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Claire

ἰοίην
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:nnoo:

Rimedio :-o

Sera di febbraio (Umberto Saba)

Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s'allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
Della morte che, in fine, aiuta a vivere.
 

Claire

ἰοίην
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Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l'aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s'arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori

(Eugenio Montale)
 

Claire

ἰοίην
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Carnevale

(Gianni Rodari)

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:
sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi
“Colombina,” dice, “mi sposi?”
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne da niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: “E’ Carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.”
 

Claire

ἰοίην
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Viva i coriandoli di Carnevale

(Gianni Rodari)

Viva i coriandoli di Carnevale,
bombe di carta che non fan male!
Van per le strade in gaia compagnia
i guerrieri dell’allegria:
si sparano in faccia risate
scacciapensieri,
si fanno prigionieri
con le stelle filanti colorate.
Non servono infermieri
perchè i feriti guariscono
con una caramella.
Guida l’assalto, a passo di tarantella,
il generale in capo Pulcinella.
Cessata la battaglia, tutti a nanna.
Sul guanciale
spicca come una medaglia
un coriandolo di Carnevale.
 

Claire

ἰοίην
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Scherzi di Carnevale

(Gianni Rodari)

Carnevale,
ogni scherzo vale.
Mi metterò una maschera
da Pulcinella
e dirò che ho inventato
la mozzarella.
Mi metterò una maschera
da Pantalone,
dirò che ogni mio sternuto
vale un milione.
Mi metterò una maschera
da pagliaccio,
per far credere a tutti
che il sole è di ghiaccio.
Mi metterò una maschera
da imperatore,
avrò un impero
per un paio d’ore:
per volere mio dovranno
levarsi la maschera
quelli che la portano
ogni giorno dell’anno…
E sarà il Carnevale
più divertente
vedrer la faccia vera
di tanta gente.
 

Claire

ἰοίην
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Il vestito di Arlecchino

(Gianni Rodari)

Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
“Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene li mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!”
 

Claire

ἰοίην
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Stai con me, è presto e poi che fretta c'è
anche se fuori dall'auto già piove da un'ora
e sale piano la voglia di una casa,
una candela da accendere
e poi spegnere.

Come un'illusione dopo fiumi di rancore
tu sei dentro quella vita che vorrei.
Splendida visione in un deserto di dolore
ho già i brividi se penso che ci sei.

Scaldami ed io poi farò lo stesso,
prendimi io sono indifeso adesso.
E parlami di te: la vita che sognavi
era questa, insieme a me, oppure no?
Non dirmelo.

E come un'illusione dopo fiumi di rancore
tu sei dentro quella vita che vorrei.
Splendida visione in un deserto di dolore
ho già i brividi se penso che ci sei.

Parlarti ancora mentre il mondo affiora,
dirti che non sei sola e lo sai.
La tua pelle ora, tutto il resto vola...
E nel niente solo noi...
Lontana una luce dà poesia:
non andar via.

Come un'illusione dopo fiumi di rancore
tu sei dentro quella vita che vorrei.
Splendida visione in un deserto di dolore
ho già i brividi se penso che ci sei.

Parlarti ancora mentre il mondo affiora,
dirti che non sei sola e lo sai.
La tua pelle ora, tutto il resto vola...
E... ah ah ah, ari ari ari
[sfumando]
E... ah ah ah, ari ari ari

[ame=http://www.youtube.com/watch?v=8IGHiyL-aNc]Nek - Notte di febbraio (video clip) - YouTube[/ame]
 

Claire

ἰοίην
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15 febbraio, compleanno di Patatina77 e festa dei Santi patroni di Brescia: Faustino e Giovita :-o



S. Faustino e S. Giovita, originari di Brescia, sono i patroni della città e si festeggiano il 15 febbraio, giorno nel quale si svolgono numerose manifestazioni tradizionali, tra cui una famosa e storica fiera popolare.

Essi erano figli di una nobile famiglia pagana di Brescia. La storia della loro vita e la testimonianza del loro martirio è narrata nella "Leggenda Maior" che racconta come presto entrarono a far parte dell'ordine equestre e divennero cavalieri.

Inseriti in una posizione di rango nella provincia dell'antico Impero Romano, furono convertiti, in seguito ad una lunga frequentazione, dal vescovo Apollonio, anch'egli destinato poi alla santità. Fu proprio Sant'Apollonio a battezzarli ed accoglierli nella comunità dei primi cristiani bresciani.

Subito attivi con la predicazione e l'esempio nell'evangelizzazione delle terre bresciane, crebbero nella fiducia del vescovo Apollonio, che nominò Faustino presbitero e Giovita diacono.

L'efficacia della loro azione apostolica della loro predicazione sollevò l'avversità dei pagani, tra cui molti potenti della città che temevano la diffusione del Cristianesimo, tanto più se promossa anche negli ambienti di elevata posizione civile e militare.

Fu così che alcuni prestigiosi personaggi cittadini invitarono Italico, allora governatore della Rezia, a fare definitivamente tacere i due, invocando il mantenimento dell'ordine pubblico e l'attuazione delle direttive imperiali di Traiano, che aveva espressamente ordinato l' inizio della terza tremenda persecuzione.

La morte di Traiano ritardò tuttavia la repressione del governatore, che attese la visita del nuovo imperatore Adriano a Milano per denunciare i due predicatori come nemici dell'impero e della religione pagana.

L'imperatore ordinò a Italico di procedere nella persecuzione, intenzionato a mantenere in tutte le province romane l'assoluta obbedienza religiosa agli dei da cui traeva autorità e rispetto.

Italico chiese subito a Faustino e a Giovita di rinnegare la loro fede e di sacrificare agli dei, sotto la minaccia della decapitazione. Il fermo rifiuto dei due ne produsse l'immediata carcerazione.

L'imperatore Adriano, al ritorno da una campagna militare nelle Gallie, si fermò a Brescia e Italico lo chiamò ancora ad occuparsi dei due cavalieri cristiani.

Adriano stesso impose a Faustino e Giovita l'atto di devozione al dio Sole. L'ara sacrificale di questa divinità è ancora oggi conservata all'interno del complesso monastico medioevale di Santa Giulia.

I due eroici giovani, non solo si rifiutarono, ma reagirono addirittura colpendo la statua del dio pagano. L'imperatore ordinò perciò che fossero dati in pasto alle belve del circo, ma le bestie feroci restarono mansuete ai piedi dei santi che, a gran voce, invitarono alla conversione gli spettatori del macabro spettacolo. Il miracolo accaduto nel circo spinse così molti bresciani a proclamare la loro fede a Cristo, tra cui persino la moglie del governatore Italico, Afra. Questa coraggiosa donna sceglierà la fedeltà a Cristo, che la condurrà fino al martirio e alla gloria degli altari.

Gli esempi e la fermezza di Faustino e Giovita condussero persino alla conversione di Calocero, ministro del palazzo imperiale, che rivestiva anche il ruolo di comandante della corte pretoria. L'imperatore sentì in pericolo la sua stessa autorità e ordinò che i giovani fossero scorticati vivi e messi al rogo.

Il martirologio narra come il fuoco non riuscì nemmeno a lambire le vesti dei testimoni della fede e le conversioni in città ebbero ancora più larga diffusione, tanto che Adriano decise di portare i giovani via da Brescia.

Nel corso della prigionia a Milano le torture procedettero incessanti e tremende, accanto al verificarsi di eventi miracolosi, quali la prodigiosa uscita dal carcere per l'incontro e il battesimo di san Secondo. Ai due venne inflitta anche, per spregio e umiliazione alla loro qualifica di cavalieri, il supplizio dell'eculeo, macchina di sofferenza simile a un cavallo e usata per disarticolare le membra.

Vista l'inutilità di ogni ferocia i due giovani santi vennero trasferiti a Roma, dove furono ancora inutilmente offerti alle belve del Colosseo.

Mandati a Napoli con una nave, placarono una tempesta durante il viaggio.

Le torture continuarono, fino alla decisione di spingerli nel mare su una barchetta che però venne riportata a riva dagli angeli.

L'imperatore ordinò allora di chiudere definitivamente la questione con la condanna a morte, a Brescia, mediante decapitazione. Il prefetto imperiale, appena nominato, fece così decapitare i due giovani eroi cristiani il 15 febbraio, poco fuori di porta Matolfa.

La sepoltura avvenne così fuori dalle mura cittadine, nel vicino cimitero di San Latino, luogo in cui il vescovo Faustino, altro personaggio destinato a dare onore allo stesso nome, successivamente fece edificare la chiesa di S. Faustino ad sanguinem. Egli ordinò pure la costruzione della chiesa di Sant'Afra, che oggi è intitolata a Sant'Angela Merici.

Le sante reliquie sono oggi conservate nella basilica dedicata ai due martiri.

Le tradizionali raffigurazioni dei due santi presentano i giovani in veste militare romana, spesso con la spada in un pugno e la palma del martirio nell'altra. Altre raffigurazioni li mostrano in vesti religiose, Faustino da presbitero, Giovita da diacono.

L'esistenza dei due giovani cavalieri, convertiti al cristianesimo dai primi evangelizzatori delle terre bresciane è storicamente certa. La loro morte viene fatta risalire agli anni tra il 120 e il 134, al tempo di Adriano. Tuttavia nulla prova che egli abbia mai avuto occasione di incontrarli, anche se certamente non intervenne per impedire i numerosi episodi delle persecuzioni che ebbero luogo nel vano tentativo di fermare la diffusione di una fede che l'impero riteneva avversa alle istituzioni.

Il culto dei santi Faustino e a Giovita si diffuse verso l'VIII secolo. Risale a questo periodo la narrazione leggendaria della loro coraggiosa testimonianza. I Longobardi diffusero la devozione per i due santi in tutta l'Italia, in particolare a Viterbo.

Brescia confermò con maggior forza il patronato dopo la prodigiosa apparizione dei due santi sulle mura della città, nel corso dei decisivi combattimenti che portarono i milanesi a levare un feroce assedio, il 13 dicembre 1438.
 

Claire

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La Candelora, 2 febbraio


La Candelora, collocata a mezzo inverno nel tempo astronomico, coincide nel ciclo agreste/vegetativo con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera; il più famoso detto popolare a riguardo infatti recita:

"Quando vien la Candelora
de l'inverno semo fora;
ma se piove o tira il vento
de l'inverno semo dentro."

Questo sta a indicare che se il giorno della candelora si avrà bel tempo, si dovranno aspettare ancora diverse settimane perchè l'inverno finisca e giunga la primavera. Al contrario, se alla candelora fa brutto, la primavera sta già arrivando.

E' quindi un momento di passaggio, tra l'inverno/buio/"morte" e la primavera/luce/risveglio. Questo passaggio viene celebrato attraverso la purificazione e la preparazione alla nuova stagione.

Radici della Candelora

Candelora è il nome popolare (deriverebbe dal tardo latino "candelorum", per "candelaram", benedizione delle candele) attribuito dai cristiani alla festa celebrata il 2 di febbraio in ricordo della presentazione di Maria al tempio quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Questo in quanto per gli ebrei, dopo il parto di un maschio, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni.

Le origini di questa festa sono però precedenti e sono riscontrabili, in diverse forme ma tutte con lo stesso significato, in varie parti d'europa.

Andando indietro nel tempo, in italia, a Roma, risaliamo ai Lupercalia che si celebravano alle Idi di febbraio, per i romani l’ultimo mese dell’anno, che servivano a purificarsi prima dell'avvento dell'anno nuovo e a propiziarne la fertilità.

In questa celebrazione, dedicata a Fauno Lupercus, due ragazzi di famiglia patrizia venivano condotti in una grotta sul palatino, consacrata al Dio, al cui interno i sacerdoti, dopo aver sacrificato delle capre, segnavano loro la fronte con il coltello tinto del sangue degli animali. Il sangue veniva poi asciugato con della lana bianca bagnata nel latte, e subito i due giovani dovevano sorridere.
A quel punto i due ragazzi dovevano indossare le pelli degli animali sacrificati; con la medesima pelle venivano quindi realizzate delle striscie (dette februa o anche amiculum Iunonis) da usare a mo' di fruste. Così acconciati e con le strisce in mano, i due giovani dovevano correre attorno alla base del Palatino percuotendo chiunque incontrassero, in particolare le donne che si offrivano volontariamente ad essere sferzate per purificarsi e ottenere la fecondità.

Un'altro momento particolare della festa era la 'februatio', la purificazione della città, in cui le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce.

Per le tradizioni celtiche questa ricorrenza viene chiamata invece Imbolc (da imbolg - nel grembo) e risulta particolarmente legata alla triplice Dea Brigit (o Brigid), divinità del fuoco, della tradizione e della guarigione; anche questa festa venne poi trasformata in età cristiana e il ruolo della Dea affidato alla figura di santa Brigida, a cui vengono attribuite tutte le caratteristiche della divinità, in particolare quella del fuoco sacro.

Sempre in merito alle origini italiche della Candelora, nel "Lunario Toscano" dell'anno 1805 si ritrova questo testo: "La mattina si fa la benedizione delle candele, che si distribuiscono ai fedeli, la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume dei gentili, che in questo giorno in onore della falsa dea Februa con fiaccole accese andavano scorrendo per le citta', mutando quella superstizione in religione e pieta' cristiana".

Per la cronaca, i gentili erano i pagani e la Dea Februa era Iunio Februata (Giunone purificata), che veniva celebrata a Roma alle Calende di febbraio. Quindi, la purificazione di Maria fu fatta coincidere (per sostituirsi poi del tutto o quasi) con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali. L’usanza di benedire le candele pare invece essere di origine francese e successiva alla processione (è documentata a Roma tra IX e X sec.)

L'orso della Candelora

La Candelora in alcuni luoghi viene chiamata "Giorno dell'orso". In questo particolare giorno, l'orso si sveglierebbe dal letargo e uscirebbe fuori dalla sua tana per vedere come e' il tempo e valutare se sia o meno il caso di mettere il naso fuori. Un proverbio piemontese in questo senso recita:

"se l'ouers fai secha soun ni,
per caranto giouern a sort papì"

Ovvero, se l'orso fa asciugare il suo giaciglio (cosa che starebbe a indicare tempo bello per quel giorno) per quaranta giorni non esce più.

Un altro proverbio simile al primo, ma meridionale in questo caso, sostiene che se il due Febbraio il tempo è buono, l’orso ha la possibilità di farsi il pagliaio e quindi l’inverno continua.

L'orso era anche protagonista di alcuni riti rurali del mese di febbraio, collocati nel ciclo agreste/vegetativo: al termine di una caccia simulata, l'orso viene catturato e portato all’interno del paese dove viene fatto oggetto di dileggi e di scherzi. L'epilogo può variare dall'"uccisione" dell'orso alla sua liberazione/fuga e ritorno alla natura. La figura dell’orso è rivestita da qualcuno del luogo che non deve essere riconosciuto fino alla fine della rappresentazione rituale.

A Mentoulles nel periodo di Carnevale, un uomo veniva mascherato da orso e tirato con una catena o una corda per le strade, dove veniva schernito e bastonato.

A Volvera invece (sempre nel periodo di carnevale) un personaggio mascherato da orso apriva la sfilata in costume, e in questa "rappresentazione" veniva mostrato pure il giaciglio asciutto dell'orso (riallacciandosi al proverbio precedentemente citato).

A Urbiano si celebra la "festa dell'orso": qualche giorno prima della ricorrenza, i cacciatori con il volto annerito, andavano alla ricerca dell'orso, che (rappresentato da un uomo travestito) veniva immancabilmente trovato la sera della vigilia. Cacciatori, "orso", e domatore visitavano le stalle e le osterie con il pretesto di spaventare la gente (e le ragazze) si lasciavano andare a trasgressive bevute. Il giorno dopo, l'orso compariva in paese e, dopo aver fatto il giro della borgata, ballava con la ragazza più bella prima di scomparire per ritrasformarsi in uomo.

Questa festa ricorre non solo in piemonte e nelle zone dell'arco alpino, ma anche in altre regioni (e nazioni); in tempi più remoti l'orso della festa era vero, portato in giro da un montanaro/domatore che andava da un paese all'altro facendo ballare l'orso nelle piazze. In seguito questo uso scomparve e in alcuni paesi, per mantenere la tradizione, l'orso fu sostituito da una persona appositamente mascherata che ripeteva la stessa pantomima.

A Putignano, in puglia, chi impersonificava l'orso girava per le vie del paese, fermandosi nelle piazze: lì, al suono di tamburi, si metteva a ballare la tarantella, tra i presenti disposti in cerchio che battevano le mani a tempo e lo punzecchiavano e colpivano con qualche sberla. A volte, a seconda del tempo, l’orso imitava o no l’atto del costruire il suo rifugio (u pagghiar’).

Questi riti riproponevano comunque una tradizione antica che celebrava la festa del ritorno della luce e della bella stagione, con la sconfitta delle forze del buio e del freddo. Nello svolgimento di questi riti traspare la simbologia dell'orso (che con l'inverno va in letargo e si risveglia a primavera), interprete della forza primitiva della natura. L'orso può anche essere accostato alla figura dell'"uomo selvaggio". In entrambe le raffigurazioni rappresenterebbe comunque il binomio natura - uomo.


Curiosità d'oltreoceano

Per gli americani è invece la marmotta a "decretare" l'arrivo o meno della primavera. Il 2 febbraio viene chiamato il "giorno della marmotta" e, in particolare, un paese chiamato Punxsutawney, a nord di Pittsburgh in Pennsylvania, ospita il Groundhog Day (giorno della marmotta - usato come sfondo per un noto film con Bill Murray). In questo giorno, una marmotta chiamata Punxsutawney Phil è al centro di una rappresentazione in cui viene fatta uscire dalla sua tana e se vede la sua ombra, l’inverno continuerà per altre sei settimane.
 

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