano Salini, membri della stessa commissione. Alverà ha più volte detto che la realizzazione del corridoio rappresenta un’importante opportunità per assicurarsi l’accesso alle risorse energetiche di una regione in potenziale espansione, rafforzando la sicurezza energetica nazionale ed il ruolo dell’Italia come snodo strategico del gas europeo. La previsione di Snam è che il primo gas passi attraverso il gasdotto Tap dal primo gennaio 2020.

LO SCENARIO

L’incontro con i soci del consorzio per la conferma della tempistica risale a fine luglio scorso, ma a dettare la tabella di marcia è in realtà la fase 2 dello sviluppo del giacimento azero di Shah Deniz, nel Mar Caspio, dal quale il gasdotto attingerà il gas da portare fino in Italia, passando per Turchia e Grecia, fino in Puglia, con approdo finale nel Salento a Melendugno. Il gasdotto, a regime, trasporterà fino a 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Intanto le polemiche continuano ad accompagnare il progetto, soprattutto in ambito territoriale. Tap, così, ha dovuto anche smentire la notizia di una riapertura dell’iter di autorizzazione al ministero dell’Ambiente. La procedura di Via (valutazione di impatto ambientale) risulta conclusa dall’11 settembre 2014.

(Pubblicato su Mf, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)
 

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Vi spiego perché il balletto sul Tap (e sulla Tav) è fatica sprecata. Parla Carnevale Maffè
Vi spiego perché il balletto sul Tap (e sulla Tav) è fatica sprecata. Parla Carnevale Maffè - Formiche.net
il docente Bocconi a Formiche.net: il gasdotto non ha alcun impatto sull'ambiente casomai ci aiuta a sconfiggere il carbone.
C'è troppo provincialismo tra i Cinque Stelle.
La Tav? I patti si rispettano e comunque fermarla costerebbe più che completarla

Fermare un cantiere può fermare un Paese? Forse. Sicuramente può intaccare la sua reputazione, che in un contesto globale in cui la fiducia e l’affidabilità (spread?) sono il metro di misura della civiltà, conta.

Nel caso del Tap, poi, va anche peggio. Tenendosi per un attimo lontani da valutazioni di tipo politico e scendendo nel pratico, importare il gas azero in Italia significa metterla al riparo da eventuali e nemmeno tanto temuti shock energetici russi. Se Mosca chiudesse i rubinetti per qualche contesa con chi non paga il gas (o molto più semplicemente intendesse cambiare fornitore, si veda il caso Ucraina), l’Italia non solo potrebbe affidarsi a una fonte alternativa ma persino risparmiare in bolletta. Più gas c’è, meno costoso diventa importare energia.

Eppure il governo gialloverde è dinnanzi alla prima vera spaccatura da quando si è insediato e il tema, nemmeno a dirlo, riguarda le infrastrutture. Da una parte la Lega, che non vuole lo stop su larga scala alle opere avviate negli anni scorsi e definite strategiche: la Tav, la Torino-Lione e il Tap su tutte.
Dall’altra il Movimento Cinque Stelle che invece della Tav e del gasdotto intercontinetale farebbe a meno senza porsi troppi problemi. Ma come stanno davvero le cose?
L’Italia può davvero permettersi di bloccare dall’oggi al domani opere che tra manovalanza e indotto danno lavoro a centinaia di persone?

Di Maio questa mattina, parlando della Tav ha fatto questo ragionamento. Se andare da Torino a Lione costa dieci miliardi tanto vale investirli per consentire allo studente del paesello di collina di raggiungere l’università in città con un buon treno regionale. Va bene, però prima di qualunque ragionamento bisogna ricordarsi una cosa: il Tap, come la Tav, sono opere bi-tri-laterali cioè che coinvolgono imprese di altri Paesi. E interrompere i lavori significherebbe arrecare un danno a quel sistema produttivo, cioè al Pil del Paese partner (per la Tav, la Francia). Per questo i contratti in essere hanno previsto penali da capogiro. Non proprio una buona notizia per un Paese col terzo debito al mondo.

L’opinione di un esperto come Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente alla Sda Bocconi, in casi come questi aiuta a mettere a fuoco il problema. Raggiunto da Formiche.net, Carnevale Maffè mette subito in chiaro delle cose. “Allora, facciamo una premessa. Qui stiamo parlando di opere che coinvolgono altri Paesi, non siamo soli, l’Italia si gioca la reputazione. I patti presi e sottoscritti vanno rispettati a prescindere dal colore del governo in carica. Punto. Poi si può discutere del merito delle cose e io parto proprio dal Tap”.

Ebbene, “stiamo parlando del nulla. Sapete cos’è il Tap? Un tubo, largo qualche metro, che ha un impatto ambientale ridottissimo. Un non problema perché non c’è alcuna battaglia nel nome dell’ambiente da combattere. Casomai converrebbe ricordarsi degli enormi benefici che questo gasdotto può dare. Sicurezza energetica e miglior approvvigionamento. E poi la vuole sapere una cosa? Il Movimento Cinque Stelle dice che il gasdotto mina l’ambiente. Si sbagliano. Il gas è il vero antidoto al carbone che invece inquina ecccome. Pù gas uguale meno carbone: il Tap fa bene all’ambiente, paradossalmente molto più ambientalista di chi dice di essere ambientalista”.

Rimanendo nel campo del Tap, il docente Bocconi fa un altro ragionamento. “Ho appena detto che stiamo parlando di opere condivise con altri Paesi. Bene, misuriamo le pretese dei Cinque Stelle al cospetto degli interessi dell’Italia, della Grecia e dell’Azerbaijan. Sono niente e questo dimostra solo una cosa: il grande provincialismo di chi dice delle cose senza conoscere gli interessi in ballo, il valore della reputazione i costi della rinuncia”.

Discorso simile sulla Tav ma con qualche aggiustamento di tiro. “Qui la questione è di portata maggiore perché parliamo di un corridoio europeo di logitica integrata. Non è solo la Torino-Lione ma è un’infrastruttura strategica in un’ottica di piano di sviluppo europeo. Ecco che cosa è la Tav. Io ci sono stato poche settimane fa in Val di Susa e anche lì il discorso ambientale non regge proprio. I viadotti di accesso per esempio sono già tutti fatti e realizzati, che vogliamo fare, abbandonarli? Poi altro che danno ambientale”.

Il punto, conclude Carnevale Maffè, “non è la convenienza o meno dell’opera ma quanto costa fermarla. In Cinque Stelle dicono di aver calcolato i costi e i benefici? Bene, allora sapranno benissimo che interrompere la Tav ora costa molto più del concluderla. Ci sono opere che non si possono abbandonare lì e ci sono accordi che vanno rispettati. I Cinque Stelle dovrebbero saperlo. Anche questo è provincialismo oppure chiamiamola mancanza di basi culturali. Un prezzo che oggi l’Italia paga”.
 

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