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La Banca d'Italia confessa di essere una SPA ed ammette il falso in bilancio!
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m.youtube.com :Dsentimo' le supercazzole, anche pippo,pluto e paperino possono andare in b.i.:D:D:D.......... AMICO CARO....FATTI NA' BANCA TUA....DAMMI RETTA . TUTTA MALVIVENZA.....STAMPA DI NOTTE, METTICI COPYRIGHT E FATTI TANTA CRANA , CHE TI FAI IL VITALIZIO, AMICO CARO. FATTI LI K......I TUA..... SEI LUNGO DI BRACCIO? AMICO CARO INGRAVIDA TUA MOGLIE CHE TI STAMPA LA CRANA DI NOTTE E PAM PAM PAM ARRIVANO I PEZZI DA CINQUECENTO VIOLA DI CIORNO E TI GODI LA VITA.... RAZZI DOCET:D
 
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Garanzie miliardarie per i derivati di Stato
Pubblicato su 17 Gennaio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA, ECONOMIA


Le polemiche roventi causate dal decreto legge in materia di fisco adottato lo scorso 24 dicembre dal governo hanno indotto Renzi a rinviare il testo al Consiglio dei Ministri del 20 febbraio per trasmetterlo poi alle competenti commissioni parlamentari. Purtroppo le polemiche sul famoso 3% di franchigia dalle sanzioni penali delle evasioni fiscali, rischiano di coprire altri aspetti e provvedimenti della legge di Stabilità che, ignorati dalla grande stampa, potrebbero passare nella più totale indifferenza. In essa «il Tesoro è autorizzato a stipulare accordi di garanzia bilaterale in relazione alle operazioni in strumenti derivati»fatte con le banche.

Il governo giustifica tale decisione affermando che trattasi di una facoltà, non di un obbligo. Ma, come è già avvenuto in Irlanda e in Portogallo, lo Stato italiano potrebbe essere chiamato ad accantonare e bloccare somme molto consistenti a garanzia dei suoi derivati su cui le banche potrebbero valersi in caso di rischio default. Si tratta di un vero favore alle banche perché si modifica, sostanzialmente, il contratto a suo tempo sottoscritto. Ciò non avviene per nessun altro accordo bancario.
Secondo le stime ufficiali del governo, gli strumenti derivati per la gestione del debito pubblico emesso dalla Repubblica Italiana ammontano a circa 161 mld di euro di valore nozionale. In gran parte, sono swap su tassi di interesse accesi per garantirsi contro possibili loro variazioni. Tale cifra non comprende i derivati degli enti locali.
Secondo l'ultimo bollettino della Banca d'Italia del 6 novembre 2014 il loro valore di mercato, aggiornato al secondo trimestre 2014, è negativo per 34,428 mld. In altre parole, se detti derivati dovessero essere liquidati oggi, lo Stato italiano dovrebbe sborsare oltre 34 mld di euro! Si ricordi che nel 2013 le operazioni in derivati hanno già generato un esborso netto superiore a 3 mld. Nel 2012, invece, la ristrutturazione di un singolo derivato fatto con l'americana Morgan Stanley è costata all'erario ben 2 mld e mezzo di dollari.
Naturalmente i cantori della «bellezza dei derivati»ci dicono che però tutto è momentaneo e dipende dall'attuale andamento dei tassi di interesse che sono scesi vicino alla zero. Domani potrebbe andare diversamente. Potrebbero ritornare a salire anche se, dicono sedicenti esperti e approssimativi governanti, ciò non è auspicabile in quanto sarebbe deleterio per la creazione del credito e per la stessa ripresa economica.
È davvero stupefacente constatare che nelle leggi finanziarie Usa e di tutti i paesi Ue, Italia compresa, non vi sia stata una puntuale riflessione sulla pericolosità dei derivati. Eppure la bancarotta del sistema bancario del 2007-8 e le crisi di molti paesi sono state causate proprio dai derivati finanziari altamente speculativi.
È evidente che il debito pubblico non si può risolvere con trucchi contabili e con giochi finanziari. Lo si riduce soltanto attraverso la crescita economica e il taglio drastico delle spese correnti, spesso inutili. L'esposizione creditizia delle Stato non è, di per sé, negativa purché sia finalizzata allo sviluppo e alla creazione di ricchezza reale e di occupazione.
Non vi è quindi una finanza magica né vi sono derivati che possano rendere comunque roseo il futuro. Purtroppo i derivati vengono sempre presentati come se fossero dei toccasana, un guadagno sicuro, per i sottoscrittori e per le banche. Non è stato e non è così. A rimetterci sono quasi sempre gli stati e gli enti pubblici. Se a perdere sono le banche, allora gli stati intervengono con operazioni di salvataggio a spese di tutti i contribuenti.



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LA BANCA CENTRALE SVIZZERA HA REPUTATO DI NON RIUSCIRE A REGGERE LA FUGA DALL'EURO E HA SGANCIATO IL FRANCO (CAMPOLONGO)
Pubblicato su 17 Gennaio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA
Come si sa, ieri con un comunicato a sorpresa, la banca centrale svizzera ha annunciato di aver sganciato il franco svizzero dalla soglia minima di cambio con l’euro di 1,20. Il risultato è che la moneta unica europea, quella che avrebbe dovuto “spezzare le reni” al dollaro ed a tutte le altre valute internazionali per divenire la moneta rifugio, è letteralmente crollata di fronte alla divisa svizzera.
Al momento in cui stiamo scrivendo, l’euro è addirittura scivolato sotto la parità con il franco svizzero.
Il supporto al cambio a 1,20 era stato attuato tre anni fa dall’autorità elvetica per proteggere l’economia interna dal rischio di una sopravalutazione rispetto alla moneta unica, rischio che oggi è considerano superato dalle autorità elvetiche.
Ora, quando un cambio “fisso” viene liberato, possono accadere due cose: la moneta che abbandona il cambio può o svalutarsi o rivalutarsi rispetto a quella presa a parametro (in questo caso l’euro). Se la moneta che abbandona il cambio fisso si svaluta, significa che il suo sistema economico è considerato meno appetibile rispetto alla moneta di riferimento. Se si rivaluta, invece, è considerata più “solida”.
Bene: nel giro di poche ore il franco svizzero si è rivalutato fino al 30% rispetto all’euro. Questo significa che i mercati e gli investitori hanno deciso di investire in massa nella vera moneta rifugio, il franco svizzero, abbandonando una moneta assolutamente farlocca e priva di futuro come l’euro, accettando di perdere fino al 30% del proprio valore.
Quando l’oscillazione è così forte, appare del tutto evidente che la moneta che “perde” valore è considerata poco meno che carta straccia rispetto all’altra.
L’euro recupererà valore? Molto probabilmente la BCE inizierà a vendere riserve di franchi svizzeri ed acquistare euro pur di sostenere il cambio, privandosi così di importanti depositi in valuta pregiata (la stessa mossa suicida che fece l’italico stivale nel 1992 per evitare di svalutare rispetto alle monete dello SME. Mossa inutile, dato che poi la svalutazione avvenne comunque, solo che bruciammo fior di riserve valutarie).
Ciò su cui vogliamo soffermarci un attimo, però, è che queste considerazioni le facemmo mesi fa, in tempi non sospetti, quando consigliammo piuttosto caldamente di diversificare i propri risparmi rispetto all’euro. Non siamo stati bravi, siamo stati semplicemente attenti ai fondamentali dell’economia.
In fondo, perchè investire nella moneta di una zona in deflazione, con il pil asfittico e le previsioni di crescita più basse a livello internazionale? Ovviamente nessuno dotato di senno lo farebbe.
E difatti, al di là della retorica dei nostri media, dei proclami roboanti degli oligarchi europei e di pseudoeconomisti prezzolati (quelli più quotati ed indipendenti hanno sempre guardato all’euro con un sorriso di compatimento), la moneta unica ha dimostrato nel giro di poche ore di essere solamente un colossale bluff che ha distrutto il tessuto socioeconomico del vecchio continente e costretto almeno una generazione alla povertà ed alla miseria.
Il re è nudo, l’euro è clinicamente morto: si può solo decidere di staccare subito la spina, limitando i danni per tutti, o accanirsi terapeuticamente distruggendo quel poco di economia che è rimasta nella zona euro.
La prima soluzione sarebbe quella auspicabile, ma conoscendo la stupida arroganza dell’oligarchia europea, provate a domandarvi: quale sarà percorsa?
Esatto, avete indovinato. Piuttosto che arrendersi all'evidenza del fallimento dell'euro, la Bce aprirà le dighe finanziarie, acquistando a man bassa titoli di stato spazzatura di nazioni devastate dall'euro così da farlo precipitare nei mercati valutari a valori di cambio al ribasso addirittura inconcepibili. Se perfino la potente - davvero potente - Banca Centrale Svizzera ha deciso ora di sganciare il franco dall'euro perchè "tra sei mesi la situazione potrebbe essere peggiore" avete una vaga idea di che razza di terremoto provocherà quello che la Bce si sta preprando a combinare?
Se neppure la Banca Centrale Svizzera reputa di essere in grado di reggere all'onda d'urto dei capitali in fuga dall'euro che correranno a salvarsi in Svizzera col franco, non appena Draghi darà corpo al QE, questo significa che l'euro è prossimo alla fine.
Luca Campolongo
Tratto da: Il Nord - I fatti e le opinioni del Nord - ilnord.it

 

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LA MERKEL E SCHAEUBLE CONTRARI AL QE: ''IN MOMENTO SBAGLIATO'' (EURO CROLLERA')

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17 gennaio - BERLINO - La cancelliera tedesca Angela Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ''temono che il programma (di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce) di Draghi arrivi al momento sbagliato e dia stimoli errati''. E' quanto scrive Der Spiegel a proposito di un sempre piu' probabile quantitative easing, osteggiato dal presidente di Bundesbank Jens Weidmann e da ''quasi un terzo'' del consiglio Bce: ''Il numero dei suoi oppositori e' tanto grande come da lungo tempo ormai''
 

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Quantitative easing, ecco piano d’attacco di Draghi. Dimezzato da Frau Merkel

di F. Q. | 18 gennaio 2015
Zonaeuro
Giovedì 22 la Banca centrale europea varerà il programma di acquisto di titoli di Stato che dovrebbe riattivare il credito e far ripartire il motore della crescita. Ma per avere il via libera tedesco il presidente dell'Eurotower dovrà accettare un compromesso: che le banche centrali nazionali si accollino almeno il 50% dei rischi. Un pessimo segnale per i mercati. In più Atene sarà probabilmente esclusa
di F. Q. | 18 gennaio 2015
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Più informazioni su: Alexis Tsipras, Angela Merkel, Bankitalia, Bce, Crescita Economica, Eurotower, Germania, Grecia, Inflazione, Jens Weidmann, Mario Draghi, Occupazione, Quantitative Easing, Wolfgang Schaeuble


Ormai, più che di attesa, si tratta di un conto alla rovescia. Nel senso che i mercati se lo aspettano e a questo punto la Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi non può più tornare indietro: è quasi sicuro che giovedì 22 gennaio il suo consiglio direttivo, in cui siedono i governatori delle banche centrali di tutti i Paesi dell’Eurozona, varerà un piano di acquisto “su larga scala” di titoli di Stato. Cioè il tanto discusso “quantitative easing” (qe), un’operazione che, iniettando denaro nell’economia e riducendo i tassi di interesse, si spera riesca a riattivare il circuito del credito, generare un minimo di inflazione (ora i prezzi nell’area euro sono in discesa, segnale di una pericolosa stagnazione) e in ultima analisi far ripartire il motore della crescita e dell’occupazione. Anche indebolendo ulteriormente la moneta unica rispetto al dollaro, cosa che si tradurrà in un aumento delle esportazioni delle aziende europee. Peccato però che, per ottenere il via libera della cancelliera tedesca Angela Merkel, del suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e del governatore della Bundesbank Jens Weidmann, Draghi dovrà condizioni che potrebbero rendere poco efficace quello che molti definiscono “bazooka“, nel senso dell’arma più potente a disposizione di Francoforte.
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Il braccio destro di Draghi rompe gli indugi: “Il qe è l’opzione di base” – I dubbi su un eventuale nuovo slittamento del programma per attendere l’esito delle elezioni in Grecia (25 gennaio) appaiono superati. Tanto più dopo che venerdì l’economista francese Benoit Coeuré, braccio destro di Draghi e membro del board dell’Eurotower, ha dichiarato in un’intervista che “acquistare obbligazioni sovrane” è la “opzione di base” e si stanno “discutendo le questioni tecniche”. Poco meno che un annuncio ufficiale. L’ammontare dello “shopping” non è ancora noto, ma Coeurè ha dichiarato che “perché sia efficace deve essere grande”. Vale a dire che con tutta probabilità l’operazione varrà più di 500 miliardi di euro. Secondo Credit Suisse lo “scenario di base” è che la Bce annunci una manovra espansiva di valore compreso tra 500 e 750 miliardi.
Se ogni banca centrale nazionale comprerà titoli del proprio Paese, accollandosi i rischi, i mercati si convinceranno che la Bce non è in grado di operare nell’interesse dell’area euro
Il compromesso con la Merkel e la “spinta” di Der Spiegel - Ancora da definire i dettagli su come funzionerà il piano e chi si accollerà i rischi finanziari, aspetto su cui continua a concentrarsi l’attenzione della Germania che notoriamente è contraria al qe. Il nodo è proprio questo: secondo indiscrezioni raccolte dal settimanale tedesco Der Spiegel, Draghi e Merkel- che mercoledì scorso si sono visti a Berlino – avrebbero raggiunto un‘intesa: ad acquistare i titoli di Stato di ogni Paese sarà la sua banca centrale nazionale, con un tetto massimo pari al 20-25% del debito pubblico. Vale a dire che il rischio non sarà condiviso e centralizzato nella Bce, bensì rimarrà in capo a Bankitalia, Banco de España, Banque de France, Bundesbank eccetera. Le quali, dunque, subiranno le eventuali perdite legate a un ipotetico default sovrano della Penisola. Senza ripercussioni per i contribuenti degli altri 18 Stati dell’Eurozona. Ma secondo diversi analisti l’articolo dello Spiegel è stato “ispirato” da fonti tedesche che mirano a influenzare il dibattito in quella direzione. E la quadratura del cerchio non è stata ancora trovata. E’ probabile che l’intesa finale sarà di compromesso. Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung nella sua edizione domenicale scrive che le banche centrali nazionali si faranno carico di “almeno il 50%” dell’esposizione agli acquisti di titoli.
In gioco la credibilità della Bce - D’altronde la decisione di non condividere in alcun modo il rischio, pur presentando il vantaggio di avere il placet dei tedeschi e degli olandesi, darebbe un segnale di scarsa coesione. Guntram Wolff, direttore del think tank bruxellese Bruegel, in un commento pubblicato pochi giorni fa ha scritto che questa soluzione “sarebbe nel migliore dei casi inefficace, nel peggiore pericolosa“, “manderebbe il segnale che la Bce non è più una istituzione coesa e equivarrebbe a dichiarare che non è in grado di operare nell’interesse e per conto dell’intera area euro. Questo ne minerebbe la credibilità non solo nell’acquisto di titoli ma in senso più ampio”. Una catastrofe, considerato che oggi basta una parola di Draghi per muovere i mercati finanziari. Non per niente il governatore di via Nazionale, Ignazio Visco, si è opposto all’idea che le banche centrali nazionali acquistino i titoli a carico del proprio bilancio con la motivazione che “la frammentazione finanziaria dell’area euro potrebbe tornare ad ampliarsi”. Tradotto: si rischia la disgregazione dell’Eurozona.
La Grecia sarà con tutta probabilità esclusa dal programma perché i suoi titoli di Stato sono classificati come “spazzatura”
L’ostacolo Atene sulla road map di Francoforte – Tanto più se davvero, come vogliono molte indiscrezioni, alla Grecia non sarà consentito di partecipare. Perché i suoi titoli di Stato sono classificati come “spazzatura” dalle agenzie di rating e non soddisfano quindi gli standard di qualità decisi dalla Bce. E’ Atene, dunque, la maggiore incognita all’orizzonte. E non più solo per il timore della probabile vittoria alle urne di Alexis Tsipras, il cui programma anti austerity non contempla l’uscita dall’euro ma prevede la rinegoziazione del debito nei confronti della troika e delle banche: negli ultimi due giorni dalla Grecia sono arrivati segnali di pericolo ben più immediati. Diversi istituti di credito sono in ginocchio a causa della corsa agli sportelli che nel solo mese di dicembre ha prosciugato i depositi di ben 3 miliardi di euro. Di conseguenza venerdì si è diffusa la notizia che Eurobank e Alpha Bank hanno chiesto assistenza al sistema di liquidità di ultima istanza dell’Eurosistema, una misura a cui gli istituti ricorrono quando sono sull’orlo del default. E sabato alla lista si è aggiunta Piraeus Bank. Ma non è finita: secondo il quotidiano Ekathimerini l’altro grande istituto del paese, la National Bank, farà lo stesso lunedì. Una situazione che non farà che aggravare la dipendenza del Paese dal sostegno internazionale.
 

aquilarealeatapple

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l'autocensura non ha senso , quello che vale per l'europa e la bce vale analogamente per la fed e tutti gli altri paesi del mondo con denaro cartaceo quindi se censura ci sarà , sia argema o altri amministratori a farla :
se la richiesta di verifiche di truffa vengono portate in tribunale e per caso dimostrate integralmente , voglio vedere il giudice che inizia il processo contro gli istituti bancari , la bce e i vari organi costituiti , quali senato , parlamento e magistratura che hanno avvallato e fatto le leggi per gli investimenti bot-btp , essendoci volontarietà e cooperazione nelle azioni degli istituti , diventerebbe complicità in associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al raggiro dei cittadini che usano la moneta sulla " fiducia " , un macello socio-economico ... non per niente hanno già ante istituito le cac ..
un pò di cultura ..
" Prima moneta da 1 Euro in argento del 1965 - Collezionismo In vendita a Roma " il lato b , quello dove c'è un ettagono connesso da braccia con doppie mani e quella strana lettera E , ove sembra indicare il numero 3 .. il 7 , l'ettagono e il 3 .. ... .... ..... 4-3 , 5-2 , 6-1 .. il dado nella sommità delle facce opposte e nelle 3 possibili sommatorie .. andiamo avanti .. ci sono informazioni di carattere superiore nella moneta che sono di complesso discernimento , meglio così ..
" La prima moneta in Euro è nata nel 1963 | Blog di Collezionieuro " la prima moneta euro è nata nel 1963 .. numero impuro belva .. quindi dalla menzogna , dalla truffa .. verso la .. via ...
" Il camper più costoso al mondo da tre milioni di dollari | My Luxury " gli mancano gli aviogetti della tuta di ironman inseriti nelle ruote rotanti tipo delorean parte seconda magari assistiti da ulteriori propulsori e siamo a posto " Oro e pelle di coccodrillo negli interni della Porsche Stingray GTR in limited edition | My Luxury " poveri coccodrilli , ma con pelle di politici e banchieri si può avere [ si scherza eh ] ?
 
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gennaio 19, 2015 Lascia un commento

Tyler Durden Zerohedge 18/01/2015Le voci sulla Russia che vende le proprie riserve auree, ormai è chiaro, sono esagerate dato che non solo Putin non vende, ma le riserve auree russe sono anche aumentate in sei mesi, a dicembre, di quasi 46 miliardi di dollari (vicino al picco dell’aprile 2013). Sembra che le chiacchiere su “la Russia vende” siano volte a ridurre i prezzi permettendo di raccogliere beni fisici non fiat a prezzi inferiori. D’altra parte, i russi continuano un altro trend, riducendo l’esposizione verso il Tesoro USA per il 20° mese consecutivo, le partecipazioni della Russia nel debito del Tesoro USA sono scese di anno in anno, rafforzandone le vendite.
Comprare a basso prezzo…
Le riserve auree Russia sono balzate per sei mesi fino a dicembre, quasi pari al picco dell’aprile 2013…
e vendere al rialzo…
Il possesso russo di buoni del Tesoro USA ad oggi è il secondo più basso dal 2008…

Sembrerebbe il maggior passaggio, di cui nessuno parla, tra fiat e non-fiat e tra carta e beni fisici verificatosi in Cina e Russia.
Grafici: Bloomberg
Alcuni hanno commentato sul balzo “senza precedenti” dei capitali dalla Russia, ma come spiega il Dr. Constantin Gurdjiev, gli ‘analisti’ occidentali sembrano aver dimenticato un paio di cose…
La Banca centrale della Russia ha pubblicato i dati dei deflussi di capitale del 2014, suscitando l’allegro chiacchiericcio di funzionari ed accademici degli Stati Uniti che allegramente prevedevano la scomparsa dell’economia russa. Le cifre sono pessime: i deflussi netti ufficiali di capitali sono pari a 151,5 miliardi di USD, circa 2,5 volte il tasso di deflusso nel 2013, di 61 miliardi. I deflussi del Q1 furono di 48,2 miliardi, nel Q2 di 22,4 miliardi, nel Q3 2014 di 7,7 miliardi e nel Q4 2014 a 72,9 miliardi. Così, nel Q4 2014 i deflussi, in confronto, furono maggiori ai deflussi di tutto il 2013. Vi sono, tuttavia, alcune precisazioni che gli analisti occidentali dell’economia russa tendono ad ignorare:
• I 19,8 miliardi di USD di deflussi nel Q4 2014 derivavano dalle nuove misure per l’approvvigionamento di liquidità da parte della BC di Russia, estendendo nuove linee di credito alle banche russe. In altre parole, si tratta di prestiti. Si può presumere che le banche ne vadano in default o che ripagheranno i prestiti. Nel primo caso, le uscite non saranno reversibili, nell’ultimo si.
• I deflussi netti di capitali dei Q1-Q3 2014 sono stati valutati con il rimborso delle banche dei finanziamenti esteri (ricordate che le sanzioni alle banche si sono avute nei Q2-Q3 2014) pari a 16,1 miliardi di USD. È possibile chiamarli deflussi dei fondi o pagamento dei debiti. La prima suona inquietante, assai meno la seconda, ripagare i debiti migliora bilanci. Non siate così apocalittici, quindi. Non abbiamo ancora i dati aggregati relativi per il Q4 2014, ma su base mensile, gli stessi deflussi del settore bancario furono pari ad almeno 11,8 miliardi di USD. Ecco i 27,9 miliardi di USD dovuti allo sganciamento delle banche nel 2014. Anche in questo caso, può essere un male, ma anche un bene. Oppure semplicemente più sfumato da ciò che suggeriscono i titoli urlati.
• I rimborsi del debito, la riduzione della leva finanziaria nel settore non bancario è stata maggiore nel Q4 2014 e solo i rimborsi dei debiti previsti ammontano a 34,8 miliardi di dollari. Oltre a ciò, non abbiamo idea se siano rimborsi imposti (o non pianificati).
Quindi, solo nei Q3-Q4 2014, i rimborsi delle banche programmati erano pari a 45,321 miliardi di USD e i riscatti aziendali programmati erano pari a 72,684 miliardi di USD. In termini semplici, 118 miliardi di dollari o 78 per cento di catastrofica fuga di capitali dalla Russia nel 2014, sono dovuti a rimborsi dei debiti bancari e non a fuga di ‘investitori’ o di depositanti; in parte una forzata restituzione del debito. Mettiamola su una prospettiva leggermente diversa. Qualunque sia la vostra idea delle politiche europee e statunitensi nella crisi finanziaria globale e conseguente grande recessione, la pietra angolare di tali politiche era lo ‘sganciamento (deleveraging) ovvero le banche che rimborsano i debiti’. La Russia non ha adottato da sé tale politica, ma è stata costretta dalle sanzioni sganciando banche e aziende russe (anche quelle non direttamente sanzionate) dai mercati del credito occidentali. Ma se pensate che tale passo sia catastrofico per l’economia russa, indotto dal Cremlino, dovreste porvi un paio di domande sulle politiche di deleveraging di Stati Uniti ed europee. E dopo fate un pensierino sui restanti 33 miliardi di dollari di deflusso, che riguardano la dollarizzazione dei conti delle famiglie russe (conversione dei rubli in dollari e altre valute), gli effetti dei cambi in valute diverse dal dollaro USA, le valutazioni mutevoli sulle riserve auree, ecc.
Come direbbe qualcuno, si guardi la Grecia… Sì, le cose sono pessime in Russia. Sì, lo sganciamento è imposto e doloroso. Sì, i deflussi di capitali sono enormi. Ma, un aspetto positivo c’è: la maggior parte della fuga di capitali che gli analisti occidentali condannano, migliora i bilanci russi e riduce il debito estero russo. Non sarebbe troppo male, giusto? Perché se fosse così, allora Grecia, Cipro, Spagna, Italia, Irlanda, Portogallo, Francia e così via… s’immaginerebbero un loro processo di ‘sganciamento’…
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
 

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Sovranità monetaria, cosa ne pensava la Banca d’Italia nel lontano 1973 →
Come si finanziava l’Italia prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia (Parte 5)

Pubblicato il 15 settembre 2013 di memmttoscana
Quinta puntata della serie dedicata all’analisi storica e politica del mercato del lavoro in Italia (qui trovate la Parte 1; Parte 2; Parte 3 e Parte 4) e alla sua relazione con i vari shock di politica economica occorsi a partire dall’inizio degli anni ottanta: dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, all’indomani dell’entrata italiana nello Sistema Monetario Europeo (SME), fino alle politiche fiscali intraprese dai governi che si sono succeduti; per chiudere poi con lunga fase di crescente liberalizzazione del mercato del lavoro.
Oggi parleremo di come si finanziava il governo (cioè di come il Tesoro finanziava la propria spesa) prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia.
Prima del divorzio i canali di finanziamento del Tesoro presso la Banca d’Italia erano sostanzialmente due. Il primo era il cosiddetto “Conto corrente di Tesoreria”. Esso era un vero e proprio conto corrente bancario detenuto dal Tesoro presso la Banca d’Italia già a partire dal dopoguerra, nel quale come spiega questo documento pubblicato dalla Banca d’Italia (La Banca d’Italia e la Tesoreria dello Stato di Giuseppe Mulone, 2006, p.33):
confluivano giornalmente gli introiti e gli esiti in contanti eseguiti da tutte le sezioni di tesoreria. In un primo tempo, lo sbilancio del conto a debito del Tesoro fu fissato, in cifra fissa, nell’ammontare massimo di 50 miliardi di lire; successivamente (D.lgs. 544/48) la misura massima di indebitamento venne rapportata al 15 per cento del complessivo importo degli originari stati di previsione della spesa approvata dal Parlamento e delle successive variazioni di bilancio. In seguito, la L. 13/12/1964, n. 1333, in relazione alla mutata classificazione delle spese, ridusse tale percentuale al 14 per cento. I provvedimenti del 1948 prevedevano che ogni qual volta dalla situazione mensile della Banca d’Italia risultasse uno sbilancio a debito del Tesoro superiore al limite prestabilito la Banca stessa ne desse comunicazione immediata al Ministro del Tesoro per gli opportuni provvedimenti. Qualora l’indebitamento al Tesoro non fosse rientrato nei limiti di legge entro 20 giorni dalla suddetta comunicazione, la Banca d’Italia non doveva dare corso a ulteriori pagamenti di tesoreria fino a quando, a seguito di introiti o versamenti fatti dallo stesso Tesoro, lo sbilancio del conto corrente non fosse rientrato nel limite. Il meccanismo non mirava in teoria a facilitare il finanziamento della Banca d’Italia al Tesoro, ma solo ad assicurare a quest’ultimo una elasticità di cassa, attraverso la creazione di uno strumento di carattere temporaneo come una linea di credito e che non costituisse un vero e proprio finanziamento.
In pratica, come ricorda l’attuale Presidente della Bce, Mario Draghi, il Tesoro aveva la possibilità di “attingere a un’apertura di credito di conto corrente presso la Banca per il 14 per cento delle spese iscritte in bilancio” (Fonte: L’autonomia della politica monetaria. Una riflessione a trent’anni dalla lettera del Ministro Andreatta al Governatore Ciampi che avviò il “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, 2011, p. 2-3)
Ossia, “il Tesoro poteva spendere sopra le proprie entrate utilizzando un ‘diritto di scoperto’ sul conto accentrato presso l’Istituto di emissione; diritto consentito fino al 14 per cento della spesa di bilancio” (Fonte: L’indipendenza della Banca d’Italia dal Governo negli anni Ottanta: cause interne e internazionali di Maria Luisa Marinelli, 2011, p. 148)
Il Tesoro quindi poteva cioè finanziare tramite la Banca d’Italia le spese iscritte nel suo bilancio preventivo (quindi non ancora materialmente effettuate) per un ammontare pari al 14 per cento del loro totale. Facciamo un esempio per capire meglio: supponiamo che il Tesoro decidesse di effettuare una spesa per un ammontare totale di 100, iscrivendo questa spesa nel suo bilancio preventivo, la Banca d’Italia a quel punto avrebbe dovuto garantire al Tesoro uno scoperto di conto pari a 14.
Il secondo canale di finanziamento del Tesoro presso la Banca d’Italia fu introdotto con la riforma del mercato dei Bot (Buoni ordinari del Tesoro) del 1975. A partire da quella data, come ricorda il solito Draghi, la Banca d’Italia si era “impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria”. Anche Draghi, dunque, conferma quello che ci ha già detto Andreatta: la Banca d’Italia si impegnava a “garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo” (Fonte). E questo era un fatto di enorme importanza per il Tesoro, dal momento che “gli interventi della Banca centrale alle aste dei titoli servivano a mantenere il tasso d’interesse a un livello stabilito, compatibile con l’esigenza del Tesoro di finanziarsi relativamente a buon mercato: semplicemente se il mercato non voleva i titoli al tasso stabilito dal Tesoro, la Banca d’Italia li acquistava, immettendo così moneta fresca nel sistema. Il Tesoro, certo, le pagava interessi, ma la Banca d’Italia poi glieli restituiva, e quindi per il Tesoro questo era debito a costo zero, equivalente al finanziamento di una parte del fabbisogno con moneta, la cosiddetta ‘base monetaria creata dal canale del tesoro’” (Il Tramonto dell’Euro di Alberto Bagnai, 2012, p. 184).
Facciamo un esempio: il Tesoro decide di offrire al mercato l’equivalente di 100 in titoli di Stato a un tasso d’interesse fissato del 3 per cento (faccio notare che il tasso veniva fissato dal Tesoro stesso, non dal mercato come avviene oggi). Ipotizziamo adesso che il mercato avesse deciso di acquistare solamente 80 di questi titoli. Cosa sarebbe successo a questo punto? Si sarebbe scatenato il panico perché non ci sarebbero stati sono i soldi per finanziare la spesa per scuole, ospedali, infrastrutture? Niente affatto. A quel punto la Banca d’Italia sarebbe intervenuta, acquistando gli altri titoli, equivalenti a un controvalore di 20. “E la Banca d’Italia – si chiederà qualcuno – dove prendeva questi soldi?”. Semplice: li creava dal nulla, trasferendoli poi sul conto corrente detenuto dal Tesoro presso di essa. Come conseguenza la Banca avrebbe poi registrato i titoli acquistati alla voce attivi sul suo bilancio e l’incremento equivalente operato sul conto del Tesoro fra i passivi. A questo punto, il Tesoro avrebbe potuto tranquillamente spendere quel denaro, che indovinate un po’ a chi finiva? Ai privati. Sotto forma di reddito diretto (lo stipendio di un impiegato comunale, di un insegnate, di un medico…) o di reddito da interesse percepito dai detentori dei titoli del debito pubblico (parleremo della differenza nella distribuzione di questa spesa).
“Sì, ma in questo modo – si potrebbe obiettare – il Tesoro non si sarebbe indebitato con la Banca d’Italia?”. La risposta è no, dal momento che la vendita di titoli da parte del Tesoro alla propria Banca Centrale, a differenza di quanto erroneamente pensano in molti (ogni riferimento ai signoraggisti è puramente voluto), non costituisce affatto un indebitamento reale verso essa. Come spiega l’economista francese Alain Parguez, infatti, tale procedura costituisce una semplice operazione contabile “fittizia”: “la quota di disavanzo che non è assorbita dalla vendita di obbligazioni [presso il mercato, nda] viene assorbita dalla vendita fittizia di tali obbligazioni alla Banca Centrale. Si tratta della cosiddetta componente ‘monetaria’ del vincolo di bilancio” (Parguez A., The Tragedy of Disciplinary Fiscal Economics or Back to the Ancien Régime, 29th Annual Conference of the Eastern Economic Association, New York, 2003)
Tesoro e Banca d’Italia agiscono, in questo caso, di concerto, ma è il primo a indirizzare l’operato della seconda, stabilendo l’ammontare della spesa, la quantità di titoli da emettere e il tasso d’interesse al quale offrire quei titoli. In quest’ottica, dice sempre Parguez, bisogna considerare “l’esistenza della Banca Centrale come ramo bancario dello Stato. Nel bilancio della Banca Centrale, la controparte del deficit [pubblico, nda] si traduce nell’accumulo sul lato delle attività di titoli del debito pubblico ad un tasso di rendimento fissato dal Tesoro. In questo caso il debito pubblico non è altro che un debito che lo Stato ha con sé stesso” (Parguez A., The true rules of a good management of public finance, mimeo, 2010).
E anche Luigi Spaventa, per citare un noto ed eminente economista italiano, riconosceva candidamente questo fatto già nel lontano 1984. Leggete cosa scriveva: “lo stock di base monetaria creata tramite il canale del Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente. Ciò si vede bene qualora si consolidi il Tesoro con la Banca Centrale: in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio” (Spaventa L., La crescita del debito pubblico in Italia: evoluzione, prospettive e problemi di politica economica, Moneta e Credito, Volume n. 37 , Fascicolo n. 147, 1984).
Il punto fondamentale da capire è che anche governi che dispongono della piena sovranità monetaria tendono a creare assetti istituzionali che (operativamente parlando) separano l’azione svolta dal Tesoro e dalla Banca Centrale (i motivi possono essere molteplici e sicuramente il principale è l’incomprensione di fondo di come funzionano i sistemi monetari, oltre a un preciso orientamento ideologico di fondo contro lo Stato e la sua inefficienza, la spesa pubblica…). Ma, nella sostanza, questa divisione di ruolo non intacca il fatto che il potere di emissione di monetaria, essendo emanazione del potere che Parlamento e Governo esercitano in nome del popolo sovrano, sia nelle mani del Tesoro. E l’Italia prima del divorzio ne era un esempio lampante.
Per capirlo, vediamo passo dopo passo cosa avveniva durante il processo di vendita di titoli di Stato da parte del Tesoro alla Banca d’Italia. Dunque, ipotizziamo che la Banca d’Italia acquistasse dal Tesoro un ammontare di titoli di Stato pari a 100. Questa sarebbe stata la situazione nei rispettivi bilanci: la Banca d’Italia registra fra le attività i titoli di Stato acquistati e fra le passività l’incremento equivalente messo a disposizione sul conto corrente del Tesoro; specularmente il Tesoro metterà al passivo i titoli di Stato venduti alla propria Banca Centrale e all’attivo l’incremento equivalente del suo conto. Ecco un’immagine per esemplificare il tutto:

Notate subito una cosa: se consolidiamo i bilanci di Tesoro e Banca d’Italia di fatto non esiste un indebitamento del Tesoro (come scriveva lo stesso Spaventa), passività e attività si compensano a vicenda; ma, questa semplice operazione contabile “fittizia” (Parguez) permette al Tesoro di creare dal nulla i fondi necessari a finanziare la sua spesa.
Il Tesoro dunque effettua la sua spesa: ipotizziamo che sia equivalente a 100 per costruire una scuola; paga le aziende incaricate di realizzare l’opera accreditando i loro conti correnti detenuti presso le varie banche private (per semplicità ipotizziamo che ci sia una sola banca commerciale che rappresenta di fatto l’aggregato di tutte le banche commerciali esistenti). Ecco la nuova situazione (vi consiglio di aprire l’immagine in una nuova scheda, basta cliccarci sopra):

Andiamo con ordine: il Tesoro ha effettuato la sua spesa e dunque il saldo del suo conto corrente presso la Banca Centrale diventa zero; i soldi spesi dal Tesoro sono finiti ad aziende e famiglie che hanno lavorato per costruire la scuola, che (per ora) decidono di lasciarli in banca sotto forma di depositi; la banca commerciale registra fra le passività il denaro che famiglie e aziende detengono presso di essa, dal momento che quelli sono soldi che la banca “deve” ai propri clienti; allo stesso tempo, però, contemporaneamente all’aumento dei depositi la banca commerciale vede crescere in egual misura anche le sue riserve detenute presso la Banca Centrale (utilizzate per regolare i pagamenti con le altre banche e per far fronte alla riserva obbligatoria).
Facciamo un ulteriore passo avanti: ipotizziamo (realisticamente) che famiglie e imprese non detengano tutte le loro attività sotto forma di depositi ma che decidano di detenere una quota delle loro attività sotto forma dei contanti (circolante), per esempio 10. In questo caso avremo una variazione che coinvolge i bilanci della banca commerciale e della Banca Centrale. Ecco come:

Adesso, arriviamo a un punto cruciale (attenzione: capire questo significa capire uno snodo importante del funzionamento delle operazioni effettuate dalla Banca Centrale!): ipotizziamo che la Banca Centrale imponga un obbligo di riserva alle banche commerciali pari al 10 per cento dei loro depositi. Nel nostro esempio i depositi delle banche commerciali ammontano complessivamente a 90, dunque le banche commerciali saranno obbligate a detenere a riserva obbligatoria 9 di questi 90. La domanda fondamentale a questo punto è: cosa faranno le banche con le riserve in eccesso, quelle che non sono obbligate a detenere presso la Banca Centrale, nel nostro caso 81? Le possibilità sono solamente tre:
1) Le banche commerciali possono mantenere le riserve in eccesso presso la Banca Centrale e percepire un interesse piuttosto modesto su di esse (oggi, per esempio, nell’Eurosistema questo tasso d’interesse, chiamato deposit facility, è pari a zero).
2) Le banche che hanno un eccesso di riserve possono prestarle (sul mercato interbancario) a quelle che hanno carenza di riserve e devono far fronte alla riserva obbligatoria. Ma, come avviene nel nostro esempio, se in aggregato le banche commerciali hanno un eccesso di riserve significa che complessivamente una volta che tutte le banche sono in grado di far fronte all’obbligo di riserva permarrà una situazione di eccesso di liquidità; quindi le banche cercheranno di piazzare queste riserve in eccesso in vista di guadagni maggiori. E qual è la loro unica opzione?
3) Nel momento in cui il rendimento dei titoli di Stato si colloca anche leggermente al di sopra del tasso d’interesse percepito sulle riserve in eccesso detenute presso la Banca Centrale e del tasso d’interesse interbancario (quello al quale le banche si prestano denaro fra di loro), è nell’interesse delle banche commerciali liberarsi di quelle riserve in modo da ottenere un’attività sicura, facilmente scambiabile ed estremamente liquida, con un rendimento maggiore. Ecco quindi che esse saranno ben liete di acquistare dalla Banca Centrale i titoli di Stato (sul perché la Banca decida di venderli parleremo in uno dei prossimo post in cui vedremo come la Banca Centrale fissa il tasso d’interesse di riferimento).
Ecco quindi la nuova situazione che si viene a creare:

Dunque, riepilogando, questa è tutta le sequenza che abbiamo visto:
1) Il Tesoro emette dei titoli di Stato, li vende alla propria Banca Centrale sul cosiddetto mercato primario (la Banca d’Italia fino al 1981 era obbligata ad acquistare tutti quelli non venduti in sede d’asta).
2) Il Tesoro effettua così la propria spesa a favore dei privati (costruzione di ospedali, scuole….) e accredita i conti correnti delle aziende e famiglie incaricate di eseguire il lavoro.
3) Il denaro così immesso nel circuito bancario crea un eccesso di riserve bancarie rispetto agli obblighi di riserva. Le banche commerciali avranno quindi tutto l’interesse ad acquistare sul mercato secondario i titoli precedentemente acquistati dalla Banca d’Italia, dal momento che essi garantiscono un tasso d’interesse maggiore di quello che le banche otterrebbero lasciando le riserve in eccesso parcheggiate presso la Banca Centrale.
Questo meccanismo (che io ho esemplificato) trova piena conferma empirica in un paper pubblicato nel 2012 dalla Banca d’Italia (Monetary policy and fiscal dominance in Italy from the early 1970s to the adoption of the euro: a review di Eugenio Gaiotti e Alessandro Secchi) che a pagina 27 mostra l’ammontare netto di titoli di Stato (cioè la differenza fra i titoli acquistati dalla Banca Centrale e quelli ripagati dal Tesoro alla Banca stessa) acquistati dalla Banca d’Italia sul mercato primario (in blu) e di quelli scambiati sul mercato secondario da parte della Banca d’Italia con le banche commerciali (in grigio).

Come scrivono gli autori: “la figura conferma che gli acquisti di titoli di Stato (al netto, nda) sul mercato primario da parte della Banca d’Italia sono progressivamente aumentati durante gli anni settanta, raggiungendo il picco nel 1981, poi si sono rapidamente ridotti dopo il “divorzio” (cioè da quando la Banca d’Italia non era più costretta a garantire in asta il collocamento integrale dei titoli emessi dal Tesoro, ma poteva intervenire in via facoltativa, nda), sebbene siano rimasti positivi per il resto del decennio. [...] Negli anni novanta, dal momento che gli acquisti lordi sul mercato primario scesero a zero, il canale Tesoro distruggeva liquidità per un’ammontare pari ai titoli in scadenza detenuti in portafoglio dalla Banca d’Italia, mentre le operazioni sul mercato aperto creavano liquidità per fini di controllo monetario”.
In sostanza il grafico ci dice che nel momento in cui i titoli detenuti dalla Banca d’Italia giungevano a maturazione il Tesoro emetteva altri titoli, per un ammontare maggiore di quelli a scadenza e li vendeva alla Banca d’Italia. In sostanza il debito veniva ripagato emettendo altro debito che veniva venduto alla Banca d’Italia (ricordiamo che si tratta di una vendita “fittizia”, Parguez) e questo per tutti gli anni settanta e ottanta. Poi, con l’entrata in vigore il primo novembre 1993 del Tratto di Maastricht, viene vietata la “concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle Banche centrali degli Stati membri [..] a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle Banche centrali nazionali”. Il Trattato, inoltre, sancisce anche l’abolizione del Conto corrente di Tesoreria.
Come conferma il professore della Bocconi, Luca Fantacci: “Nessuno stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli” (fonte).
Quindi, fino al 1981 il Tesoro aveva la possibilità di finanziare la propria spesa utilizzando (oltre alla vendita di titoli presso privati) denaro fresco, creato dal nulla dalla Banca d’Italia tramite l’acquisto “fittizio” di titoli emessi dal Tesoro; questo denaro veniva immesso all’interno del settore privato (famiglie e aziende) all’atto della spesa pubblica. In pratica, a livello operativo, la Banca d’Italia “consentiva” semplicemente al Tesoro di monetizzare il proprio disavanzo.
Capite bene che, in un contesto di questo tipo, il potere monetario non era affatto indipendente e sovraordinato agli altri; al contrario, il suo controllo era ben saldo nelle mani del Tesoro, che a sua volta rispondeva al governo, al parlamento e al controllo della magistratura. In altre parole, il suo esercizio avveniva, nonostante tutti i limiti che potesse avere (la corruzione, la casta, i favori al cugino, le ostriche e lo champagne), all’interno del circuito democratico.

Daniele Della Bona

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Vedere quello che hai davanti al naso richiede una lotta costante”. (George Orwell;)
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