"Quell'orgoglio di essere americani"- R. Giuliani (1 Viewer)

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QUELL'ORGOGLIO DI ESSERE AMERICANI
di RUDOLPH GIULIANI

Si stenta a credere che sono trascorsi due anni dagli attacchi terroristici al World Trade Center, al Pentagono e nei cieli della Pennsylvania. Lo sgomento e il dolore sono vivi oggi come l´11 settembre 2001.
Non un solo giorno è trascorso da allora senza che io non abbia rivolto un pensiero alle vittime di quegli attacchi. Penso che non avranno l´opportunità di veder crescere i loro figli.
Rifletto su come sono stati privati dei loro affetti, sul fatto che non potranno più amare, su come sono stati defraudati, così insensatamente, dei piccoli piaceri della vita, come una partita di baseball o una bella giornata.
Penso anche ai loro cari, destinati alla crudele sorte di chiedersi per sempre, senza risposta, come possa l´uomo essere così malvagio con i suoi simili. Per quanto dolorose siano queste riflessioni, con l´avvicinarsi del secondo anniversario degli attentati esse sono vieppiù collegate a sentimenti ugualmente intensi di speranza e di ottimismo.
Non bisogna mai dimenticare, infatti, che l´11 settembre 2001 non è stato soltanto un giorno di incalcolabili perdite per l´America, ma anche un giorno di immane coraggio americano.
Il personale delle forze dell´ordine di New York quel giorno ha soccorso fino a 25mila persone in un´evacuazione senza precedenti.
Sono molteplici le vicende di chi si è sacrificato, come Richard C. Rescorla, responsabile della sicurezza della Morgan Stanley, che ha perso la vita dopo aver fatto sì che gli impiegati di tutti i 30 piani della società guadagnassero l´uscita mettendosi in salvo.
Sul volo 93 comuni cittadini americani hanno lottato coraggiosamente per abbattere l´aereo sul quale si trovavano prima che, anch´esso, potesse essere usato contro i loro compatrioti.
Serbare entrambe queste prospettive - il lancinante senso di perdita e l´orgoglio della reazione americana - è essenziale, e ciò è quanto mai vero mentre continuiamo la lotta globale per sradicare il terrorismo.
Dobbiamo pregare affinché le perdite in termini di vite umane siano minime, ma al tempo stesso dobbiamo sforzarci di comprendere che il nostro obiettivo richiederà tempo e determinazione.
Il presidente Bush ha coinvolto molte altre nazioni nella liberazione dell´Iraq, dimostrando così che l´America non è sola nella lotta volta ad annientare il terrorismo.
Ora che Saddam Hussein è stato destituito dal potere e che al popolo iracheno è stata restituita la libertà, il presidente si è rivolto alle Nazioni Unite per cercare di formare una coalizione ancor più vasta, che includa anche le nazioni che non hanno sostenuto il nostro sforzo in Iraq.
Gli amici possono essere in disaccordo sui metodi - all´occorrenza possono dissentire anche accesamente - ma mentre procediamo cercando di realizzare una pace duratura, possiamo almeno essere concordi su quel traguardo.
Nove giorni dopo gli attacchi dell´11 settembre, presenziai al discorso sul terrorismo del presidente davanti alla sessione plenaria del Congresso. Credo che ciò che egli espresse chiaramente quella sera abbia portato a una dottrina completamente nuova.
Il presidente dichiarò esplicitamente che suo obiettivo era quello di sradicare il terrorismo globale e che la responsabilità degli attentati terroristici non era unicamente di chi li aveva perpetrati e di chi li aveva pianificati, ma altresì dei finanziatori e dei governi che li avevano resi possibili. Inoltre il presidente spiegò a più riprese che non si sarebbe trattato di contrattaccare in modo fulmineo, bensì di impegnarsi sul lungo periodo.
«Non ci fermeremo se non quando ogni gruppo terroristico sulla faccia della Terra sarà stato individuato, neutralizzato e sconfitto», annunciò il presidente.
«La nostra risposta implica ben più di una rappresaglia istantanea e di qualche attacco isolato. Gli americani non devono aspettarsi un´unica battaglia, ma una lunga campagna, diversa da qualsiasi altra hanno visto finora. Vi chiedo di essere pazienti in quella che sarà una lunga offensiva».
Uno dei segreti all´origine del successo americano sono le nostre grandi aspettative. Pertanto è comprensibile che, nonostante tutto ciò sia stato ribadito a più riprese, alcuni americani siano diventati impazienti per come stanno procedendo le cose.
In realtà sono stati fatti dei progressi straordinari.
Due delle più terribili minacce alla pace del pianeta - Saddam in Iraq e i Taliban in Afganistan - non esercitano più alcun tipo di controllo sulle nazioni che un tempo terrorizzavano. Nonostante ovvi impedimenti, la Road map, il piano negoziale per la pace tra Israele e palestinesi sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha portato più speranze in quella regione di quanta ne avessero vista da lungo tempo.
Il fermo rifiuto del presidente a negoziare con i terroristi ha avuto come conseguenza la comparsa del primo ministro Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che, malgrado le recenti dimissioni, ha costituito la prima, nuova espressione di una leadership avanzata dai palestinesi negli ultimi 30 anni.
Inoltre la concomitanza lo scorso mese con la decisione da parte della Libia di assumersi la responsabilità per l´attentato del 1988 al volo 103 della PanAm e di quello del 1989 al volo Uta nei cieli del Niger non può essere liquidata come una mera coincidenza.
Aver dato un ammonimento a chi aspira a destabilizzare la pace nel mondo e a terrorizzare gli innocenti è anch´esso un risultato legittimo, pienamente conseguito dall´impegno statunitense in Iraq. Quando in Iraq si affermerà una democrazia efficiente e vitale - come sono sicuro che accadrà - anche quella porterà agli Stati confinanti l´esempio della forza della libertà.
Altre nazioni, tra cui l´Indonesia, le Filippine e l´Arabia Saudita, hanno dimostrato di essere pronte ad ammettere per la prima volta di avere dei terroristi nel loro territorio, e stanno intraprendendo delle azioni volte a smantellare quei network.
Due anni sono pochi per cancellare il ricordo del peggiore attacco mai perpetrato su suolo americano. Tuttavia il coraggio e l´amore che gli americani hanno reciprocamente dimostrato quel giorno, insieme ai progressi che abbiamo conseguito nel portare avanti l´immane compito di sradicare il terrorismo dalla faccia della Terra, infondono in quei ricordi un senso di determinazione e di speranza.

Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, è il fondatore e presidente di Giuliani Partners.
Traduzione di Emilia Benghi
 

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LA VOCE CHE RICORDA

di VITTORIO ZUCCONI

Ha provveduto la solita voce provvidenziale arrivata dal buio, questa volta del medico egiziano al-Zawahiri che affianca Osama Bin Laden se è ancora vivo, a risolvere il problema che tutti noi abbiamo, nel secondo anniversario della strage a Manhattan. Due anni e due guerre dopo, nella spirale di violenza e di controviolenza che quel gesto mostruoso ha accelerato, lo sgomento e la tenerezza che tutti provammo quella mattina inevitabilmente si appannano e ogni rievocazione, ogni memoria rischia di tingersi di retorica e di manierismo giornalistico.

Ma arriva la voce a rimettere tutto a fuoco, a ricordarci con le sue promesse di massacri che, se nel mondo e nella storia nessuna nazione e nessun popolo è sempre nel Giusto e sempre dalla parte del Bene – neppure quell’America di Bush che distribuisce con tanta arrogante disinvoltura patenti che spetterebbero soltanto all’assoluto – ci sono chiarissime distinzioni e frontiere da tracciare. E alle 8 e 45 dell’11 settembre, quei quattro aerei ne scavarono una che nessuna animosità ideologica, nessuna sacrosanta critica alla politica americana, a Bush, alle ragioni ineguali di forza e di commercio tra ricchi e poveri, tra deboli e potenti, può colmare.

Per chi di noi riconosce negli Stati Uniti la nazione che ha restituito all’Europa la dignità e la speranza che noi Europei, con le nostre mani, avevamo consumato nei forni di Treblinka, nelle adunate oceaniche e nelle lugubri sfilate di missili e panzer sulla Piazza Rossa, lo sperpero terribile del capitale di solidarietà che questa presidenza americana ha compiuto in questi due anni fa male. E’ perfettamente legittimo, da amici dell’America, obbiettare alle scelte di questa Presidenza, porre condizioni, parlare il linguaggio franco degli alleati. Ma nessun ragionamento politico può mai indurre a mettere sullo stesso piano quello che accadde a New York e quello che sta accadendo in Iraq.

Non è questione di morti più morti degli altri, di vittime americane (o cristiane) che pesano più delle vittime arabe (o musulmane) come subito si obbietta al sospetto che ci siano troppe lacrime in video e in inchiostro per gli uni e troppa indifferenza per gli altri.

La differenza vera, è il sentimento che avvertiamo quando viene ucciso un bambino. La vita di un bambino vale esattamente come quella di un vegliardo, ma, senza che nessun codice penale lo codifichi, il codice morale ci avverte che l’assassinio di un innocente è incomparabilmente più inaccettabile. Offende la nostra umanità, spezza un tabù sacro, come il cannibalismo, come l’incesto, come il fratricidio. Distrugge le basi minime sulle quali la famiglia umana si dovrebbe fondare.

I bombardamenti dell’Iraq e dell’Afghanistan, la deposizione con la violenza di regimi obbiettivamente abominevoli e ben oltre ogni giustificazione di relativismo culturale, possono essere, come Hiroshima, come Dresda, come i massacri della Guerra Civile americana, come la devastazione di Cartagine, come l’inutile strage (secondo Papa Benedetto XV) della Grande Guerra, atti orrendi, ma sono ancora e purtroppo all’interno della logica dei comportamenti umani, come l’omicidio per rapina, la sparatoria tra gang che si contendono un territorio di spaccio, la guerra condotta almeno con l’ipotesi di una fine, con la vittoria o la sconfitta di una delle parti.

Ma i campi di sterminio sistematico, l’aggressione a persone la cui sola colpa era quella di essere andati a lavorare in quei palazzi, la strage condotta per il piacere della strage e senza possibilità di vittoria, sono atti che si pongono fuori dall’umanità, neppure “contro”, come dice Bush, fuori. Basta riascoltare la voce dal nulla che si vanta e si gloria della strage di bambini – perchè bambini erano, anche a 80 anni – dentro le torri, che promette di infliggere altre sofferenze, per capire che chi parla appartiene a un’altra galassia, nella quale non c’è spazio neppure per il sentimento di vergogna e di pentimento che afferra spesso l’omicida, scuote il generale che ha mandato una divisone al macello,turba il politico che viene assalito dal dubbio di avere lanciato una guerra sbagliata.

Queste “cose” che ci parlano dai nastri registrati per gloriarsi dell’11 settembre avrebbero abbastanza miliardi per sfamare milioni di loro presunti fratelli anzichè accusare altri di affamarli, avrebbero le mani per guarire un malato, anche uno solo, come il dottor Al Zawahiri, medico, avrebbero avuto le conoscenza tecniche per costruire una casa o un pozzo, come l’ingegner Mohammed Atta, il pilota del primo Boeing che sfondò la torre. Invece, hanno scelto, per la loro ambizione e la loro vanagloria, la strada della disperazione, la rotta dell’annientamento senza possibili sbocchi, a meno che qualcuno, in una grotta dell’Hindukush o in un hotel a 5 stelle da dove trasmettono i loro ordini, non pensi che un giorno l’America possa “arrendersi”.

Grazie a loro, dunque, per averci ricordato che cosa fu l’11 settembre, una strage senza ritorno, senza giustificazione, senza speranza di vittoria, senza altro obbiettivo politico e umano che non sia fare male. Con la “m” minuscola, naturalmente, ma molto male.
 

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