L'angolo della poesia (2 lettori)

Claire

ἰοίην
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Il mondo dei sogni
Questa sera la luna dentro il mare
cadrà come una perla pesantissima.
E giocherà sopra di me la folle,
la folle luna.

Si frangerà l’onda color rubino
sui miei piedi spargendo mille stelle.
Le mie mani saranno diventate
due colombelle:

e saliranno – due uccelli d’argento –
a riempirsi di luna – come coppe
e di luna le spalle e i capelli
m’irroreranno.

Il mare è un oro fuso. Metterò
in una barca il mio sogno affinché
veleggi. Chiara, diamantina ghiaia
calpesterò.

Quando la luce l’attraverserà
sarà perla pesante il mio cuore.
E riderò. E piangerò…
Ma guarda, ecco,
ecco la luna!

Kostas Kariotakis
 

samir

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Eccolo, ero morto?, sui


bastioni del Vascello - irreali


come quest’aria che non conosco da piccolo,


o questa lingua di italici


pagani o servi di chierici - i bui


festoni dei glicini. Il quartiere ricco


n’è pieno, dappertutto. Spiccano


viola nel viola delle nuvole e dei viali.


Assurdo miracolo, per un’anima


per cui contano, gli anni,


che sono stati per lei ogni volta immortali.


Questi che ora nascono, sono


i glicini morti, non i loro figli barbarici


- dico barbarici se cupamente nuovo


è il loro essere, muto il loro monito...






Ma lo ripeto: non sono vergini


alla vita, sono dei calchi funerei,


che imitano la barbarie del dire


senza ancora possedere


parola, puro viola sopra il verde...


Io ero morto, e intanto era aprile,


e il glicine era qui, a rifiorire.


Com’è dolce questa tinta del cadavere


che copre i muraglioni di Villa Sciarra,


predestinato, prefigurato, alla


fine del tempo che si fa sempre più avido...


Maledetti i miei sensi,


che sono, e sono stati, cosi abili,


ma non mai tanto perché, solo se recenti,


le antiche fioriture non li tentino!






Maledico i sensi di quei vivi,


per cui, un giorno, nei secoli tornerà aprile:


coi glicini, con questi chicchi lilla,


trepidi in carnali file,


quasi senza colore, quasi, direi, lividi...


E tanto dolci, contro i loro muri d’argilla


o travertino, misteriosi come camomilla,


tanto amici per i cuori che nascono con loro.


Maledico quei cuori, che tanto amo,


perché ancora non sanno, non solo


la vita, ma neanche la nascita!


Ah, la vita solo vera, è ancora


quella che sarà: vergine lascia


solo ai nascituri, il glicine, il suo fascino!






E io qui, con questa scheggia


immateriale in cuore, quest’involuta


coscienza di me, che si ridesta a un attimo


della stagione che muta.


Insufficienza ormonica in cui vaneggiano


i sensi? Indebolimento dei battiti


del cuore, o eccesso dei vitali atti


dell’intelligenza? Ah, certo qualcosa


che va in rovina. Questo fiore è segno,


nel mio intimo, del regno


della caducità - della religiosa


caducità - nient’altro.


La sua è una gioia dolorosa,


e, nel dolore di quel lilla quasi bianco,


a esaltarci è la ragione del pianto.






Ma è ridicolo, non posso


straziarmi qui su questa pallida ombra


sia pure stracarica di spasimi,


questa leggera onda


lilla che trapunge il muraglione rosso


con l’impudica ingenuità, l’afasica


festa degli eventi selvaggi!


Non posso: io che da anni prèdico


che tutto ciò non esiste, ch’è atto


di alienata volontà,


di cecità che non conosce altro rimedio


che morire nel cuore


del mondo avuto in dono nascendo,


di incosciente possesso della storia,


di coscienza solamente retorica...






E ora, per un misero glicine


fiorito agli angoli di Monteverde,


son qui a ragionare di sconfitta.


Ma chi è che mi perde?


Dio redivivo, la colpa felice?


Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima


di cosa? D’una storia apocalittica,


non di questa storia. Mi contraddico.


Rendo ridicola una mia lunga passione


di verità e ragione.


Passione... Sì, perché c’è un cuore antico,


preesistente al pensiero:


e un corpo - o fiorente o ferito,


povera vita mai certa davvero


di resistere alla vita informe dei nervi.






Da questo inesprimibile attrito


nasce la prima larva della Passione:


tra il corpo e la storia, c’è questa


musicalità che stona,


stupenda, in cui ciò ch’è finito


e ciò che comincia è uguale, e resta


tale nei secoli: dato dell’esistenza.


II confine tra la storia e l’io


si fende torto come un ebbro abisso


oltre cui talvolta, scisso,


alla deriva, è il glorioso brusio


dell’esistenza sensuale


piena di noi: dinnanzi a questa fisica


miseria non può che ritornare


ogni storico atto irrazionale...






o non so cosa sia


questa non-ragione, questa poca-ragione:


Vico, o Croce, o Freud. mi soccorrono,


ma con la sola suggestione


del mito, della scienza, nella mia abulia.


Non Marx. Solo ciò che ormai è parola


la sua parola muta, non il chiarore,


non il buio che c’è prima, povero glicine!


Quanto in te vive - e in me per te trema -


resta represso gemito


di cui non si sa, di cui non si dice.


Ma è possibile amare


senza sapere cosa questo vuol dire? Felice


te, che sei solo amore, gemello vegetale,


che rinasci in un mondo prenatale!






Prepotente, feroce


rinasci, e di colpo, in una notte, copri


un’intera parete appena alzata, il muro


principesco d’un ocra


screpolato al nuovo sole che lo cuoce...






E basti tu, col tuo profumo, oscuro,


caduco rampicante, a farmi puro


di storia come un verme, come un monaco:


e non lo voglio, mi rivolto - arido


nella mia nuova rabbia,


puntellare lo scrostato intonaco


del mio nuovo edificio.


Qualcosa ha fatto allargare


l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,


inaridito, riaperto le ferite...






Un mostro senza storia,


feroce della ferocia barbarica


che compie le sue persecuzioni


nella stampa libera, nei miti confessionali,


brucia passioni, purezze, dolori,


che accetta la morte con crudeltà quasi ironica,


suo malgrado stoica, che non ha religione


se non quella di imporne una legale


con le sue regole, che non ha amore


se non quello che vuole


tutti uguali, nel bene e nel male,


che non conosce pietà,


perché per ognuno il conquistare


la vita è una tacita scommessa che lo fa


cieco padrone di tutto ciò che sa:






tutto questo ho trovato


nascendo, e subito mi ha dato dolore:


Ma un dolore glorioso, quasi, tanto


m’illudevo che il cuore


potesse trasformare ogni dato,


dentro, in un amore unificante:


da Cristo a Croce, che cammino consolante!


E poi, la speranza della Rivoluzione.


E ora eccomi qui: ricopre il glicine


le rosee superfici


d’un quartiere ch’è tomba d’ogni passione,


agiato e anonimo, caldo


al sole d’aprile che lo decompone.


Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo


più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro...






Altre mode, altri idoli,


la massa, non il popolo, la massa


decisa a farsi corrompere


al mondo ora si affaccia,


e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video


si abbevera, orda pura che irrompe


con pura avidità, informe


desiderio di partecipare alla festa.


E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.


Muta il senso delle parole:


chi finora ha parlato, con speranza, resta


indietro, invecchiato.


Non serve, per ringiovanire, questo


offeso angosciarsi, questo disperato


arrendersi! Chi non parla, è dimenticato.






Tu che brutale ritorni,


non ringiovanito, ma addirittura rinato,


furia della natura, dolcissima,


mi stronchi uomo già stroncato


da una serie di miserabili giorni,


ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,


profumi vergine sul mio eclissi,


antica sensualità, disgregata, pietà


spaurita, desiderio di morte...






Ho perduto le forze;


non so più il senso della razionalità;


decaduta si insabbia


- nella tua religiosa caducità –


la mia vita, disperata che abbia


solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia.






Pier Paolo Pasolini Il glicine in La religione del mio tempo (1961),
 

popov

Coito, ergo cum.
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Ad Sextum Lapidem
Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re.

Il pettirosso prova le sue ali.
Non conosce la via,
ma si mette in viaggio verso una primavera
di cui ha udito parlare.

(Emily Dickinson)
 

Claire

ἰοίην
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Il mondo dei sogni
È tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

(Pigre divinità e pigra sorte)

Addio Patrizia Cavalli
 

Ignatius

sfumature di grigio
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Via Lattea
Ho fatto un esperimento scientifico.

Ho viaggiato sui mezzi pubblici milanesi (MM3 e MM5) ostentando il kindle dal quale era evidente che stavo leggendo un libro di poesie.

Ebbene, nessuna delle donne cui ero seduto a fianco mi ha molestato o corteggiato o rivolto la parola.

Con la Poesia non si cucca. Che mondo schifoso.

[Antologia di Spoon River]

Lo devo scrivere anche nella recensione su Amazon? :mumble:
 

samir

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Ho fatto un esperimento scientifico.

Ho viaggiato sui mezzi pubblici milanesi (MM3 e MM5) ostentando il kindle dal quale era evidente che stavo leggendo un libro di poesie.

Ebbene, nessuna delle donne cui ero seduto a fianco mi ha molestato o corteggiato o rivolto la parola.

Con la Poesia non si cucca. Che mondo schifoso.

[Antologia di Spoon River]

Lo devo scrivere anche nella recensione su Amazon? :mumble:
forse avevi il volumetto sbagliato

Tacete, o maschj, a dir, che la Natura
A far il maschio solamente intenda,
E per formar la femmina non prenda,
Se non contra sua voglia alcuna cura.

Qual' invidia per tal, qual nube oscura
Fa, che la mente vostra non comprenda,
Com' ella in farle ogni sua forza spenda,
Onde la gloria lor la vostra oscura?

Sanno le donne maneggiar le spade,
Sanno regger gl' Imperj, e sanno ancora
Trovar il cammin dritto in Elicona.

In ogni cosa il valor vostro cade,
Uomini, appresso loro. Uomo non fora
Mai per torne di man pregio, o corona.
Leonora della Genga
XIV secolo
 

samir

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1/3da La traversata dell'oasi

Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.



MARIA LUISA SPAZIANI -
(Torino 1924)
 
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