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Islanda, cronache da un paradiso fallito


di Marco De Martino - da Reykjavik Sabato 28 Marzo 2009

Sulle monete ci sono delfini, merluzzi, granchi giganti: in Islanda il percorso dal mare ai soldi è sempre stato breve. E nessuno lo sa meglio di Stefan Alfsson. Per finanziare i suoi studi di economia all’università faceva il pescatore e presto diventò uno dei migliori capitani di Reykjavik, capace di catturare più velocemente di altri la quota di merluzzo assegnata dal governo al suo peschereccio. Ma nel 2005 amici che lavoravano alla banca Landbanski lo convinsero a riesumare la sua laurea e Alfsson divenne un trader in valuta estera, uno dei tanti nuovi vichinghi che hanno provato a trasformare a colpi di derivati un’isola di ghiaccio nella più improbabile capitale del boom finanziario mondiale.
“Sembrava che la finanza potesse dare un futuro a tutti: è stata una stagione di eccessi, ma lo abbiamo capito solo all’ultimo” dice oggi Alfsson, che ancora indossa i vestiti di Gucci che amava comprare, mentre dalla finestra dell’ufficio prestatogli da un amico guarda le baleniere ormeggiate nel porto. “Ora non ho lavoro e non so cosa succederà di me, probabilmente tornerò a fare il pescatore”.
Sono passati circa sei mesi da quella sera del 6 ottobre quando l’allora primo ministro Geir Haarde apparve sugli schermi della televisione per annunciare che il paese era sull’orlo della bancarotta, ma Reykjavik è ancora una città in stato di shock. Dall’aeroporto semideserto perché quasi nessuno può più permettersi di viaggiare all’estero sono spariti anche i jet privati: solo due anni fa qui arrivò Elton John a suonare due canzoni in cambio di 1 milione di euro per la festa di compleanno di uno dei finanzieri locali. I cargo non sbarcano più le Range Rover comprate con prestiti in euro e yen di cui l’Islanda era diventata il maggiore importatore al mondo: ora che la corona islandese ha perso due terzi del valore, chi le possiede si ritrova a dover pagare anche 100 mila euro una macchina che ne costa 35 mila.
Per chi con quei prestiti in valuta estera si era comprato la casa è triplicata anche la rata del mutuo. E se nessuno è costretto a vivere per strada è solo perché per le banche non ha senso pignorare appartamenti che non avrebbero altri compratori.
Le finestre dell’Albingi, il piccolo parlamento, hanno ancora i vetri rotti: dopo settimane di proteste anche violente, le prime nella storia del paese, il governo è stato costretto alle dimissioni e adesso si aspettano le elezioni del 25 aprile. Sul lungomare, gru immobili circondano la sala da concerti da 56 milioni di euro progettata dall’artista concettuale Olafur Eliasson, uno dei tanti edifici la cui costruzione è stata bruscamente interrotta.
“Nessun paese al mondo è cresciuto e crollato tanto rapidamente: ora è chiaro che è stato tutto un miraggio” sospira Andri Snaer Magnason, il più famoso scrittore islandese, il cui saggio Dreamland (sottotitolo: “Manuale di autodifesa per una nazione impaurita”) è stato in testa alla classifica dei best-seller. Magnason ama accompagnare i visitatori per un giro in macchina lungo la strada Bogartun, che lui chiama il boulevard dei sogni infranti.
L’itinerario parte dal palazzo del governo, dove a partire dal 2002 si progettò la privatizzazione delle banche che portò vasti capitali esteri a convergere sul paese. Poi si passa davanti alla banca centrale, che per combattere l’inflazione portò il tasso di interesse sopra il 15 per cento, aumentando i flussi di capitali esteri. E infine davanti alla sede delle banche Landbanski e Kaupthing, che insieme alla Glitnir dal 2003 al 2007 hanno decuplicato i propri asset fino a raggiungere l’850 per cento del prodotto nazionale lordo, con un’esposizione in valuta estera dell’80 per cento. Prima di crollare lo scorso ottobre, il valore della borsa era aumentato di nove volte in quattro anni.
Nello stesso periodo centinaia di studenti si affrettavano a studiare finanza: “Molti dei raider islandesi che all’improvviso avevano a disposizione fondi per trattare alla pari con i finanzieri della Goldman Sachs non erano neanche trentenni. Fra le ragioni del crollo ci sono state anche l’inesperienza e la mancanza di preparazione” dice Viljarmur Bjarnason, che insegna economia all’Università dell’Islanda, uno dei pochi che avevano previsto lo scoppio della bolla. A suo parere, le vere ripercussioni sociali della crisi devono ancora arrivare: “La disoccupazione, che è passata dall’1 al 9 per cento, è destinata ad aumentare. E prima o poi bisognerà capire cosa fare della montagna di debiti in valuta estera che il governo ha deciso di congelare, evitando così la bancarotta di migliaia di famiglie che non si sarebbero potute permettere l’aumento delle rate. Anche se difficilmente vedremo mai nelle strade di Reykjavik la gente chiedere la carità come a New York: questo è un paese piccolo, in cui la rete sociale funziona ancora”.
Per capire quanto piccola è l’Islanda basta aprire la guida telefonica, organizzata non per cognome ma per nome proprio, perché i 320 mila abitanti del paese discendono da una decina di famiglie in tutto. Oppure basta seguire i consigli dei locali e bussare alla porta della piccola casetta bianca dove lavora Johanna Sigurdardottir, il primo capo di un governo dichiaratamente omosessuale, che in attesa delle elezioni guida il governo di transizione. Vi risponderà per nulla scandalizzato il suo assistente, abituato alle visite improvvise sia dei cittadini sia della stampa: “No, il primo ministro non rilascia ancora interviste, ma possiamo metterla in contatto con il ministro delle Finanze”.
Si chiama Steingrimur Sigfusson e prima di prendere le redini dell’economia del paese era il leader della sinistra ambientalista. “La situazione debitoria che abbiamo ereditato è anche peggiore di quel che pensavamo a ottobre” dice a Panorama, mentre nella stanza accanto lo aspettano per una riunione i funzionari del Fondo monetario internazionale, che da ottobre hanno commissariato l’economia islandese come se fosse quella di un paese del Terzo mondo. “Ma soprattutto c’è un problema di fiducia, sia degli altri paesi nei confronti dell’Islanda sia dei cittadini verso le istituzioni finanziarie. Finché qualcuno non pagherà per quel che è successo, la fiducia non tornerà”.
Al procuratore speciale che sta indagando sui possibili crimini che hanno portato alla “kreppa” (la crisi) è stata appena affiancata l’esperta in reati finanziari internazionali Eva Joly.
Oltre a mandare in galera eventuali colpevoli bisogna curare l’orgoglio ferito di una nazione. “In Islanda molti erano fieri dei vichinghi della finanza. Solo 20 anni fa era considerata notizia da prima pagina l’elezione di un’islandese a Miss Mondo e all’improvviso potevamo permetterci di comprare squadre inglesi come il West Ham e pezzi di aziende come American Airlines o Saks Fifth avenue” ricorda Haukur Magnusson, che dirige la rivista Reykjavik Grapevine. “Ora invece siamo le pecore nere del capitalismo globale”.
A ferire è stata in particolare la decisione del premier britannico, Gordon Brown, di usare le leggi antiterrorismo per salvare i conti bancari aperti da inglesi presso le banche online islandesi. Ogni settimana un gruppo di manifestanti si ritrova davanti a Buckingham Palace a Londra con cartelli che dicono: “Siamo islandesi, non talebani”. E nei negozi di Reykjavik si vendono T-shirt con la faccia del premier inglese e la scritta: “Brown (il marrone, ndr) è il colore della m…”.
Piccole vendette che sono di magra consolazione di fronte alla riduzione del tenore di vita. Al Boston, uno dei locali che avevano trasformato Reykjavik in una piccola Ibiza subpolare, si serve la zuppa di carne di pecora tipica della cucina povera tradizionale. All’hotel 101, di proprietà della moglie di uno dei finanzieri islandesi più noti, le sedie sono ancora quelle di Philippe Starck, ma invece della vodka si beve la birra Thule, uno dei tanti prodotti islandesi che hanno ripreso a essere apprezzati da quando è raddoppiato il prezzo dei beni di consumo importati. Sui giornali si discetta su come fare il pane in casa, pratica divenuta di massa.
Secondo alcuni la crisi potrebbe nascondere un’opportunità: “La bolla è stata creata da una trentina di persone in tutto che stavano per spaccare l’Islanda in due: da una parte la gente comune, dall’altra un gruppetto di oligarchi che avevano preso a modello i nuovi ricchi russi. E in un posto piccolo come questo sarebbe stato pericoloso” ragiona Andri Snaer Magnason, lo scrittore. Anche per lui l’idea di un ritorno all’industria tradizionale è irrealistica: “Sui pescherecci i posti sono contati. Già ora il più grande datore di lavoro del porto non è un’azienda ittica ma una società che produce videogame, la Ccr”.
Quattro anni fa la Alcoa, gigante delle materie prime, ha costruito una diga allagando una delle zone più belle e selvagge del paese e ha aperto uno stabilimento per la lavorazione dell’alluminio. Ma quelli come Magnason non credono che lo sfruttamento delle risorse naturali possa rappresentare il futuro di un paese che già ora è energeticamente autosufficiente (grazie alla geotermia).
La cantante Björk per esempio ha aperto un fondo di venture capital per aziende che operano nelle energie rinnovabili, nel terziario e nel design. “La crisi sta ancora impazzando, ma a Reykjavik sono state costituite decine di nuove piccole aziende” riferisce Kristin Petursdottir, che gestisce il fondo Björk alla Audur Capital. “Molte sono gestite dalle stesse donne che nelle banche erano relegate in ruoli secondari, mentre in prima fila c’erano solo i maschi, con il loro mito dell’aggressività vichinga. La speranza è che la ripresa porti a un’inversione dei ruoli”.
 

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