INGHILTERRA e il neoliberismo politico (1 Viewer)

tontolina

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lunedì, agosto 06, 2012

La nostra rovina economica è libertà per i super-ricchi


Informare per Resistere
di George Monbiot –
The Guardian

Il modello è morto, lunga vita al modello. I programmi d’austerità stanno prolungando la crisi che dovevano risolvere, tuttavia i governi si rifiutano di abbandonarli. La Gran Bretagna offre un esempio efficace. I tagli, prometteva la coalizione, sarebbero stati dolorosi ma avrebbero funzionato. Sono dolorosi, altroché, e ci hanno spinto in una doppia recessione.
Il risultato era stato ampiamente previsto. Se si taglia la spesa governativa e il reddito dei poveri durante una crisi economica, è probabile che la si renda peggiore. Ma la settimana scorsa David Cameron ha insistito a dire che “andremo avanti e completeremo il lavoro”, mentre il cancelliere ha sostenuto che il governo ha “un piano credibile e ci stiamo attenendo ad esso.”
Sorgono due domande. La prima è familiare: perché la reazione del pubblico a quest’attacco alla vita pubblica e al benessere pubblico è stata così tiepida? Dove sono le massicce e prolungate proteste che ci saremmo potuti aspettare? Ma l’altra domanda è ugualmente sconcertante: dov’è l’élite economica?


Certamente la classe imprenditoriale e i super-ricchi – gli unici che il governo ascolta – possono vedere che queste politiche stanno distruggendo i mercati da cui dipende la loro ricchezza. Certamente sono in grado di capire che questo capitalismo da terra bruciata sta fallendo persino nei suoi stessi termini.


Per capire quest’enigma dovremmo in primo luogo capire che quel che è presentato come un programma economico è, di fatto, un programma politico. E’ l’attuazione di una dottrina: una dottrina chiamata neoliberalismo.

Come ogni credo, esiste nella sua forma pura soltanto nei cieli; quando riportata sulla terra si trasforma in qualcosa di diverso.


I neoliberali affermano che abbiamo maggiori vantaggi massimizzando la libertà del mercato e minimizzando il ruolo dello stato. Il libero mercato, lasciato a sé stesso, produrrà efficienza, scelta e prosperità. Il ruolo del governo dovrebbe essere limitato alla difesa, a proteggere la proprietà, a impedire monopoli e a rimuovere le barriere alle attività economiche. Tutti gli altri compiti sarebbe meglio fossero affidati alle imprese private. La ricerca di una purezza da anno zero del mercato è stata abbastanza pericolosa nella teoria: distorta dalle sporche realtà della vita sulla terra è devastante per il benessere sia del popolo sia del pianeta.


Come dimostra Colin Crouch in ‘The Strange Non-Death of Neoliberalism’ [La strana non-morte del neoliberalismo] lo stato e il mercato non sono, come insistono i neoliberali, in perpetuo conflitto. Si sono invece uniti a difesa delle richieste delle mega-imprese.
Quando lo stato taglia i regolamenti e le provvidenze sociali, il mondo degli affari si arricchisce. Esso usa la sua ricchezza per calpestare la stessa dottrina che l’ha arricchito.


Mediante finanziamenti alle campagne elettorali, facendo rete e mediante attività di lobby, le grandi imprese arruolano lo stato perché si faccia campione dei loro interessi.

In Gran Bretagna le imprese hanno esercitato pressioni per programmi di privatizzazione che sostituissero i monopoli pubblici con quelli privati. Hanno anche persuaso il governo a creare piani ibridi (come l’iniziativa della finanza privata) che garantiscano finanziamenti statali alle imprese.

Negli Stati Uniti le mega-imprese hanno convinto il Congresso a rimuovere i regolamenti chiave che disciplinavano i revisori e le banche. Ciò ha portato prima agli scandali Enron e WorldCom, e poi alla crisi finanziaria.


Le grandi imprese hanno usato il loro potere per convincere lo Stato a lasciarle continuare a scaricare i loro costi ambientali sul resto di noi. Hanno indebolito le leggi antitrust.

Hanno escluso nuovi ingressi sul mercato (mediante i loro investimenti pubblicitari e le loro reti di distribuzione) e sono diventate grandi abbastanza da impedire la propria uscita anche quando falliscono (si vedano i salvataggi delle banche).

Questi sono i risultati delle politiche neoliberali che Cameron sta applicando, ma che sono in grave contrasto con le previsioni fatte dai neoliberali su come dovrebbero comportarsi i liberi mercati.
Soprattutto, il programma neoliberale ha precluso le scelte politiche. Se il mercato, come insiste la dottrina, è l’unico valido fattore decisivo per stabilire come si evolvono le società e il mercato è dominato dalle mega-imprese, allora quello che la società riceve è quello che vuole la grande industria.
Si può costatare questa squallida realtà nel discorso di Cameron della scorsa settimana. “Abbiamo ascoltato quello che vogliono le imprese e stiamo provvedendo. Le imprese hanno detto: ‘Vogliano trattamenti fiscali competitivi’, e dunque stiamo creando il regime fiscale per le imprese più competitivo in tutto il G20 e le aliquote fiscali a carico delle imprese più basse del G7 …”

E il resto di noi? Non abbiamo voce in capitolo?


L’ipotesi neoliberale è stata smentita in modo spettacolare.

Lungi dall’autoregolarsi, i mercati non vincolati sono stati salvati dal crollo solo dall’intervento del governo e da massicce iniezioni di denaro pubblico. Lungi dal produrre la prosperità universale, i tagli governativi ci hanno spinto ancor più profondamente nella crisi. E tuttavia questa stessa crisi è ora usata come scusa per applicare la dottrina ancor più ferocemente di prima.


E dunque dov’è l’élite economica? A contare i soldi che ha accumulato in paradisi fiscali non regolamentati. Trent’anni di neoliberalismo hanno consentito ai super-ricchi di distaccarsi dalle vite degli altri in misura tale che la crisi economica li tocca a malapena.

Si può considerare ciò come un altro fallimento del mercato.

Anche se sono toccati, i ricchi sono indubbiamente pronti a pagare un prezzo economico per i vantaggi politici – libertà dalle restrizioni della democrazia – che la dottrina offre.
Un programma che prometteva libertà e scelta ha invece prodotto qualcosa che assomiglia a un capitalismo totalitario, in cui nessuno può dissentire dalla volontà del mercato e in cui il mercato è diventato un eufemismo per la grande impresa. Offre libertà, poco ma sicuro, ma solo a quelli che stanno al vertice.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo Z Net Italy Z Net Italy - Lo spirito della resistenza è vivo!
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
La nostra rovina economica è libertà per i super-ricchi « ki
Tratto da: La nostra rovina economica è libertà per i super-ricchi | Informare per Resistere
6 Agosto 2012
 

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e in italia?

e in ITALIA?

Luigi Cavallaro: “Stanno smantellando lo Stato di diritto con la scusa dello spread”

redazione on August 6, 2012 — 2 Comments
Intervista a Luigi Cavallaro Contro la crisi
da Luigi Cavallaro: “Stanno smantellando lo Stato di diritto con la scusa dello spread” | Appello al Popolo - E-zine risorgimentale – Organo del partito che ancora non c'e'



Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto…
Più esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che è lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il “regolatore” dell’iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l’iniziativa economica pubblica sia quella privata nell’ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorità, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attività. Si optò allora per un compromesso che – grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti – prese la forma dell’art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perché Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l’economia pubblica, che già si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull’economia privata.
Un compromesso per la proprietà e il capitale…

Sì, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perché in una sentenza stabilì che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto – ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un’elevatissima percentuale di quello industriale erano di proprietà pubblica – c’erano tutte le premesse perché anche l’economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della “bolscevizzazione”: nel corso degli anni ’70 Guido Carli lo denunciò a più riprese e trovò ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriverà la storia degli anni ’70, bisognerà pur dire che quella che andò in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell’inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di “rivoluzione dall’alto” che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidarietà nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perché quel che ci interessa qui è la reazione capitalistica. La quale, più ancora che nella marcia dei 40.000, si manifestò nel cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana.

Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico.


Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.



E dal 1992 ad ora che è successo?
E’ successo che quel processo di dismissione delle aree d’intervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perché la nostra Costituzione era “interventista”, è stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, è come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle “armonie economiche” di Bastiat. Si è cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanità e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati.



Sono tutte politiche dettate dalla volontà di spazzar via lo Stato dal processo economico, che però hanno generato una diminuzione della domanda, perché non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. L’unica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992.

Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porterà alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e l’occupazione.

Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la “decrescita” ce l’abbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie.


Quindi il “fiscal compact” non è una novità come sembra…

La modifica che è stata adesso apportata all’articolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, è assolutamente coerente con l’ingresso del nostro paese nell’Unione europea.

L’attività dello Stato, ci dice l’Europa, è possibile solo in quanto non interferisce con l’iniziativa privata.

Non c’è più alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perché si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perché ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perché ci pensa Marchionne).

Si devono solo abbassare i salari, perché non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po’ di automazione meccanica.

E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dell’articolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso.


Ma non c’erano alternative possibili?
Quello che è più triste è dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato veilleur de nuit, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di “agevolazione colposa”.
Mi riferisco all’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta “sinistra d’alternativa”, che nei vent’anni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili “terze vie” tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il “terzo settore”, adesso sono i “beni comuni” e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dell’“ecologismo radicale”.

Sono i cascami dell’anarchismo, dell’autogestionarismo e dell’assemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che – va da sé – hanno assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle più classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via “pubblica” è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo.

Quando vedo le marce contro la privatizzazione dell’acqua (e va da sé, per l’“acqua bene comune”), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che più o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sull’importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla.

“No alla privatizzazione dell’acqua”: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si è fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilità di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilità che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare l’ennesima manovra “lacrime e sangue” voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa?






Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trent’anni fa: il “fiscal compact” approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquant’anni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso può forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti.
Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, è morta da un pezzo.



A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce?
Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiettò a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si può dire con certezza è che, se l’Italia resterà nell’euro così com’è strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi vent’anni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi all’anno…

Ma la giustificazione è che se il debito non diminuisce lo spread aumenta…
Questa è una delle più colossali mistificazioni spacciate per verità dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacchè. Se l’andamento dello spread dipendesse dall’ammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c’è fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non è così, e la ragione è che lo spread risente assai più dall’andamento della bilancia commerciale. In pratica, è come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente “indiziati” perché sono i Paesi con la struttura produttiva più debole. Sta qui – detto per inciso – la vera finalità delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da vent’anni e da ultimo della stessa spending review: l’obiettivo è quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzionerà come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perché uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.
 

tontolina

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07/08/2012 10:30:06.00G.B.: produzione industriale giugno era prevista a -4,4% m/m, -6,0% a/a

07/08/2012 10:30:06.00G.B.: produzione manifatturiera giugno era prevista a -4,5% m/m, -5,9% a/a

07/08/2012 10:30:06.00G.B.: -2,5% m/m produzione industriale giugno (-4,3% a/a)

07/08/2012 10:30:05.00G.B.: -2,9% m/m produzione manifatturiera giugno (-4,3% a/a)
 

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Storia breve della criminalità neoliberista – prima puntata

07 martedì ago 2012
Storia breve della criminalità neoliberista – prima puntata « Irradiazioni


Posted by Ars Longa in Economia



Mi accorgo che usare certi termini senza spiegarli è cosa molto sbagliata, specialmente per un blog che si occupa di temi che sono di grande attualità. Ho pensato allora che, se la cricca di NoiseFromAmerika, dell’Istituto Leoni e gli altri neoliberisti d’assalto sparsi in tutti i partiti da Destra a Sinistra, hanno scoperto le carte, se questa gente sta facendo l’ultimo salto in avanti, l’ultimo golpe per impadronirsi del potere politico, occorre raccontare alla gente che non può sapere quali sono le loro radici.

Poi nel segreto dell’urna vedrete voi per chi votare.
Ma almeno io la storia ve l’avrò raccontata e non avrete scuse.



Cosa è il neoliberismo?
In primo luogo vi dico cosa non è: non è liberismo. I liberisti classici, Adam Smith in testa, avevano un problema da risolvere: creare una società nella quale vi fosse un libero mercato non condizionato dallo Stato. Attenzione, “non condizionato” non significa un mercato selvaggio.
Adam Smith non avrebbe mai pensato ad un mercato senza regole o ad un mercato che usurpa i poteri della politica e della democrazia. Adam Smith e i liberali classici volevano che al mercato fosse dato lo giusto spazio di autonomia per funzionare.



I neoliberali hanno un altro problema teorico che vogliono risolvere: come regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai principi di una economia di mercato. E lo strumento che questi signori hanno scoperto è la “concorrenza”.

Fate attenzione a questo passaggio.

Il problema non è più che lo Stato lasci libero il mercato, il problema, anzi, lo scopo che vogliono ottenere è che lo Stato sia il garante della concorrenza.

Tutto giusto direte voi, viva la libera concorrenza.

Ma aspettate.

Prima guardiamo alla storia.



Parigi, 1939 a pochi mesi dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si svolge una riunione di economisti che viene chiamata “Colloquio Walter Lippmann”.

All’incontro ci sono tutti i nomi che contano del neoliberalismo: Hayek, von Mises, Rustow, Röpke e il segretario generale della riunione è niente di meno che Raymond Aron.

Questo colloquio è importante perché proprio durante le discussioni verranno fissati i punti cardinali del neoliberalismo. Uno di questi signori, Miksch, dice: “in questa politica neoliberale è possibile che gli interventi economici siano tanto ampi e numerosi quanto in una politica pianificatrice, ma sarà la loro natura a essere differente”.

Perché esprime un concetto così strano per un liberale?

Perché dice che lo Stato dovrà intervenire pesantemente?

Sembra una contraddizione in termini. Ma non lo è.

Miksch e i suoi compagni di merende stanno pensando al problema dei monopoli. Qualcuno (qualcuno di nome Marx) aveva fatto notare da tempo che, quando il mercato viene lasciato libero di autoregolarsi, tendono a formarsi dei monopoli. E si era notato che proprio i monopoli tendono a strangolare il libero mercato.

Perciò si era detto: “non è vero che il mercato lasciato libero di agire si autoregola, anzi, semmai, con i monopoli che egli stesso crea muore da sé”.

I neoliberisti in quella riunione del 1939 ribattono e dicono una cosa piuttosto strana: non è il mercato che crea i monopoli ma le azioni sbagliate dello Stato che, non vigilando sulla concorrenza in modo serio, lascia nascere i monopoli.

Von Mises aggiunse un altro concetto: i monopoli si formano in mercati piccoli, nazionali. Il giorno in cui ci sarà un vero mercato mondiale, globale sarà impossibile la creazione di un monopolio Ma, in fondo, aggiunge von Mises, perché preoccuparsi dei monopoli? Essi sono destinati a infrangersi perché quando un monopolista fisserà un prezzo troppo alto allora, all’interno dell’economia, sorgeranno imprese che praticheranno prezzi più bassi.
Cioè: in ogni caso se il monopolista esagera con i prezzi il mercato reagirà. Così la principale obiezione di Marx veniva (apparentemente) eliminata.



Rimane il problema di capire come lo Stato dovrà intervenire.

Ce lo dice un altro economista neoliberale, Eucken. Lo Stato, dice, deve intervenire con “azioni regolatrici”. E le azioni regolatrici dello Stato vanno fatte non sull’economia ma sul funzionamento del mercato. Questo significa che si dovrà puntare sempre alla stabilità dei prezzi ossia quel che deve fare lo Stato è controllare a tutti i costi l’inflazione.


Lo Stato non dovrà mai calmierare i prezzi, non dovrà mai sostenere un settore in crisi, non dovrà mai e poi mai creare posti di lavoro attraverso l’investimento pubblico.



Lo Stato dovrà solo controllare l’inflazione. Come? Attraverso il tasso di sconto, attraverso l’abbassamento delle tasse.

Ma mai con una politica che turbi l’economia. E per la disoccupazione lo Stato che dovrebbe fare?

Per Eucken e per i neoliberali lo Stato non dovrebbe fare nulla.
Il disoccupato non è una vittima – dice un altro neoliberale, Röpke – il disoccupato è solo un “lavoratore in transito” che passa da una attività non redditizia a una più redditizia.

Ma lo Stato userà le “azioni regolatrici” solo dove si presenti la necessità, normalmente invece dovrà lavorare per garantire le condizioni di esistenza del mercato.

Lo Stato dovrà garantire l’esistenza del “quadro” come lo chiamano i neoliberali nel 1939.

Garantire il “quadro” è possibile attraverso le “azioni ordinatrici”.

Ma di queste vi parlerò alla prossima puntata.
*Intanto, se vi va, riflettete su due cose che sono molto interessanti:
la politica economica della Germania in questo 2012 è perfettamente in linea con il “Colloquio Lippmann” del 1939 in quanto le autorità devono soltanto controllare l’inflazione, ogni altra misura turba il mercato.

Vi lascio un altro spunto:

alcuni degli economisti tedeschi citati (escluso Marx ovviamente) sono stati i fondatori dell’economia tedesca del dopoguerra.



Pensateci. Alla prossima.
 

tontolina

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Storia breve della criminalità neoliberista – seconda puntata

08 mercoledì ago 2012
Posted by Ars Longa in Economia, Politica italiana


Quando i neoliberisti parlano di “quadro” e di “politiche di quadro” si riferiscono a ciò che lo Stato deve fare per creare un mercato che sarà gestito dallo stesso mercato.



Eucken nel 1952 – in quanto esperto del governo tedesco – affrontò il problema della agricoltura descrivendo quali dovevano essere le “politiche di quadro” verso il settore. In poche parole Eucken diceva che se si voleva inserire l’agricoltura nell’economia di mercato si dovevano prendere tutte quelle “azioni ordinatrici” di carattere non economico. In altri termi Eucken diceva che non bisognava agire sui prezzi, non bisognava sostenere un settore in crisi o aiutare gli agricoltori con sussidi. Occorreva invece in primo luogo ridurre la popolazione agricola (troppo numerosa), elevare tecnicamente i fondi agricoli, formare gli agricoltori a nuove tecniche agricole, cambiare le leggi relative all’eredità delle terre, etc.

Una volta intervenuto sul versante extra-economico, lo Stato consegnerà una agricoltura modernizzata al mercato.



Con le “politiche di quadro” lo Stato crea un settore produttivo in grado di “stare sul mercato” e accoglierne le sue sollecitazioni.
Se non avete capito, visto che siamo in estate, prendete la vostra automobile e andate in giro per le campagne. Vedrete subito gli esiti, a 50 anni di distanza, delle teorie di Eucken che sono state trasportate nell’Unione Europea.

Perché ci sono così tanti campi di mais? Perché agli agricoltori viene dato un incentivo ad esempio per abbattere gli ulivi, che poi trovate in vendita nei vivai del nord d’Italia?

Perché tutto questo è il frutto di una “politica di quadro”.

Inutile sostenere una azienda che produce olio artigianale e che ha poco mercato, è piuttosto più utile che l’agricoltore si converta al mais magari pre produrre ecocombustibili.



Una “politica di quadro” non è interessata alla conservazione del prodotto tipico locale se questo ha un mercato limitato. Anzi, occorre scoraggiare quanto possibile quelle coltivazioni che non sono in grado di essere “competitive” sul mercato. Il tutto attraverso “politiche di quadro” extraeconomiche.



Allora, sono sicuro, cominciate a capire che il neoliberismo non vuole che lo Stato smetta di occuparsi di economia. I neoliberisti vogliono che lo Stato crei le condizioni per far entrare tutti i possibili settori produttivi dentro il mercato. [scusate l'OT... ma Berlusconi e il PDL sono liberesti? ]


Allora riassumendo con la puntata precedente: per il neoliberismo esistono delle “azioni regolatrici” che lo Stato mette in atto per garantire la concorrenza e delle “azioni ordinatrici” che costringono interi settori della società ad entrare dentro al mercato.

Volete un esempio ancora più chiaro? Le carceri.
Nessuno ha mai pensato che un carcere sia qualcosa che può entrare nel mercato. Ma se la sorveglianza e la gestione delle carceri fosse affidata a società private ecco che si creerebbe un mercato.

Per far questo lo Stato dovrebbe fare un decreto che liberalizza [ben diverso dalla Privatizzazione] la gestione delle carceri e questo decreto sarebbe non un atto che incide direttamente sull’economia ma un atto che prepara il mondo delle carceri a diventare una “merce”.



Quando i neoliberisti prendono in esame la vita sociale non vedono “beni indisponibili” o attività non economiche, perché per tutto può essere trovato un mercato e per tutto deve essere trovato un mercato.

Qualsiasi aspetto della vita degli esseri umani può diventare oggetto di contrattazione economica.



Dietro le privatizzazioni non c’è soltanto (e se c’è è una menzogna) il motivo sbandierato dell’efficienza, c’è in realtà l’ossessione di inserire ogni aspetto della nostra vita dentro il circuito economico.



E questo ci porta all’argomento che affronterò nella prossima puntata: la politica sociale dei neoliberisti.
*Vi lascio con un elemento di riflessione. Le “politiche di quadro” svolte dallo Stato sono la chiave per creare una società neoliberista. Sino ad oggi i neoliberisti hanno puntato a far governare governi inclini alle loro posizioni. Negli ultimi dieci anni le politiche neoliberiste del governo Berlusconi non sono state valutate come sufficientemente energiche. Di qui la voglia di sostituirsi ai politici e occupare la stanza dei bottoni. La cricca neoliberista italiana punta a questo: ad occupare il potere per disegnare quelle “politiche di quadro” che da sempre auspicano per questo Paese.
 

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NEOLIBERIST:
I predecessori di questa gente avevano già portato il mondo occidentale al collasso economico prima nel 1873 e poi nel 1929. Oggi ci hanno riprovato. E gli esiti di questo nuovo tentativo sono ancora incerti ma le conseguenze per le persone sono sotto gli occhi di tutti.
Oltre il governo Monti: il golpe neoliberista « Irradiazioni



Oggi i neo-liberisti armati di una teoria controversa e responsabile della crisi stanno definitivamente minando le basi stesse della democrazia occidentale. L’attacco al cuore dello Stato (inteso come istituzione) è il vero significato di questa crisi. Ma poiché si tratta di un attacco diffuso e pervasivo non è neppure possibile chiamarlo complotto e nessuna teoria del complotto funzionerebbe. Non si tratta di un complotto infatti, è piuttosto il deliberato tentativo di costruire un mondo diviso tra ricchi e poveri, tra espulsi e integrati, con una facciata democratica volta soltanto a rassicurare le persone.
 

tontolina

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I predecessori di questa gente avevano già portato il mondo occidentale al collasso economico prima nel 1873 e poi nel 1929. Oggi ci hanno riprovato. E gli esiti di questo nuovo tentativo sono ancora incerti ma le conseguenze per le persone sono sotto gli occhi di tutti.
Oltre il governo Monti: il golpe neoliberista « Irradiazioni



Oggi i neo-liberisti armati di una teoria controversa e responsabile della crisi stanno definitivamente minando le basi stesse della democrazia occidentale. L’attacco al cuore dello Stato (inteso come istituzione) è il vero significato di questa crisi. Ma poiché si tratta di un attacco diffuso e pervasivo non è neppure possibile chiamarlo complotto e nessuna teoria del complotto funzionerebbe. Non si tratta di un complotto infatti, è piuttosto il deliberato tentativo di costruire un mondo diviso tra ricchi e poveri, tra espulsi e integrati, con una facciata democratica volta soltanto a rassicurare le persone.

sembra che l'unica nazione democratica e liberista sia solo la Germania

di certo i politici tedeschi rispettano la loro Costituzione

NON così in ITALIA dove i politici la rinnegano tutte le volte che aderiscono ad una guerra di pace.... o la modificano con votazioni bulgarfe in parlamento per non chiedere al popolo l'opinione tramite il referendum

In Italia la questione dell’acqua è stata rivelatrice. Nel PD come nel PDL c’erano e ci sono idee trasversali che permettono di vedere – ad esempio proprio nei beni essenziali e non disponibili – una fonte di profitto.
 
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tontolina

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l'islanda ha mandato a far in kulo il neoliberismo ed ha ripristinato la democrazia

una vera rivoluzione che terrorizza le banche
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tontolina

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thò pure panaorama si accorge che c'è qualcosa di sbagliato nel neo-liberismo cavalcatp da Prodi-Monti e amici rapaci

I falsi profeti del liberismo

Dalle inutili guerre stellari di Reagan alla superbolla internet di Greenspan. Politici ed economisti hanno sbagliato ricetta. Ma forse la Lady di ferro...


  • 14-08-201214:00

Margharet Thatcher con Donald Reagan (Credits: LaPresse)


falsi profeti del liberismo - Panorama
 

tontolina

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Crisi USA: crolla tutto, gli ingegneri gridano aiuto allo Stato

Lunedì 20 Agosto 2012, 17:32 in Apocalypse now di Debora Billi

Ingegneri e industriali chiedono che il governo USA investa denaro per il mantenimento di infrastrutture ormai obsolete. Ma trovano orecchie da mercante.


E' "Un Maledetto Report", così lo definisce l'Huffington Post. Si tratta di un recente report ad opera della Alliance for American Manifacturing, che sottolinea come
l'America si sta mettendo in pericolo, consentendo che sia il suo settore manifatturiero che le sue infrastrutture - come dighe, strade e ponti- vadano in deterioramento.
La crisi sta portando all'abbandono della manutenzione delle infrastrutture, come ad esempio le strade (se ne parlava qui, e accade anche in Italia), e si menzionano anche i problemi climatici con i relativi disastri ed eventuali questioni di sicurezza. Il tutto unito al crollo della produzione interna, e alla totale dipendenza da forniture estere.
La soluzione proposta dal report, che parla anche di resilienza, si articola in due fasi:
Per prima cosa, restaurare le infrastrutture vitali: la rete elettrica, i sistemi idrici e le fognature, ferrovie e dighe.

E poi farlo con acciaio e cemento americani, vetro e alluminio, componenti e forza lavoro americana.
Finora i governi che si sono succeduti hanno ignorato i problemi relativi a riparazione e manutenzione.

La scusa è il deficit, sostiene l'Huffington, e tutto ciò è l'opposto di ciò che si fece durante la Grande Depressione.
La Società Americana degli Ingegneri Civili raccomanda che lo Stato investa almeno 2200 miliardi di dollari per mantenere le infrastrutture strategiche.

Questo servirebbe anche ad offrire lavoro alla marea montante dei disoccupati.
Ma tutto ciò è keynesiano e poco neoliberista, e si sa, il nome John Maynard Keynes suona alle orecchie dei leader mondiali ogni giorno più simile a quello di Osama Bin Laden.
Foto - Flickr
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