Unicredit (UCG) La nuova colonizzazione finanziaria: i Fondi sovrani (1 Viewer)

tontolina

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Dopo molto tempo questa mattina
ho guardato il grafico di Unicredit e ho notato che dal 9 marzo 2009 ha disegnato un'enorme LINGUA

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tontolina

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LO SCARPARO SI ALLARGA IN UNICREDIT - UN INVESTIMENTO DA 50 MLN ***8364; PER LO 0,26% - LA SUA HOLDING HA OLTRE 250 MLN ***8364; DI CAPITALE - MA NON È L'UNICO, PERCHÉ HANNO INVESTITO IN PIAZZA CORDUSIO ANCHE CALTARICCONE (FUGA DA MPS), CARLO PESENTI, LA FAMIGLIA MARAMOTTI E LEONARDO DEL VECCHIO

- LA QUOTA DEI GRANDI INVESTITORI ARRIVA COSÌ AL 15%: CHE BOLLE IN PENTOLA?...


Ma.Fe. per "Il Sole 24 Ore"
FEDERICO GHIZZONI E GIUSEPPE VITA
Diego della valle

Poco più di 50 milioni di euro per una quota che si aggira intorno allo 0,26 per cento di UniCredit. A tanto ammonta l'investimento di Diego Della Valle per entrare nel salotto buono di Piazza Cordusio, una scelta maturata a inizio anno in occasione dell'aumento di capitale della banca.

L'operazione è stata condotta attraverso la finanziaria Di.Vi., la scatola in cui si trova anche il 53,6% di Tod's, dopo la chiusura del bilancio 2011;
la holding dell'imprenditore marchigiano ieri ha informato che, tramite la società fiduciaria Servizio Italia, ha acquisito 15,25 milioni di azioni UniCredit per un investimento complessivo di 50,1 milioni. Di queste, 7,2 milioni di azioni sono state acquisite tramite partecipazione all'aumento di capitale della banca e 8,05 milioni «operando direttamente sul mercato».
carlo pesenti
DEL VECCHIO

Dunque Della Valle, come si era ventilato a inizio anno, è stato tra i più attivi della fase di riassetto innescata dal maxi aumento di capitale da 7,5 miliardi varato a gennaio da UniCredit.
Un riassetto che - tra i soci italiani - ha visto scendere il peso delle Fondazioni ma salire quello dei privati: oltre all'ingresso di Diego Della Valle, infatti, c'è stato anche quello di Francesco Gaetano Caltagirone, con una quota stimata intorno all'1%, mentre altri soci storici come Carlo Pesenti, la famiglia Maramotti e Leonardo Del Vecchio hanno confermato il proprio sostegno;a proposito di quest'ultimo, è da ricordare che a metà luglio ha ulteriormente ritoccato al rialzo al 2% la propria quota (da un precedente 1,4%), portando così la pattuglia dei grandi soci italiani al 15% del capitale della banca. Per tutti coloro che hanno comprato a inizio anno, la scelta sembra essere stata premiata, visto che dai 2,2 euro di inizio gennaio, quando era partito l'aumento, il titolo staziona oggi stabilmente al di sopra dei tre euro (ieri ha chiuso a 3,35 euro, in aumento dello 0,84 per cento).
FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE

Tornando alle holding di Della Valle - oltre a Di.Vi. c'è anche la Diego Della Valle & C -, oggetto di una recente conversione da sapa in srl con un amministratore unico (lo stesso Della Valle), le ultime tornate assembleari hanno approvato bilanci nel segno della liquidità. In particolare, per quanto riguarda Di.Vi. le disponibilità liquide sarebbero balzate oltre la soglia dei 250 milioni (erano al di sotto dei 100 un anno fa), a conferma della voglia di consolidare le proprie partecipazioni finanziarie da parte dell'imprenditore marchigiano, recentemente salito oltre l'8% di Rcs.
 
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tontolina

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ho guardato il grafico di Unicredit e ho notato che dal 9 marzo 2009 ha disegnato un'enorme LINGUA

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mi chiedevo così tanto per gradire

ma qual'è quell'italiano che sottoscrive queste obbligazioni bancarie subordinate

oltre al grave rischio anche la beffa della minipatrimoniale voluta dal governo Monti a cui si aggiunge la Tobin e l'ulteriore tassazione del 20% su eventuali dividendi [non è detto che ci siano in qunato le obbligazioni sono subordinate]
2 miliardi di nuove obbligazioni per Unicredit e UBI

L’istituto di Piazza Cordusio torna ad emettere bond subordinati dopo mesi di assenza. Buone le richieste soprattutto dall’estero. Sul mercato anche obbligazioni UBI a tre anni



Sorprendenti – fa notare un operatore di Credit Suisse, lead manager del collocamento insieme a Goldman Sachs e la stessa Unicredit – sono state le richieste provenienti dall’estero
 

tontolina

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17 ottobre 2012

Nel 2015 i fondi sovrani avranno in cassa 11mila miliardi $, più del Pil di Germania, Uk, Francia e Italia. Un bene o una minaccia?



Una parte dell'Inter alla Cina.

E poi ci sono le voci che una parte del Milan potrebbe andare alla Russia, o agli Emirati Arabi.

Altre voci avvicinano Mediaset ad Al Jazeera.

Mentre la Fiat tratta per aprire una fabbrica in Russia.

Esempi lampanti sul crescente intreccio tra il capitalismo (dinastico) italiano e i ricchi del Levante.

E non è un caso, perché mentre l'Europa rallenta (alla prese con la farraginosa gestione della crisi dei debiti sovrani e con le difficoltà a modificare trattati che sembrano stati scritti anni luce fa) c'è una parte del mondo dove i soldi continuano a far soldi, e a palate.
Lo dimostrano i dati di crescita dei Fos, meglio conosciuti come fondi sovrani.

Si tratta, in breve, di fondi di investimento pubblici in mano a quegli Stati che generano forti avanzi primari soprattutto grazie a surplus fiscali e a corpose bilance commerciali alimentate dall'export di materie prime. Secondo gli ultimi dati, a fine 2010 si contavano 53 fondi sovrani che vantavano un patrimonio complessivo di 4mila miliardi di dollari.

Ma le prospettive indicano che nel 2015 (quindi fra appena tre anni) questo patrimonio dovrebbe più che raddoppiare e raggiungere circa 10-11 mila miliardi di dollari.
Una cifra clamorosa, che per larga parte proviene dall'Asia (che conta il 37% degli attivi dei fondi sovrani) e dal Medio Oriente (35%).

L'Europa (in particolare grazie al ricchissimo fondo sovrano della Norvegia) è attardata con un totale del 19% ma si attesta su una posizione nettamente migliore rispetto a Nord America, Oceania e America Latina (5%).
La cifra di 11mila miliardi di dollari fa un certo effetto se si guardano i Pil dei Paesi big del pianeta.

Secondo i dati del Fondo monetario internazionale (al 2011) il Prodotto interno lordo dei 27 Stati che compongono l'Unione europea vale 17,6 mila miliardi di dollari, mentre quello degli Stati Uniti è a quota 15. Gli Usa sono l'unico Paese che individualmente batte la potenza di fuoco stimata dei fondi sovrani. Tutti gli altri Paesi perdono il confronto. La Cina vanta un Pil di 7,3 mila miliardi di dollari. Pur ipotizzando una crescita annua del 10% per i prossimi tre anni non arriverebbe agli 11 miliardi a cui puntano i Fos.

Staccato il Giappone, la terza economia del pianeta, con un Pil di 5,8 miliardi e prospettive di crescita basse.
Stupisce anche il fatto che i fondi sovrani in prospettiva avranno un valore superiore a quello delle economie big dell'Ue messe insieme.

La forza di Germania (3,6 mila miliardi di dollari),

Francia (2,7) ,

Regno Unito (2,4)

e Italia (2,2 che nel 2012 dovrebbero diminuire del 2,4% a fronte della recessione in corso) non basterebbe in questo momento a superare il peso atteso di fondi sovrani.


Grazie al crescente surplus fiscale e alla corsa al rialzo dei prezzi delle materie prime (i due punti di forza su cui si reggono i Paesi del Medio Oriente e dell'Asia che gestiscono i primi fondi sovrani del pianeta) i Fos sembrano destinati a fare la voce grossa nella finanza internazionale.
Ed ecco perché chi oggi appartiene alla vecchia annaspante Europa e sta valutando di stringere accordi e sinergie con queste potenze (forse) non sbaglia in un'ottica di globalizzazione economica.

A patto che il fenomeno non diventi dilagante e pericoloso.
I fondi sovrani hanno partecipazioni nel 35,6% delle società quotate a Piazza Affari (102). Per questo motivo la Consob, l'autorità che regolamenta i mercati finanziari italiani, ha detto senza mezze misure che si tratta di «una minaccia per la sicurezza nazionale».
twitter.com/vitolops

17 ottobre 2012




e con la Tobin Tax che succederà?
 

tontolina

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Credito tricolore/ Banche nel mirino dei big stranieri. I conti stimolano gli appetiti esteri


Venerdì, 16 novembre 2012 - 15:07:00



Doppiato lo scoglio dei risultati dei primi nove mesi dell'anno, che quadro emerge per il settore bancario italiano e che prospettive sembrano attendere i principali istituti tricolori alla luce dell'attuale scenario macroeconomico e di politica monetaria nel vecchio continente? Anzitutto a scorrere i dati delle relazioni pubblicate e a guardare la valutazione espressa dai mercati, salta all'occhio come se si tolgono

Intesa Sanpaolo (20,14 miliardi di euro di capitalizzazione)
e UniCredit (19,36 miliardi),
gli istituti italiani più che "pesi piuma" sembrino dei nanetti al confronto con la stazza dei concorrenti europei.


Anche non tenendo conto dei tre "campionissimi" come

Barclays (che ormai viaggi attorno ai 147,6 miliardi di capitalizzazione),

Hsbc (oltre 143 miliardi di euro di capitalizzazione per il maggior istituto del vecchio continente in termini di asset)

e Credit Suisse (sopra i 102,5 miliardi),
i due campioni italiani possono sperare di battersi ad armi pari giusto con

Societe Generale (18,62 miliardi di capitalizzazione),
Credit Agricole (13,78 miliardi)

o Commerzbank (7,31 miliardi) in caso di future operazioni di fusione o acquisizione a livello continentale, mentre in tutti gli altri casi lo scontro sarebbe impari (il Bbva, il più "piccolo" tra le "grandi" d'Europa, capitalizza comunque oltre 28,8 miliardi di euro).


Alle spalle di UniCredit e Intesa Sanpaolo la situazione è ancora più deprimente: Ubi Banca è ormai la terza banca italiana per capitalizzazione con 2,45 miliardi,

avendo scavalcato Mps (2,3 miliardi),
Banco Popolare (1,95 miliardi),
Banca Carige (1,41 miliardi),
Bper (1,36 miliardi),
Popolare Sondrio (1,25 miliardi),

Bpm (1,21 miliardi)

e il Credem (che con 1,08 miliardi chiude la corta classifica di istituti italiani che capitalizzano oltre il miliardo di euro).

Ancora più in giù il Credito Bergamasco (circa 882 milioni),

per poi cadere col Credito Valtellinese, Banco di Sardegna e Banco Desio rispettivamente attorno ai 386, ai 364 e ai 248 milioni.



Bruscolini per istituti delle dimensioni del
Santander (52,41 miliardi),
Bnp Paribas (49,24 miliardi)

o Ubs (43,83 miliardi), c
he con Deutsche Bank (30,33 miliardi)

restano dunque i potenziali predatori nel momento in cui, passata la crisi, dovesse tornare di moda il "risiko" bancario all'interno del vecchio continente.

Prima che ciò avvenga, peraltro, passeranno probabilmente ancora diversi trimestri visto che i conti dei nostri istituti (e di quelli europei) per quanto in progressivo miglioramento mostrano ancora parecchi punti di debolezza, eredità della fase di espansione che ha preceduto al crisi del 2008-2009 e poi del debito sovrano europeo, crisi che ha portato gli istituti a restringere il credito e tagliare la leva finanziaria.
Un processo, quello del deleveraging, che sembra dover durare ancora a lungo visto l'andamento dei crediti deteriorati (ossia in sofferenza, incagliati, o ristrutturati e scaduti/sconfinanti) e il rapporto tra depositi e prestiti.

Se a livello di sistema siamo arrivati a 117,6 miliardi di sofferenze a fine settembre,

le prime sei banche presentavano alla stessa data crediti deteriorati per 113 miliardi di euro, pari all'8,66% dei propri crediti totali.


Via Nazionale sembra per ora escludere un approccio sistemico al problema: non vi è alle porte alcuna "bad bank" sull'esempio di quella spagnola, insomma, ma eventuali interventi mirati banca per banca (anche perché al momento il mercato delle cessioni di portafogli in sofferenze è bloccato).
Nel dettaglio in casa

Intesa Sanpaolo i crediti deteriorati nel complesso valgono 27,266 miliardi (il 7,27% dei 375 miliardi totali), valore in crescita del 20,1% rispetto ai 22.696 milioni del 31 dicembre 2011 (mentre il totale dei crediti è in calo dello 0,5% rispetto alla stessa data),

mentre

per UniCredit siamo a 45,8 miliardi netti (+4,7% rispetto a giugno), l'8,15% rispetto a crediti totali risaliti a 561.875 milioni a fine settembre (con 80,4 miliardi di crediti deteriorati lordi, in crescita di 2,7 miliardi, ossia del 3,5%, rispetto a fine giugno, pari al 14,31% dei crediti totali).
Non stanno messi molto meglio neppure gli altri istituti italiani:

Mps conta 17 miliardi di crediti deteriorati (il 12% circa dei 145 miliardi di crediti totali),

Banco Popolare vede gli attivi deteriorati salire a 15,8 miliardi (il 16,1% dei 98 miliardi di impieghi lordi),

Ubi Banca arriva a quota 7,77 miliardi, pari all'8,19% dei crediti netti,
in casa Bpm i crediti deteriorati sfiorano i 3,88 miliardi (l'11,09% rispetto a 34,95 miliardi di crediti complessivi),
in Carige siamo a 3,2 miliardi lordi (2,37 miliardi netti), pari all'11,2% dei crediti totali (all'8,6% al netto delle rettifiche).




Altro punto dolente è il rapporto depositi/impieghi:

scongiurata la "fuga" dei depositi anche grazie all'intervento della Bce, se Intesa Sanpaolo, indubbiamente la migliore banca italiana al momento, vi è un sostanziale equilibrio (373,4 miliardi di depositi, 374,8 miliardi di crediti),
UniCredit registra 420,37 miliardi di depositi (0,75 volte circa i 561,87 miliardi di impieghi),

Mps vede i depositi scendere sui 135,3 miliardi (0,93 volte i crediti verso clientela),

Banco Popolare è sui 96,57 miliardi (superando dunque i 93,78 miliardi di crediti erogati alla clientela),

Ubi Banca è a quota 56,36 miliardi (meno di 0,6 volte i crediti alla clientela),

Bpm sfiora i 24,55 miliardi di depositi (poco più di 0,7 volte i 39,94 miliardi di crediti),

Carige si ferma a 16,05 miliardi (0,58 volte i crediti verso clientela).




In conclusione, se dai conti è emerso una discreta tenuta dei margini, grazie all'azione di "repricing" attuata dagli istituti, la rischiosità del credito appare ancora elevata, il che, in un mercato che fatica a tornare a ragionare di utili (e di dividendi: certi per Intesa Sanpaolo, probabili per UniCredit, in forse per quasi tutti gli altri istituti italiani) e resta concentrato sugli aggregati patrimoniali e sull'andamento delle ristrutturazioni in corso (che banche d'affari come Morgan Stanley pronosticano essere ben distanti dall'essere terminate e poter anzi cambiare radicalmente volto al settore nei prossimi anni), significa che i titoli del comparto resteranno a lungo una "proxy" dell'andamento dei titoli di stato italiani, di cui continuano ad aver pieni i portafogli. Con eventuali appeal speculativi, come quello di recente sperimentato da UniCredit, legati a scorpori e cessione di asset, riaggregazioni, passaggi del controllo da un azionista di riferimento all'altro.
Luca Spoldi
 

tontolina

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1. ITALIA ON SALE: A CHI UNICREDIT? A LORO! DOPO IL PATTO STRETTO A DUBAI TRA GLI ARABI DI AABAR E I RUSSI DI PAMPLONA, NEI GIORNI SCORSI IL ‘PATTO’ SI SAREBBE ALLARGATO ANCHE A UN TERZO SOGGETTO: IL POTENTISSIMO FONDO AMERICANO BLACKROCK (SECONDO AZIONISTA DI UNICREDIT CON IL 5%), STARRING DELL’AFFAIRE SAAIPEM-ENI

1. ITALIA ON SALE: A CHI UNICREDIT? A LORO! DOPO IL PATTO STRETTO A



1- ITALIA ON SALE: A CHI UNICREDIT? A LORO!
Quando gli capita di parlare in pubblico Roberto Nicastro, il manager trentino e bocconiano che dal novembre 2010 è direttore generale di Unicredit, non si guarda mai intorno e preferisce leggere il discorso a testa bassa.
ROBERTO NICASTRO DIRETTORE GENERALE UNICREDIT

Così è successo ieri a Mosca quando è intervenuto a un importante convegno organizzato dall'IIF, un istituto creato in Francia nel 1983 per studiare i temi della finanza. Senza alzare gli occhi dai fogli Nicastro non si è accorto che in sala oltre a esponenti del ministero delle Finanze russo c'era anche un rappresentante del Fondo Pamplona, che fa capo all'oligarca amico di Putin, Mikhail Friedman. Pamplona e' il fondo di investimenti che a giugno dell'anno scorso è sbarcato a piazza Cordusio comprando attraverso una finanziaria lussemburghese il 5% di Unicredit per 700 milioni di euro.

Con questa operazione, finanziata dalla filiale londinese della tedesca Deutsche Bank, i russi di Pamplona che hanno il quartier generale a Londra, sono diventati il terzo azionista straniero della banca guidata da Federico Ghizzoni.

In questo momento sono molto interessati a capire che cosa sta succedendo in Italia e in particolare nel sistema del credito scosso dalle vicende di MontePaschi. Quando entrarono a piazza Cordusio dichiararono di essere entusiasti per l'investimento e mostrarono grande fiducia nel management della banca "in grado di orientarsi con successo nella crisi europea e nel proprio mercato di riferimento".
Qualche preoccupazione devono averla avuta all'inizio dell'anno e questo spiega il patto stretto durante un incontro segreto a Dubai con gli arabi del Fondo Aabar di Abu Dhabi che con il 6,5% sono i primi azionisti della banca italiana. E probabilmente hanno anche cercato di capire nei giorni scorsi le ragioni che hanno indotto la Banca centrale della Libia a ridurre la sua partecipazione dal 4,6% al 2,9%.
aabar logo

Ieri a Mosca Nicastro ha parlato soprattutto del ritardo con cui si cerca di introdurre regole finanziarie nel campo internazionale e senza fare cenno ad altre questioni, il manager ex-McKinsey che nel 1997 è entrato a piazza Cordusio, ha speso parole sull'accordo siglato con il Gruppo automobilistico Renault-Nissan nel quale Unicredit investirà 100 milioni in cinque anni per favorire lo sviluppo del mercato automobilistico russo.
I pochi giornalisti presenti non gli hanno posto domande urticanti sul patto stretto a Dubai tra gli arabi di Aabar e i russi di Pamplona. E nessuno si è spinto a chiedergli se è vera la notizia raccolta da quel sito disgraziato di Dagospia secondo la quale nei giorni scorsi il patto si sarebbe allargato anche a un terzo soggetto: il fondo americano BlackRock (secondo azionista di Unicredit con il 5%), la più grande società di investimento nel mondo che gestisce un patrimonio di circa 4.000 miliardi di dollari.

La presenza di BlackRock in Italia è distribuita a pioggia nei principali gruppi industriali e bancari. Pochi giorni fa questo colosso, che ha la sua sede in Italia in via Brera, si e' liberato con tempismo sospetto della sua partecipazione in Saipem proprio alla vigilia dello scandalo che ha investito questa società per le tangenti in Algeria.
La fuga da Saipem e dall'Eni non va interpretata come il segno di uno sganciamento dalla realtà italiana, e il patto stretto con gli altri due soci forti di Unicredit (Aabar e Pamplona) rappresenta un atto di fiducia nei confronti della banca italiana.

Resta il fatto che la fotografia di Unicredit è sempre più simile a quella di una banca profondamente condizionata dalla presenza massiccia di mani straniere. In questa situazione la presenza degli italiani attraverso le Fondazioni di Verona, Torino e Carimonte holding arriva a superare di poco l'8%. E quasi simboliche appaiono le partecipazioni di Leonardo Del Vecchio, Caltariccone, Maramotti e dello scarparo marchigiano Dieguito Della Valle entrato l'anno scorso con una quota irrisoria.


Nella comunità finanziaria milanese si chiedono a questo punto se il roseo Ghizzoni e il trentino Nicastro ce la faranno a tenere a bada gli investitori esteri, soprattutto quei tre che con rubli, dollari e euro pesanti sono entrati a piazza Cordusio e si sono messi intorno a un tavolo per trarre dal loro investimento il miglior risultato.
 

tontolina

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ai krucchi ruga da morire che Unicredit sia Italiana

Unicredit: Deutsche Bank incamera 4% Unicredit dal fondo Pamplona (MF) MILANO (MF-DJ)--Deutsche Bank ha incamerato il 4% che il fondo Pamplona Capital Management detiene nel capitale di Unicredit.
Nell'ultima assemblea dell'istituto di credito di Piazza Cordusio, scrive MF, il fondo non era presente. Ne' in proprio, ne' per delega. A quella data, secondo le risultanze del libro soci, integrate dalle comunicazioni effettuate ai sensi della legge, illustrate agli azionisti in avvio dei lavori dal presidente Giuseppe Vita, il fondo gestito dal banchiere russo (ma con passaporto americano) Alexander Knaster era comunque titolare di 290 milioni di azioni di Piazza Cordusio, pari al 5,02% del capitale. Una quota che dal giugno dello scorso anno ne fa il secondo azionista dietro il fondo di Abu Dhabi Aabar Investments, anche se finora Knaster non ha rivendicato posti in consiglio di amministrazione. Che Pamplona sia tuttora il secondo azionista della piu' internazionale delle banche italiana risulta anche dal sito internet di Unicredit e da quello della Consob.
C'e' dunque qualcosa che non torna, visto che nel bilancio al 31 dicembre 2012 di Pgff Luxembourg, il veicolo utilizzato da Pamplona per custodire i titoli di Piazza Cordusio acquistati nel giugno dello scorso anno, le azioni Unicredit ancora in portafoglio rappresentano solo l'1%. Il restante 4%, circa 232,6 milioni di azioni, secondo quanto riportato nel documento consultato da MF-Milano Finanza, non e' piu' sui libri del veicolo, ma e' stato incamerato da Deutsche Bank, l'istituto che ha finanziato l'acquisto dello scorso anno, a fronte della concessione di un diritto di credito (receivable) che potra' essere incassato da Pamplona alla scadenza del finanziamento nel giugno 2014. Su questo punto il bilancio di PGFF Luxembourg parla chiaro. A fronte del finanziamento di 557,2 milioni concesso a Pamplona, la banca tedesca ha ottenuto il pegno sull'intero 5% ma anche il diritto di "usare e vendere le azioni date in garanzia senza il consenso di Pamplona". Un diritto che, secondo quanto riportato nel documento, Deutsche Bank ha gia' esercitato, incamerando il 4% di Unicredit e lasciando al fondo il restante 1%. Che cosa ne abbia fatto la banca tedesca di quel 4% i documenti non lo dicono. Probabilmente, visto che lo scorso anno era stata la stessa Deutsche ad assicurare di non essere interessata a rilevare azioni Unicredit nell'ambito del finanziamento a Pamplona, le azioni potrebbero essere state utilizzate per montare operazioni di prestito titoli con altre controparti, visto che l'istituto tedesco e' una delle principali investment bank internazionali. red/lab
(END) Dow Jones Newswires
July 24, 2013 03:20 ET (07:20 GMT)
 

tontolina

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Unicredit, direttore filiale Bari sparisce. "Mancano 50 milioni"

ROMA (WSI) - L'assegno era da poco più di un milione di euro ed era a chiusura di un nuovo importante affare per la città: "Ci dispiace, ma non possiamo incassarlo. È scoperto".

Il principio di questa storia, che al momento è soltanto abbozzata e chissà quante strade dovrà prendere ancora, è questo qui: un assegno tornato indietro. Il resto è "La Stangata", forse il più bel colpo che Bari ha conosciuto negli ultimi anni.

Da una filiale dell'Unicredit di Bari è sparita qualche decina di milioni di euro. Cinquanta milioni probabilmente. E con loro è sparito anche il direttore, Michele Scannicchio, ora indagato dalla Guardia di Finanza.

I presunti truffati sono due tra i più famosi imprenditori della città che hanno raccontato di aver visto sparire nel nulla soldi che pensavano invece fossero in investimenti sicuri.

Essendo la storia però molto complessa e soprattutto appena cominciata - le indagini sono partite nemmeno 48 ore fa - è possibile che conosca nuove sfaccettature e incontri nuovi percorsi già nelle prossime ore.

Unicredit per esempio, che ha messo al lavoro le migliori risorse interne, è serenissima. Ha consegnato già ieri pomeriggio una lunghissima denuncia dettagliata con allegata una marea di documenti che testimonierebbero il funzionamento perfetto del controllo interno e come soprattutto dai conti correnti in realtà non sia venuto fuori nemmeno un euro.

"La banca - dicono - è parte lesa nella vicenda. Noi abbiamo fornito la massima collaborazione sin dal principio alle forze di polizia che stanno indagando, fornendo tutto quello che c'è stato richiesto".
Che è successo dunque?
E' bene raccontare la storia dal principio.
Da quell'assegno.

A firmarlo è L'Ingegnere, lo chiameremo così, uno dei due presunti truffati. Che chiude un accordo con un famosissimo imprenditore per un affare da chiudere in città. Messo all'incasso, l'assegno risulta però scoperto.

"Impossibile" risponde l'Ingegnere che chiama immediatamente il suo direttore di banca. Che è però irraggiungibile. Non è andato in ufficio e il telefonino risulta staccato, muto così com'è rimasto fino a oggi.

Il direttore si chiama Michele Scannicchio e ha un curriculum perfetto, mai nessuno avrebbe potuto dubitare di lui. La sera prima, nella notte tra il 17 e il 18 febbraio, la moglie si era però presentata a una caserma di carabinieri per denunciare la sua scomparsa.

"Era fuori per lavoro e non è tornato. Non so che fine abbia fatto" racconta, per quello che in quel momento viene derubricato come un allontanamento volontario. Ed effettivamente fino a ieri pomeriggio di Scannicchio non c'era traccia. Quando il direttore non risponde, però l'Ingegnere si allarma e corre a verificare il perché l'assegno fosse scoperto. Effettivamente sul conto corrente c'era molto meno di quello che lui immaginava. Va così in ufficio e prende tutti i documenti che il direttore gli aveva dato negli ultimi mesi dove effettivamente emergerebbero cifre e disponibilità molto maggiori rispetto a quelle reali.

Dove sono finiti i soldi? Non sono pochi: si parla di qualche decina di milione di euro, 25 solo per l'Ingegnere pare.

A questo punto entra in scena il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza che comincia le indagini. Perquisisce la filiale, va a casa di Scannicchio, chiede i documenti, comincia a interrogare colleghi e testimoni. Appare subito evidente che le carte in mano dell'Ingegnere sono falsi: o meglio la carta intestata è originale, ma il resto è posticcio, preparato dal direttore. Falsi insomma.

Unicredit avvia le indagini interne. Non filtra nessun particolare dalla banca ma dagli atti depositati sembrerebbe che emerge una storia abbastanza chiara: sui conti non ci sono stati movimenti anomali. Quello che c'era, c'è, sulla carta non è sparito un euro. A questo punto toccherà alla Guardia di Finanza scoprire dove sono finiti i soldi dei due imprenditori che risultano agli atti, insomma dove sono - e se ci sono - i cinquanta milioni di euro. Ci sarà tempo comunque, perché la storia è appena cominciata.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.
 

tontolina

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Unicredit. Perdita netta record di 14 miliardi.




Giuseppe Sandro Mela.

Lunga promessa con l’attender corto
ti farà triunfar nell’alto seggio.
[Dante. Inferno, Canto XX, vv 109 e seguenti.]
Cosa stia effettivamente accadendo in Unicredit non sembrerebbe facile da capire.
Però alcuni fatti sembrerebbero essere oggettivi.
«UniCredit ha chiuso il 2013 con una perdita netta record di 14 miliardi».
«I ricavi sono ammontati a 24 miliardi (-4,1% su base annua)».
«Il piano strategico di UniCredit prevede una riduzione di 8.500 dipendenti entro il 2018. Di questi 5.700 saranno in Italia».

Non sembrerebbe essere una situazione particolarmente allegra.
Ma potrebbe diventare grottesca alla luce delle successive dichiarazioni:
«Unicredit prevede di registrare nel 2014 un utile netto di circa 2 mld di euro».
«Il gruppo Unicredit prevede di registrare nel 2018 un utile netto di 6,6 mld di euro».
Non ci si stupisca che simili previsioni trionfalistiche siano state fatte subito dopo la doccia fredda di una perdita da 14 miliardi. In fondo, una previsione ottimistica non costa nulla e qualcuno se la berrà pur sempre.

Sole24Ore. 2014-03-11. UniCredit, pesano gli accantonamenti: perdita record nel 2013 a 14 miliardi. Fineco verso la Borsa.
UniCredit ha chiuso il 2013 con una perdita netta record di 14 miliardi da svalutazioni su avviamento e accantonamenti aggiuntivi su crediti. Lo annuncia la banca in una nota. Le stime erano di un utile netto di 400 milioni circa dopo 865 milioni nel 2012. I conti sono stati affossati da accantonamenti per 13,7 miliardi (+46,8 miliardi su base annua). I ricavi sono ammontati a 24 miliardi (-4,1% su base annua).
Il patrimonio di vigilanza Cet1 si è attestato al 10,4% e al 9,4% anticipando pienamente gli effetti di Basilea3 e la banca ha escluso la necessita’ di un aumento di capitale. Viene proposta la distribuzione di uno scrip dividend di 10 centesimi per azione. Nel solo quarto trimestre UniCredit ha registrato una perdita netta di 15 miliardi (-553 milioni un anno prima) con ricavi per 6 miliardi. Gli accantonamenti su crediti nel trimestre sono ammontati a 9,3 miliardi.
Il piano strategico di UniCredit prevede una riduzione di 8.500 dipendenti entro il 2018. Di questi 5.700 saranno in Italia. Il piano strategico di UniCredit 2013-2018 prevede una accelerazione nella redditività del Gruppo. Nel 2014 è atteso un utile netto di circa 2 miliardi che saliranno a 6,6 a fine piano con un Rote al 13% e un Common Equity Tier 1 al 10%. Sono previste azioni di gestione attiva del portafoglio che libereranno circa 30 punti base di capitale. Previsti investimenti per 4,5 miliardi e ulteriori risparmi nei costi per 1,3 miliardi.
Secondo quanto rende noto l’istituto di credito, il beneficio della valutazione della quota di UniCredit in Banca d’Italia per il 2013 è stato pari a 1,4 mld di euro prima delle tasse, ma se venisse valutato a patrimonio netto “la perdita netta di gruppo sarebbe piu’ elevata di 1,2 mld” nel 2013.
UniCredit quoterà in Borsa Fineco “per imprimere un’ulteriore accelerazione alla sua crescita”. Lo sbarco sul listino milanese è previsto nel corso del 2014. Lo si legge nella nota sui conti e il piano che indica, in parallelo, che la banca “valuterà la potenziale cessione a un operatore specializzato di Unicredit Credit Management Bank (Uccmb), la piattaforma di riscossione crediti.
Quanto all’Europa Centrale e dell’Est, poi, Unicredit punta a “investire nei mercati in crescita e a razionalizzare la presenza geografica”, aumentando l’allocazione di capitale sull’area dal 23 al 30% nell’arco del piano 2013-2018. La controllata ucraina è stata messa in vendita con un impatto negativo di 600 milioni di euro in conto economico.
«Per UniCredit il 2013 è stato l’anno della svolta; ora siamo pronti ad aumentare ulteriormente la nostra offerta di credito e a dare supporto all’economia reale in Italia e in Europa«. Lo ha dichiarato l’amministratore delegato, Federico Ghizzoni, commentando i risultati 2013 del gruppo e il nuovo piano strategico. « Con le azioni annunciate oggi – ha aggiunto -abbiamo rafforzato ancora il nostro bilancio e completato il processo iniziato nel 2010. Grazie alla nostra solida dotazione di capitale, abbiamo deciso di compiere una scelta trasparente dopo la quale il nostro CET1 ratio si conferma ben al di sopra dei requisiti di Basilea 3. Grazie agli accantonamenti aggiuntivi iscritti a bilancio, UniCredit può vantare oggi la copertura dei crediti deteriorati di gran lunga più alta di tutto il sistema bancario italiano e tra le migliori in Europa, in linea con i livelli pre-crisi».

Adnk. 2014-03-11. Unicredit: nel 2014 prevede utile di 2 mld.
Milano, 11 mar. (Adnkronos) – Unicredit prevede di registrare nel 2014 un utile netto di circa 2 mld di euro. Lo ha comunicato la banca.
 

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