non esistono derivati "cattivi". Cattivo può esser l'uso che viene fatto. (1 Viewer)

tontolina

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La super bolla derivati preoccupa i mercati: valgono 14 volte le Borse

articoli di Morya Longo e Marco ValsaniaCronologia articolo13 maggio 2012




di Morya Longo
Quando nel 2008 la crisi finanziaria mordeva già gli Stati Uniti, e Lehman Brothers affondava come un moderno Titanic, tutte le autorità Usa invocavano regole più stringenti per i giganteschi mercati dei derivati. Il presidente della Fed, Ben Bernanke, chiedeva a gran voce che le normative cambiassero in maniera fondamentale. L'allora presidente della Sec Christopher Cox gli faceva eco, denunciando con tono severo che i derivati non erano regolamentati «nella maniera più assoluta».
Peccato che gli stessi protagonisti solo pochi anni prima si dichiarassero fermi sostenitori di regole light per i derivati. «Si tratta di strumenti importanti – diceva con disinvoltura nel 2005 Bernanke –, perché permettono di diversificare e spostare i rischi verso chi li sa gestire». «Mi preoccuperebbe se i derivati venissero considerati come il Diavolo dal Congresso», diceva Cox qualche anno prima.





Ormai sono passati cinque anni dall'inizio della crisi, e anche da quelle invocazioni di regole stringenti. Qualcosa è stato fatto. Ma non abbastanza. E ancora, nel 2012, accade che una banca come JP Morgan usi i derivati in maniera così aggressiva da perdere due miliardi di dollari in sole sei settimane. Facendo riemergere, come fiumi carsici, nuove immancabili richieste di regole. Che, come fiumi carsici, molto presto torneranno nel dimenticatoio. Fino al prossimo scandalo.




Nove volte il mondo
Eppure non servirebbe un genio della finanza per capire che i mercati dei derivati andrebbero regolamentati veramente. Non demonizzati, certo. Ma neppure lasciati allo stato brado come lupi affamati. Basta guardare i numeri, per capirlo: le ultimissime statistiche della Bri, aggiornate a dicembre 2011, calcolano che l'intero mercato di questi strumenti ammonti a 647 mila miliardi di dollari di valore nominale. Ancora più dei 466mila miliardi dell'ultima rilevazione (più vecchia) realizzata dall'Isda. Si tratta di un numero 14 volte più grande della capitalizzazione di tutte le Borse del globo. E nove volte più grande del Pil del mondo intero. È vero che il reale rischio, cioè il valore netto, è molto inferiore. Ma queste cifre restano enormi, troppo scollate dall'economia reale.
Ovvio che non tutti i derivati siano meri strumenti per speculare. Anzi, si tratta in realtà di contratti che sono stati inventati con uno scopo nobile: gestire i rischi.

La stragrande maggioranza di questi strumenti, pari a 504mila miliardi di dollari, è costruita su tassi d'interesse: serve dunque a chi vuole trasformare un finanziamento a tasso fisso in variabile, o viceversa.
Il resto è dato da

derivati su valute (63mila miliardi),

su azioni (6mila) e

su materie prime (3mila).

Ci sono poi i credit default swap (che valgono 28mila miliardi di valore nominale): si tratta di polizze assicurative, usate dagli investitori per coprirsi dal rischio di fallimento di qualunque debitore al mondo. Insomma: non esistono derivati "cattivi". Cattivo, però, può esser l'uso che viene fatto.




Finanza distorta
I derivati di tasso (interest rate swap) sono per esempio finiti in molte inchieste della magistratura: l'accusa, molto spesso, è che le banche li abbiano venduti a Enti locali o a Casse previdenziali facendo "la cresta" con costi occulti. Insomma: aiutavano Comuni e Regioni a trasformare un mutuo o un bond da tasso fisso a variabile, ma nel frattempo si intascavano decine di milioni di euro a sbafo.

Ma i più bersagliati dalle critiche sono i credit default swap: perché da strumenti di gestione dei rischi sono diventati mezzi per speculare. Lo dimostra il fatto che troppo spesso esistono più Cds che debiti da assicurare: il gruppo francese Carrefour, prendendo un nome a caso, ha 13 miliardi di euro debiti (dato di Bloomberg) e 28 miliardi di dollari di Cds lordi (dato Dtcc).
Ovvio che tutto questo non va bene. I derivati sono tutti scambiati over-the-counter, cioè fuori da qualsiasi Borsa regolamentata. Sguazzano nell'opacità più totale: solo le grandi banche americane, che controllano circa la metà dell'intero mercato, sanno veramente cosa ci sta dietro. Loro da questa opacità guadagnano (anche se a volte cascano come JP Morgan). Per questo si sono sempre opposte a vere regole stringenti, facendo leva sulle debolezze del mondo politico più attento agli interessi delle lobby che a quelli dei cittadini.

E così siamo arrivati al 2012, con l'ennesimo scandalo. Con gli ennesimi scandalizzati e con le ennesime richieste di regole.
Il deja vu continua...
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tontolina

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JP Morgan, i vertici ordinavano l'aumento di operazioni a rischio

NEW YORK - Non finirà presto, né facilmente. Lo shock delle perdite da trading sui derivati di JP Morgan ha aperto un vaso di Pandora, per la banca e la finanza: la catena di responsabilità dentro il colosso americano minaccia di allungarsi rapidamente, salendo fino ai vertici. Sotto accusa il rispetto delle norme di disclosure, di tempestiva comunicazione agli investitori delle perdite, la cui violazione comporta sanzioni.
È questo, stando a indiscrezioni, il filone di indagine seguito dalle autorità mobiliari della Sec americana e della Fsa britannica. E ieri è venuto alla luce che la forte spinta agli hedge aggressivi e rivelatisi disastrosi - a colpi di centinaia di milioni di perdite al giorno nel giro di due settimane - durava da mesi e arrivava direttamente da top executive.
JP Morgan,
la maggior banca americana per asset e tra i protagonisti del mercato ancora oscuro e poco regolamentato dei derivati, aveva difeso un privilegio raro: quello d'essere uscita dalla precedente crisi intatta, senza trimestri in rosso e gravi scottature da speculazioni andate male.
Una posizione invidiabile che dava credibilità anche agli sforzi della banca di moderare la spinta alla riforma finanziaria: la Volcker Rule, che vieterà il trading per conto proprio dei grandi istituti e dovrebbe emergere a luglio, come limiti all'esposizione a singole controparti e controlli su un universo globale dei derivativi da 647.000 miliardi di dollari.
Oggi l'ammirazione per quel manto di invincibilità è ricordo del passato. Ha lasciato spazio, a Wall Street in attesa di una nervosa riapertura domani dopo le pesanti perdite sui titoli finanziari già venerdì, è ben diversa: se persino JP Morgan e il suo amministratore delegato Jamie Dimon non riescono, volenti o nolenti, a gestire questi rischi, chi può riuscirvi? Le banche troppo grandi per fallire sono forse troppo grandi e pericolose da guidare senza stringenti normative.

JP Morgan aveva citato tra le sue obiezioni proprio la possibilità che il suo Chief Investment Office, la divisione che ha gestito le catastrofiche scommesse, venisse imbrigliata nei suoi indispensabili hedge dalle riforme. Ma una ricostruzione del Wall Street Journal ha rivelato che la vicenda dietro al CIO è ben più complessa e controversa. La divisione gestisce hedge prudenziali e anche manovre su un portafoglio titoli da 374 miliardi. Da mesi i vertici di JP Morgan ordinavano di aumentare le operazioni di hedge.
L'obiettivo, ufficialmente virtuoso, era rientrare da un'esposizione considerata eccessiva sui mercati del credito in balia della crisi europea. Ma la pressione dall'alto spinge ora a cercare di scoprire chi sapeva e approvava delle specifiche strategie adottate. Della grande, esagerata, partita giocata in particolare da Londra su un indice legato al credito aziendale. E che punto il passivo sia diventato tale da richiedere la comunicazione agli investitori.
Le perdite si sono gonfiate nel'arco di soli 15 giorni, al ritmo stratosferico quotidiano di 153 milioni in media. Di sicuro la tensione era salita dentro la stessa banca: il board si e' riunito ripetutamente nelle ultime settimane. E Dimon, finora re di Wal Street, non e' piu' stato intoccabile: non e' stata discussa una sua rimozione da Chief executive, ma e' stata considerata una stretta sui controlli interni. Gli incontri si sono moltiplicati dopo il 13 aprile, quando le perdite sono lievitate oltre i 200 milioni al giorno.
Squadre di ispettori interni hanno cominciato a esaminare le strategie e trovare errori e disattenzioni nelle operazioni di hedging. Nel mirino sono finiti, oltre al trader Bruno Iksil, il responsabile dell'ufficio di Londra del CIO, Achilles Macris, e il capo della divisione, Ina Drew, che aveva cercato di minimizzare la crisi. Una crisi che venerdi' ha gia' portato il titolo JP Morgan a perdere 14,4 miliardi di capitalizzazione in Borsa, con i volumi di scambi piu' elevati dal 1984. E ha spinto Fitch a declassare la banca, citando problemi di reputazione e governance, e Standard & poor's a minacciare a sua volta un prossimo taglio del rating.
 

tontolina

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Strumenti ancora utili, il problema è nell'abuso

Le perdite da almeno 2 miliardi di dollari della JP Morgan su posizioni in credit default swap sono uno shock non solo per le dimensioni ma per un'amara verità: neppure una delle più grandi banche al mondo, superdotata in fatto di expertise, mezzi, tecnologie e controlli interni, è riuscita a evitare l'uso spregiudicato ed eccessivo dello strumento derivato. Jamie Dimon sfoggiava il risk management della sua banca come un fiore all'occhiello: eppure non è riuscito a rendersi immune dai rischi oscuri dei derivati over-the-counter. Barings si è accartocciata su se stessa per colpa dei derivati di un solo operatore, Société Générale, un tempo considerata la prima banca al mondo in derivati sulle azioni, ha scosso la Francia con il buco da 4,9 miliardi di euro del trader Kerviel. Ora JP Morgan. Se questo è quanto accade nelle più blasonate istituzioni finanziarie del mondo, non può che preoccupare la gestione a livello di istituzioni piccole, medie e medio-piccole degli oltre 650 mila miliardi di dollari di valore nozionale dei derivati: anche se il valore dell'esposizione, calcolato tenendo conto del netting delle posizioni e guardando ai flussi dei pagamenti e non allo stock del nominale, si riduce notevolmente. Questi strumenti non sono cattivi per definizione ma può essere cattivo l'uso e l'abuso che se ne fa: i sistemi dei controlli interni ed esterni, la regolamentazione a livello nazionale e internazionale, la standardizzazione dei prodotti e l'avvio delle clearing houses con versamento di margini per neutralizzare il rischio-controparte, devono essere rafforzati e revisionati. In fretta. La crisi del debito sovrano europeo ha già un effetto estremamente destabilizzante sui mercati e qualsiasi bolla sui derivati, con il suo effetto moltiplicatore, va sgonfiata sul nascere.
da Strumenti ancora utili, il problema è nell'abuso - Il Sole 24 ORE
 

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JP MORGAN E IL BUCO DEL DERIVATO GROVIERA!

Scritto il 11 maggio 2012 alle 08:40 da icebergfinanza

Come avete visto in questi anni e nei giorni scorsi il sistema finanziario mondiale è in buona parte sostanzialmente fallito tenuto in piedi dai soldi delle singole nazioni, dalle banche centrali e da artifici contabili che nascondono la realtà.
In fondo loro sanno che qualunque cosa accadda interverrà la Fed o il governo per salvare le loro idiozie finanziarie e purtroppo come abbiamo visto ieri siamo in mano a una banda di pericolosi psicopatici che svoltolano carta giocando con il destino!
Come ho scritto due anni fa vediamo se l’inutile SEC dorme ancora …
Alcuni simpatici ragazzi che scrivono sul Wall Street Journal, in un articolo dal titolo THE SEC VS GOLDMAN sempre sull‘affaire “ABACUS 2007″ hanno scritto ieri che la vicenda Goldman & Company, in fondo non è altro che un ” More a case of hindsight bias than financial villainy “….una sorta di caso del senno di poi, piuttosto che uno di scelleratezza finanziaria.
Come spesso sottolineato, l’intreccio perverso politica, finanza e media, in America, in Italia come in tutto il mondo è palesemente ostentato ad ogni occasione.
Questi simpatici ragazzi, ci raccontano che la loro reazione è diversa, se ciò che è uscito sulla vicenda è tutto quello che esiste.
After 18 months of investigation, the best the government can come up with is an allegation that Goldman misled some of the world’s most sophisticated investors about a single 2007 “synthetic” collateralized debt obligation (CDO)?
Dopo 18 mesi di investigazioni, il meglio che al governo può venire in mente è l’argomento secondo cui Goldman avrebbe tratto in inganno gli investitori più sofisticati al mondo su un singolo CDO sintetico nel 2007 ?
Come amava ricordare il premio Nobel, Kenneth Arrow non siamo mai sicuri, in una certa misura siamo sempre ignari!
Prepariamoci perchè purtroppo sarà un maggio intenso altro che euro fu siccome immobile!
Le banche americane ma non solo sono strapiene al terzo livello contabile di questa spazzatura e ora sarà affascinante osservare cosa accadrà sui mercati e dove si dirigerà la caccia alle streghe in attesa che il pusher ovvero la FED torni a rifornire di droga i suoi pargoletti che quotidianamente sniffano cocaina per tradare l’inverosimile!
Ieri è toccato alla polveriera del rischio derivato, la regina dei derivati, quella JPMorgan che da sola in America controlla quasi un terzo del mercato dei derivati …

Sui derivati ormai i lettori di Icebergfinanza sanno tutto, quello che forse non sanno è che ormai hanno raggiunto una dimensione tale che sarà la tomba dell’economia.
New York – JPMorgan Chase ha annunciato di aver perso circa $2 miliardi su un investimento speculativo legato a titoli di credito derivati, per posizioni prese dal suo chief investment officer, piu’ rischiose di quanto preventivato. Il titolo JPMorgan Chase (JPM) ha subito un calo di quasi -7% sotto quota $38 nell’after hours al Nyse di New York. In ribasso tutto il comparto bancario, con vendite su Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs e perdite superiori al 2%. (…) E’ l’ennesima riprova di quanto irresponsabili siano le attivita’ di trading delle grandi banche globali, nonostante la grave crisi finanziaria e poi economica scoppiata nel 2007-2008, oggi giunta quasi al quinto anno. I derivati in questione sono denominati “synthetic credit securities”. La banca e’ stata costretta ad annunciare le perdite in un rapporto alla Sec, nella convinzione che non facendolo le perdite sarebbero state piu’ forti alla fine dell’anno. (…)
Sotto il Chief Executive Officer, Jamie Dimon, la banca ha cominciato a fare scommesse speculative troppo grandi e rischiose col denaro in cassa, hanno testimoniato 5 ex impiegati nel corso di un’indagine svolta quest’anno. “Alcune delle scommesse erano talmente grandi – scrive Bloomberg – che la banca non avrebbe probabilmente potuto uscirne senza perdere soldi o senza provocare scosse sul mercato finanziario”, hanno detto tre ex dirigenti di JPM.
Io mi fermo qui il resto dell’articolo potete leggerlo su WallStreetItalia. La vicenda JPMorgan non mancherà di provocare un piccolo terremoto sul mercato perchè in realtà nessuno sa cosa accade quando all’improvviso qualcun’altro incomincia a smontare un castello di carta! E pensare che c’è ancora qualche fesso che crede che i derivati siano più sicuri dei titoli di stato. Chiedete all’EBA perche’ i derivati non bisogna valutarli al prezzo di mercato mentre i titoli di stato si!
Ah dimenticavo vediamo sino a quando DB riesce a nascondere tutto sotto la gonna di Angelina!
Houston chiama base…abbiamo un problema! Le banche o si lasciano fallire o si nazionalizzano e si tolgono di mezzo questi psicopatici esaltati che giocano con i soldi altrui.
Attendo con ansia ora i menestrelli accademici del libero mercato… i derivati sono una cosa buona e giusta, ci proteggono dal rischio, basta saperli usare! Idioti A questi del rischio non importa nulla i derivati li usano solo per fare miliardi dal nulla!
 

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La banca del buco

13/05/2012 - Jp Morgan piange per i due miliardi di perdite: a rischio i bonus?

La banca del buco



le operazioni della ‘Balena di Londra’ stavano per causare una maxi-perdita che potrebbe salire a tre miliardi, e secondo qualcuno sollevare il velo su operazioni spericolate che sono pratica frequente nei grattacieli di New York, Londra e altre capitali finanziarie.
 
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tontolina

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JPMorgan: si dimettono top manager dopo maxi-perdite

(AGI) - New York, 14 mag. - Tre top manager di JPMorgan Chase, tra cui Ina Drew, chef investment officer, si dimettono dopo la maxi-perdita di oltre 2 miliardi di dollari, legata ai trade sui derivati. Lo rivelano fonti vicine alla banca. La Drew e' uno dei maggiori top manager dell'azienda. Anche Achilles Macris e Javier Martin Arajo hanno chiesto di andarsene. E' stato proprio l'ufficio della Drew a causare la maxi-perdita.
Nelle scorse settimane la Drew ha ripetutamente offerto le sue dimissioni.
 

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mentre le perdite aumentano da 2 a 3 MLDI



Jp Morgan,capo investimenti Drew lascia dopo perdite 3 mld dlr

lunedì 14 maggio 2012 16:45



[-] Testo [+]

LONDRA/NEW YORK, 14 maggio (Reuters) - JPMorgan Chase & Co ha sacrificato il responsabile investimenti Ina Drew in risposta alle perdite di trading che potrebbero raggiungere o superare i 3 miliardi di dollari e che hanno macchiato l'elevata reputazione del Ceo della banca Jamie Dimon.
Drew, considerata dai mercati una delle maggior manager dei rischi di bilancio, andrà così in pensione dopo 30 anni di lavoro e dopo che negli ultimi due anni ha guadagnato 15 milioni di dollari.
Drew verrà sostituita da Matt Zames, mentre Daniel Pinto, attuale co-head del global fixed income con Zames, diventerà l'unico responsabile del gruppo.
Jp Morgan la scorsa settimana ha reso noto di aver patito perdite sull'attività di trading di almeno 2 miliardi di dollari, a causa del fallimento della strategia di hedging.
(Redazione Milano, [email protected], +39 02 66129504, Reuters messaging: [email protected]) Sul sito Reuters.com altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su Reuters Italia (@reuters_italia) su Twitter
 

great gatsby

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Jp Morgan: Obama, applicare subito riforma Wall Street
14 Maggio 2012 - 18:41
(ASCA-Afp) - Washington, 14 mag - ''Quanto accaduto rafforza la convinzione di quanto importante portare a termine la la riforma di Wall Street'', cosi' Jay Carney, portavoce della Casa Bianca,commentando il caso della banca Usa Jp Morgan che ha accumulato perdite per 2 miliardi di dollari su strumenti finanziari derivati.

''I lobbisti di Wall Street hanno speso milioni e milioni di dollari per annacquare la riforma, ritardarla e rendere inefficace le nuove regole'' ha proseguito Carney, ''questo spiega quanto il presidente Barack Obama avesse ragione nell'intraprendere questa battaglie e quanto sia necessario che la riforma sia applicata''.

red/



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