Grecia fuori o Grecia dentro? Ma all'Italia, conviene stare dentro? (1 Viewer)

Pitagora

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La domanda sorge spontanea:D ma, con queste manovre che ci stanno impoverendo, senza sortire effetti di ripresa, alla luce del default dell'Argentina, che nelle more, si trova in piena espansione, dico e mi kiedo:(ma il prezzo che stiamo pagando:(:wall:....vale il biglietto per restare nell'Euro?:specchio::(:cool:


 
  GRECIA FUORI DALL'EURO ? ADESSO SI PUO'
Postato il Sabato, 12 maggio @ 12:20:00 CDT di davide  
 
  DI SALVATORE TAMBURRO
salvatoretamburro.blogspot.it

La telenovelas "Grecia fuori, Grecia dentro" in onda da molti mesi ormai, sembra stia volgendo al termine soltanto adesso, nonostante il Paese ellenico risulti tecnicamente fallito da oltre 2 anni.

Anche i mass-media adesso si aprono a pubblicare proposte (inesorabili) di fuoriuscita della Grecia dall'Eurozona, riportando le parole di due esponenti di spicco della cricca dei servi dell'elite finanziaria:

1) Schaeuble, ministro tedesco delle Finanze, afferma:

"L'Eurozona può andare avanti anche senza la Grecia."



2) José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea:

"Se un membro del club non rispetta le regole, è meglio che se ne vada dal club".

E ancora l'altro ieri nell'aula dell'Europarlamento Daniel Cohen-Bendit, il leader dei Verdi, ha gridato:

"Quante volte vogliamo far votare i greci, una, due, tre, quattro volte, prima di vederli venire in ginocchio a pregarci di aiutarli".

Poniamoci 2 domande:

1) Perchè non prima? 

2) Qual è il vero timore della Troika?

Non prima perchè le principali banche europee (Germania in testa) dovevano prima specularci alla grande con l'aumento dei rendimenti sui Titoli di Stato, per poi scrollarsi di dossoquesti titoli che a breve diverranno spazzatura, lasciandoli possibilmente tutti sulle spalle degli istituti ellenici, portando perdite per oltre 30 miliardi di euro, conseguenti anche al taglio del valore dei titoli ellenici in portafoglio.

E poi diciamoci la verità, il problema per i burocrati europeisti non è mai stato perdere un Paese come la Grecia dalla cerchia degli Stati membri, perchè la Grecia costituisce un modesto 2-3% sul PIL europeo, poca roba quindi.

Il vero problema sarebbero l'effetto domino, ossia se altri Paesi (es.: Spagna, Italia, Portogallo, Ungheria) seguissero lo stesso esempio della Grecia, uscendo dall'euro e sgretolando di fatto quel fallimentare progetto che prende il nome di Unione Europea.

Insomma, tutto sembra pronto per gli addii ellenici.

Non è un caso che la Cina abbia smesso di comprare debito pubblico europeo! 

L'obiettivo dell'elite finanziaria è quindi evitare l'effetto domino.

In che modo?

Semplice: dimostrando che la Grecia, macchiandosi della grave colpa dell'uscita dall'euro, si troverà in condizioni socio-economiche disastrose, con un ritorno alla dracma ipersvalutata. 

Potrebbero riuscirci in tutto ciò architettando un progetto politico in cui cambiano i nomi ma non la sostanza delle cose.

Quindi la domanda da chiedersi sarebbe: la dracma a cui si farebbe ritorno continuerà ad essere emessa sempre da una struttura privata, oligarchica e vile come fa adesso la BCE con l'euro, oppure si parlerà di una moneta emessa da una banca centrale nazionalizzata, con lo Stato greco che recupererebbe il potere di emettere moneta?

E' qui che si giocano le sorti europee.

Un ritorno alla dracma (come lo sarebbe un ritorno alla lira italiana in casa nostra) non cambierebbere di certo la situazione se a stamparla fossero sempre gli stessi individui che hanno affossato il popolo greco, conducendolo alla bancarotta.

L'unica ricetta economica possibile prevede, per la Grecia come per tutti gli altri Paesi (Italia compresa), un ripristino della sovranità monetaria, banca centrale nazionalizzata sotto lo stretto controllo statale, moneta nazionale con cambio fluttuante. Il resto sono chiacchiere da bar.

Salvatore Tamburro
Fonte: Salvatore Tamburro
Link: Salvatore Tamburro: GRECIA FUORI DALL'EURO? ADESSO SI PUO'
12.05.2012  
 

Pitagora

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L'Argentina.....docet?;):)


Meditate Amici:)....meditate con la vostra testa, ma soprattutto con la vostra pancia.:down::ciao:



martedì, 30 agosto 2011 ore 12:20 (UTC+1)
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Argentina: ripresa economica fra miraggio e realtà
di Pietro Veglio

In sintesi
Plusvalore
martedì 30 agosto 2011
ore 12:20
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(foto Reuters)
10 anni fa l’Argentina dovette far fronte ad un collasso economico, con gravi ripercussioni politiche e sociali. Il Paese fu obbligato ad abrogare la convertibilità fissa tra Peso argentino e US$, a svalutare la moneta nazionale e a dichiarare la moratoria sul debito estero. Il governo argentino di allora abbandonò la parità cambiaria – introdotta per impedire il risorgere dell’iperinflazione – e abrogò varie politiche di liberalizzazione economica e di privatizzazioni del passato.
Dal 2003 i governi presieduti da Nestor Kirchner prima e sua moglie Cristina Fernandez poi optarono per un modello economico assai dirigista in contrasto con la logica dei piani di austerità attualmente in atto in Grecia, Portogallo, Spagna ed Italia. La continuazione della moratoria unilaterale sul debito estero ne fu l’elemento centrale. La svalutazione massiccia della moneta nazionale attraverso un tasso cambiario in grado di incoraggiare le esportazioni e penalizzare le importazioni ne furono gli elementi complementari. La ricerca di eccedenze dei conti pubblici e della bilancia dei pagamenti con il fine di sussidiare il consumo di energia e di alimenti vitali cosi come le tariffe dei trasporti pubblici furono invece chiave per assicurarsi l’appoggio popolare.
I risultati globali raggiunti sono apprezzabili. Dal 2002 al 2008 l’economia argentina è cresciuta del 65%. Quest’anno l’aumento previsto del PIL è del 7-8%. Come spiegare questi successi? Essenzialmente con l’aumento sostanziale dei prezzi mondiali dei prodotti agricoli che l’Argentina produce ed esporta abbondantemente, vedi la soya e la carne. E con l’espansione nel vicino Brasile dell’importazione di automobili prodotte nelle catene di montaggio argentine. Invece il premio Nobel di economia Krugman ritiene che all’origine della ripresa economica argentina c’è la moratoria sui debiti del passato.
Ma il panorama è proprio cosi roseo? In verità no. Innanzitutto il default argentino ha avuto un costo notevole. Infatti l’Argentina non è ancora riuscita a negoziare un accordo per ripagare almeno una parte dei debiti contratti nel passato. Ciò la penalizza sui mercati finanziari internazionali perchè non ha più accesso al credito. Anche se dopo 10 anni dovesse trovare un accordo con i creditori finirà per dover pagare interessi proibitivi per ogni nuovo credito. L’inflazione attuale (25-30%) rappresenta un altro serio rischio. A loro volta la sostenibilità e l’efficacia della spesa pubblica, specialmente dei sussidi massicci al consumo di energia, sono estremamente discutibili. L’attrattività dei nuovi investimenti per l’esplorazione di nuovi fonti di energia è scarsissima con il risultato che l’Argentina, pur avendo importanti riserve di gas naturale e petrolio, è oggi un importatore netto di energia! Infine, l’ottimismo ufficiale in materia di diminuzione dei livelli di povertà non è condivisibile dato che secondo fonti indipendenti la percentuale della popolazione sotto la soglia di povertà o in situazioni a rischio non è diminuita.
L’Argentina non è più al bordo del precipizio. Ma fra 10-20 anni il Paese dovrà chiedersi se le risorse finanziarie sostanziali generate dal boom dei prezzi agricoli saranno state utilizzate efficacemente. Il risultato dell’analisi rischia di essere assai deludente. Sarebbe allora un’altra opportunità persa nei confronto di alcuni Paesi emergenti latinomericani (Brasile, Cile e Colombia) il cui futuro appare oggi più roseo.

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Pitagora

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L'Argentina sfidoo' l'FMI:bow::bow::bow:ribellandosi alle condizioni ricattatorie:wall::up:e i fatti, le stanno dando ragione.:bow::bow::V




...ED IMPARTISCE UNA LEZIONE DI ECONOMIA ALLA GRANDE FINANZA
DI SEPP HASSLBERGER

Tre anni dopo il collasso della economia argentina sotto il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla Banca Mondiale, la ripresa in sboccio della nazione sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali. Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva l'economia a partire dal punto piu’ basso. Un eccellente articolo sul ”the New York Times” riferisce la storia.
Il saccheggio della Argentina da parte della finanza internazionale e la susseguente disintegrazione della sua economia nel dicembre 2001 e' solo uno degli esempi di quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per decenni: indebitare le nazioni in sviluppo garantendo enormi prestiti per progetti che beneficano gli appaltatori stranieri piuttosto che l'economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla spremitura per "aprire la nazione alla economia di mercato". Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le materie prime a prezzi di svendita.

John Perkins, in passato un membro rispettato della comunità bancaria internazionale, ha deprecato duramente questa pratica.

Nel suo libro "Confessioni di un sicario dell'economia" descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente restituire, e successivamente a prendere possesso delle loro economie.

Democracynow.org ha pubblicato una interessante intervista a Perkins.
In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo economico dipingono un quadro a tinte nere. La "soluzione magica" proposta da "la creme de la creme" degli economisti è – difficile da credere - legare la valuta argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la finanza internazionale.

Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa primaria del crollo.
Come si comportarono gli Argentini ? Ripudiarono il "buon consiglio" ed iniziarono a lavorare nella propria nazione, convincendosi che l'economia di un paese non viene costruita con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione e consumi realizzati proprio all'interno di esso.

Fonte:Communication Agents Initiative - Official Home Page

Ecco qui di seguito la copia dell'articolo del “the New York Times”…

LA RIPRESA ECONOMICA ARFENTINA SFIDA LE PREVISIONI

di Larry ROHTER

BUENOS AIRES, 23 dicembre 2004 - Quando l'economia argentina collasso' nel dicembre 2001, le previsioni da giorno del Giudizio Universale abbondavano. A meno che essa adottasse politiche economiche ortodosse e siglasse velocemente un accordo con i suoi creditori stranieri, certamente sarebbe seguita una super-inflazione, il peso sarebbe diventato senza valore, investimenti e riserve di valuta estera sarebbero svaniti ed ogni prospettiva di crescita sarebbe stata soffocata.

Ma tre anni dopo che l'Argentina dichiaro' un default per un debito record di più di 100 miliardi di dollari, il piu' largo nella storia, l'apocalisse non e' arrivata.

Invece l'economia e' cresciuta del + 8 % annuale per due anni consecutivi, le esportazioni sono parecchio cresciute, la moneta e' stabile, gli investitori stanno gradualmente ritornando e la disoccupazione e' calata dai livelli record - il tutto senza un accordo relativo al debito, ne' le misure standard richieste dal Fondo Monetario Internazionale per concedere la sua approvazione.

La ripresa argentina è stata innegabile, ed e' stata raggiunta almeno in parte ignorando e persino sfidando l'ortodossia economica e politica.

Piuttosto che procedere alla immediata soddisfazione dei possessori di obbligazioni, banche private ed FMI, così come invece altre nazioni in sviluppo hanno fatto in crisi anche meno severe, il governo a guida peronista scelse per prima cosa di stimolare i consumi interni e disse ai creditori di mettersi in coda insieme a tutti gli altri.

"Questo e' un importante evento storico, che sfida 25 anni di politiche fallimentari" ha asserito Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche, gruppo di ricerca di orientamento liberale in Washington.

"Mentre altre nazioni continuano tuttora a zoppicare, l'Argentina sta sperimentando una crescita molto sana, senza che alcun segno indichi che essa non possa continuare, ed essi hanno ottenuto questo risultato senza essere costretti a fare alcuna concessione per ottenere l'arrivo di capitale straniero."

Le conseguenze di tale decisione si possono vedere nelle statistiche governative e nei negozi, nei quali i consumatori una volta di piu' spendevano robustamente prima di Natale. Piu' di due milioni di posti di lavoro sono stati creati a partire dal punto piu' basso della crisi all'inizio del 2002, e secondo le statistiche ufficiali anche il reddito reale, cioe' al netto della inflazione, e' rimbalzato, ritornando quasi al livello degli ultimi anni '90.

Fu in questi anni che la crisi emerse, durante i quali l'Argentina provo' a stringere la cinghia secondo le prescrizioni FMI, col solo risultato di collassare nella peggiore depressione della sua storia, che provoco' anche l'avvio di una crisi politica.

Alcuni dei nuovi posti di lavoro provengono dal programma governativo volto alla creazione di occupazione a bassa paga, ma circa la meta' riguardano il settore privato.

Come risultato, la disoccupazione ha declinato da piu' del 20 % a circa il 13 %, ed il numero di Argentini che vivono sotto la linea della poverta' e' sceso di circa 10 punti percentuali dal livello record del 53,4 % di inizio 2002.

"Le cose non sono assolutamente tornate normali, ma abbiamo acquisito la sensazione di essere tornati sulla strada giusta" - ha affermato Mario Alberto Ortiz, riparatore di impianti di refrigerazione.

"Per la prima volta dacche' tutto crollo', posso effettivamente permettermi di spendere un po' di soldi".

Gli economisti tradizionali seguaci del libero mercato rimangono scettici riguardo l'approccio governativo.

Mentre riconoscono che c'e' stata una ripresa, la attribuiscono soprattutto a fattori esterni piuttosto che alle politiche del Presidente Néstor Kirchner, che ha assunto la carica dal maggio 2003.

Inoltre sostengono anche che la ripresa comincia a perdere forza. "Siamo stati fortunati"- ha affermato Juan Luis Bour, capo economista presso la Fondazione Latino-Americana di Ricerche Economiche in Argentina.

"Abbiamo avuto prezzi alti per le merci e bassi tassi di interesse. Ma se vogliamo crescere nel 2005, dobbiamo fare un accordo per la questione del debito e riscontrare l'arrivo di capitale estero." Il FMI, che i dirigenti argentini incolpano di aver provocato la crisi in prima battuta, ribatte che l'attuale governo agisce almeno in parte come il FMI ha sempre raccomandato.

Ha limitato la spesa e si e' attivato per incrementare le entrate, una prescrizione classica per una economia sofferente, ed ha accumulato un attivo di entita' doppia di quella che il Fondo aveva richiesto prima che le trattative fossero congelate molti mesi fa.

"Il ritorno a questi numeri incoraggianti e' stato molto aiutato da una disciplina fiscale, che e' quasi senza precedenti secondo gli standard argentini"- ha affermato John Dodsworth, il responsabile FMI in Argentina.

"Abbiamo avuto un attivo primario che e' aumentato in maniera decisa in questi pochi ultimi anni, sia a livello centrale che a quello provinciale, e che e' stata l'ancora fondamentale dal lato economico."

Ma una parte di tale attivo record del bilancio e' arrivato da un paio di tributi sulle esportazioni e sulle transazioni finanziarie, che gli economisti ortodossi del FMI e di altri organismi vogliono vedere abrogati.

Circa un terzo delle entrate governative è ora raccolto da tali tributi, che sono aumentati.

"Il FMI vuole che queste tasse siano eliminate, ma d'altra parte i suoi rappresentanti desiderano anche che l'Argentina migliori la sua offerta ai creditori e anche che essa rimborsi il Fondo, cosi' da poter ridurre la sua esposizione presso di esso" - ha affermato Alan Cibils, economista argentino associato allo indipendente Centro Interdisciplinare per lo Studio di Indirizzo Pubblico in Argentina.

In altre parole dicono: "Dovete pagare di piu' e trattenere di meno", che e' una prescrizione sicura per produrre un'altra crisi.

A causa della assenza di un accordo sul debito e dello stallo sulle tariffe delle "utility" (gas, luce e acqua), alcuni investitori, specie europei, continuano ad evitare l'Argentina, citando quella che chiamano la carenza di "sicurezza giudiziaria". Ma altri, soprattutto latino-americani, abituati ad operare in ambienti instabili o essi stessi sopravvissuti a simili crisi, hanno aumentato la loro presenza in Argentina a causa della espansione delle opportunita'.

"Questi sono slogan che le persone ripetono senza pensare, come se essi fossero pappagalli" - ha affermato Roberto Lavagna, ministro della economia, quando interpellato in merito alle previsioni che gli investimenti starebbero per venire meno. "Nel 2001 e all'inizio del 2002 tutti i tipi di contratto furono annullati" - ha detto.

"Cosi' perche' ora investono ?
Chiaramente perche' oggi possono ottenere un ottimo livello di rendimento ."

La compagnia petrolifera brasiliana Petrobras ha comprato una parte delle azioni di una primaria compagnia energetica argentina.

Un'altra compagnia brasiliana, la AmBev, ha acquisito una larga compartecipazione nella Quilmes, importante societa' argentina produttrice di birra, ed una compagnia messicana ha acquisito il controllo di una grossa industria fornaia e pasticciera. Le nazioni asiatiche, Cina e Sud-Corea soprattutto, hanno cominciato ad operare in Argentina.

Durante una visita di stato il mese scorso, il presidente cinese Hu Jintao ha annunciato che la sua nazione progetta di investire venti miliardi di dollari ìin Argentina nello spazio dei prossimi dieci anni.

Ma il grosso dei nuovi investimenti viene dagli stessi Argentini, che stanno cominciando a spendere il loro denaro in patria, sia riportando i loro risparmi dall'estero, sia prelevandoli dal di sotto dei loro materassi.

Per la prima volta in tre anni, e' maggiore la quantita' di denaro che entra nella nazione di quella che ne esce.

Cio' ha consentito a Kirchner il lusso di assumere una linea dura con il fondo monetario e con i creditori esteri che reclamano il rimborso.

"La questione e' che l'Argentina ha al momento un attivo di conto, cosicche' essa in realta' non ha granche' bisogno di investimenti stranieri" - ha affermato Claudio Loser, economista argentino e precedente direttore del FMI per l'emisfero occidentale.

"Gli investimenti nazionali stanno prendendo piede, perche' vi sono opportunita' in agricoltura, petrolio e gas." Proprio questa settimana il governo ha annunciato che le riserve di valuta estera sono risalite a 19,5 miliardi di dollari, il loro livello piu' alto a contare dal crash e a piu' del doppio del minimo segnato a meta' del 2002, un anno che segno' un deflusso netto di 12,7 miliardi di dollari.

"Il picco degli investimenti negli anni '90 era del 19,9 % del PIL, e oggi e' del 19,1%, in risalita da un minimo del 10%" - ha affermato Lavagna.

Il governo Kirchner continua a cercare un accordo riguardo il debito di 167 miliardi di dollari tuttora esistente, e progetta di effettuare quella che esso definisce la sua offerta finale all'inizio del prossimo mese.

Ma la svolta in Argentina ha inspirato un tale senso di confidenza che il governo non solo parla di tagliare i suoi ultimi legami con il FMI, ma anche insiste che ogni rimborso ai possessori di obbligazioni debba essere condizionato al protrarsi della buona salute economica dell'Argentina.

"E' molto semplice" - ha affermato Lavagna. "Nessuno puo' raccogliere soldi da una nazione che non sta crescendo economicamente."

Traduzione di Francesco Caselli

Fonte:NO al Signoraggio della Moneta
 

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翠鸟科
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L'Argentina nazionalizza il petrolio espropriando la quota di controllo di una società, YPF, che rappresenta un quarto dell'utile operativo del gruppo spagnolo Repsol. L'annuncio ha lasciato a bocca aperta Madrid e Buenos Aires ha subito rassicurato i gruppi stranieri presenti nel Paese: non dovete temere per il vostro futuro. Una rassicurazione che è suonata però come una minaccia. Ora tra gli investitori stranieri in Argentina regna la paura.

Leggi il resto: L
 

Pitagora

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L'Argentina nazionalizza il petrolio espropriando la quota di controllo di una società, YPF, che rappresenta un quarto dell'utile operativo del gruppo spagnolo Repsol. L'annuncio ha lasciato a bocca aperta Madrid e Buenos Aires ha subito rassicurato i gruppi stranieri presenti nel Paese: non dovete temere per il vostro futuro. Una rassicurazione che è suonata però come una minaccia. Ora tra gli investitori stranieri in Argentina regna la paura.

Leggi il resto: L
Perche' gli articoli giornalistici usano spesso toni negativi, quando parlano della ripresa argentina, forse ci sono testate al soldo delle banche?:cool:




In altre parole, non c'è una storia plausibile che si possa raccontare in base ai dati che possa sostenere l'idea che la crescita dell'Argentina degli ultimi 9 anni sia stata guidata da un “boom delle merci”. Perché è importante? Beh, come ha notato (3) l'economista Paul Krugman, "gli articoli sull'Argentina hanno quasi sempre un tono negativo – sono irresponsabili, stanno ri-nazionalizzando alcune industrie, parlano di populismo, quindi se la devono passare davvero male”. Il che, sottolinea Krugman, “non è il caso delle informazioni in merito allo stato dell'economia”. Non lo è di certo.(4)

Il mito del “boom delle esportazioni” è uno dei modi in cui i detrattori argentini giustificano la crescita economica del paese, escludendo l'ipotesi di un mero colpo di fortuna. Ma in realtà l'espansione economica è stata guidata dal consumo interno e dagli investimenti. Ed è successo perché il governo argentino ha effettuato dei cambiamenti nelle scelte macroeconomiche più importanti: politica fiscale, politica monetaria e tassi di cambio. Questo è ciò che ha fatto uscire l'Argentina (5) dalla depressione degli anni 1998-2002 e che l'ha trasformata in una delle economie con più rapida crescita del continente americano.

Ora, per l'importanza globale di come l'Argentina si è davvero rimessa in piedi: come io ed altri economisti abbiamo scritto, le politiche che si stanno imponendo (6) sulle economie dell'eurozona – specialmente quelle più deboli – sono simili a quello che ha passato l'Argentina durante la depressione che ha portato alla svalutazione ed al debito. Queste politiche erano pro-cicliche, nel senso che amplificavano l'impatto della flessione. Insieme ad un tasso di cambio fisso e sopravvalutato, l'economia è peggiorata. Non pagando il debito e svalutando la moneta, l'Argentina è stata libera di cambiare le sue politiche macroeconomiche più importanti.

Se le autorità europee (la Commissione Europea, la BCE ed il FMI) continuano a bloccare la ripresa economica dell'eurozona con misure d'austerità senza senso, ogni paese vorrà considerare delle alternative più ragionevoli (7) per poter ripristinare l'occupazione. La gente di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda ed altri paesi si sente dire ogni giorno che devono ingoiare questa medicina amara e che non c'è alternativa alla lunga sofferenza e l'alto tasso di disoccupazione che stanno avendo luogo nella regione. Ma l'esperienza Argentina – nella realtà piuttosto che in rappresentazioni mitiche – mostrano che non è vero. Ci sono alternative assolutamente migliori (8) – e non hanno niente a che vedere con i fagioli da soia o con un boom delle esportazioni.

Mark Weisbrot
Fonte: Latest news, sport and comment from the Guardian | The Guardian
Link: Argentina and the magic soybean: the commodity export boom that wasn't | Mark Weisbrot | Comment is free | guardian.co.uk
4.010.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cuar di ROBERTA PAPALEO

1) http://www.nytimes.com/2012/04/27/w...alization-draws-praise-in-argentina.html?_r=1
2) Argentina | World news | The Guardian
3) Down Argentina Way - NYTimes.com
4) The Washington Post Doesn't Like Populist Governments in Latin America | Beat the Press
5) The Argentine Success Story and its Implications | Reports
6) Breaking the eurozone's self-defeating cycle of austerity | Mark Weisbrot | Comment is free | guardian.co.uk
7) More Pain, No Gain for Greece: Is the Euro Worth the Costs of Pro
8) The Eurozone Recession: Are There Alternatives? | Events
 

Pitagora

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Possiamo fidarci di un'ente autonomo, che privilegia il controllo dell'inflazione, rispetto al problema dell'occupazione e della produzione?

Le Banche Centrali dei Paesi aderenti all’Unione Monetaria non sono sparite ma continuano ad esistere pur rispettando le direttive impartite dalla BCE. Inoltre, la BCE, insieme alle altre Banche Centrali, forma il cosiddetto “Sistema Europeo delle Banche Centrali” (SEBC).

E qui possiamo rilevare un primo fatto piuttosto preoccupante: le Banche Centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un’indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 65%; attualmente, dopo l’introduzione dell’Euro, l’indipendenza si aggira intorno al 90%!. Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla BCE, dai vertici monetari giungono invece ai nostri governanti continue indicazioni, parametri cui attenersi, rigidi vincoli che coinvolgono l’intera vita e l’economia delle nazioni.


Appurato che la BCE è un “Ente” privato ed autonomo, è ora interessante conoscere chi sono i proprietari e beneficiari di questo sistema di cose:

BANCA CENTRALE EUROPEA  -COMPOSIZIONE AZIONARIA-

Banca Nazionale della Germania   D    23,40%   

Banca di Francia                         F    16,52%   

Banca d’Inghilterra                     GB    15,98%  Paese fuori dall’Euro

Banca d’Italia                            I    14,57%   

Banco de Espana                       E    8,78%   

Banca d’Olanda                         NL    4,43%   

Banca Nazionale del Belgio         B    2,83%   

Banca Centrale di Svezia            S    2,66%    Paese fuori dall’Euro

Banca Nazionale d’Austria          A    2,30%   

Banca della Grecia                    GR    2,16%   

Banca Centrale del Portogallo    P    2,01%   

Banca Nazionale di Danimarca   DK    1,72%   Paese fuori dall’Euro

Banca Nazionale di Finlandia     FL    1,43%   

Banca Centrale d’Irlanda           EIR    1,03%   

Banca Centrale Lussemburgo    LUX    0,17%   

Osservazioni:

- Possiamo notare che il 20,36% (oltre un quinto) della BCE è di proprietà di Banche Centrali di Paesi della Comunità Europea che però sono al di fuori dell’Euro. In pratica, queste Banche, oltre ad interferire nelle politiche monetarie della BCE, emettono e gestiscono anche le proprie monete nazionali. Ciò, secondo il mio parere, è palesemente ingiusto e incostituzionale.

BANCA D’ITALIA -COMPOSIZIONE AZIONARIA-

Gruppo Intesa-S. Paolo                  44,25%

Gruppo Capitalia-Unicredito             22,12%

Banca Carige                                   3,96%

BNL                                                2,83%

Monte Paschi di Siena                       2,50%

Cassa di Risparmio di Firenze            1,85%

Gruppo Banca Popolare Italiana*        1,23%

Assicurazioni Generali                        6,33%

RAS Assicurazioni                              1,33%

Altri Soci                                          7,93%

Inps                                               5,00%

Inail                                               0,67%

 

 

- Tra i soci proprietari di Banca d’Italia è presente anche Gruppo Banca Popolare Italiana, ex Banca Popolare di Lodi, legata alle famose e drammatiche vicende finanziarie di Fiorani & C.

- L’art. 3, ultimo comma, dello Statuto di Banca d’Italia, stabilisce che la maggioranza delle quote del capitale sociale deve essere posseduta da Enti Pubblici.

Attualmente, circa il 93% del pacchetto azionario di B.I. è detenuto da Banche private, in palese violazione dell’art.3, di cui sopra.

- Gli stipendi del personale Bankitalia (Banca privata –vedi sopra) sono però a carico dei contribuenti italiani, e sono stipendi enormi: un dipendente della nostra Banca Centrale prende in media 110.000 eur l’anno, contro i circa 66.000 eur di un dipendente della Banca Centrale Americana (FED). C’è quindi da chiedersi perché i cittadini italiani devono pagare in modo così esagerato un servizio che, in definitiva, non viene reso alla Comunità bensì ai veri proprietari (Banche private).
 
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osinod

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piacere di rivederti pitagora :up: sempre in gambissima

ti ringrazio per l' ottima qualita' di questo 3d che mi ha fatto capire tantissime cose su' chi ha veramente il potere in europa

in pratica è quasi un associazione a delinquere delle banche

siamo messi molto male :rolleyes::rolleyes:
 

Pitagora

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piacere di rivederti pitagora :up: sempre in gambissima

ti ringrazio per l' ottima qualita' di questo 3d che mi ha fatto capire tantissime cose su' chi ha veramente il potere in europa

in pratica è quasi un associazione a delinquere delle banche

siamo messi molto male :rolleyes::rolleyes:
:bow::bow::bow:
Ciao osinod:)ti ringrazio per il gradito apprezzamento.:up:


Pur essendo un'iniziale estimatore del salvataggio dei cosiddetti pigs:(mi sto' ricredendo sulla effimera e pelosa pseudo bonta' delle misure adottate da organi privati che si sovrappongono ai governanti democraticamente eletti.:wall:

Nelle more:cool:al fine di avere una visione maggiormente oggettiva della crisi sistemica in corso, ho praticamente chiuso tutte le posizioni sul mercato, dai derivati ai btp...preferisco osservare:-odall'esterno.:ciao:
 

Pitagora

Aquila libera
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Per coloro che ingenuamente nutrivano ancora dei dubbi:-o....la Grecia e' gia' in default, dalla data in cui ha annullato tutte le obbligazioni in essere, cartolarizzandole con le nuove che valgono l' 80% in meno.:rolleyes:


La Grecia e' in default - Beppe Scienza
DOMENICA 06 MAGGIO 2012 21:51 REDAZIONE




"Chi aveva per esempio 10 mila euro di titoli greci, un paio di settimane fa si è visto arrivare al posto del suo titolo 24 titoli diversi, li ha sommati e si è accorto che aveva solo duemila euro. Questo si chiama in linguaggio tecnico "default", si chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli interessi, un rimborso (Stato o società privata che sia) e non li paga, si chiama in termini brutali fallimento, in termini tecnici insolvenza o default." Beppe Scienza

Il Passaparola di Beppe Scienza, matematico e economista

Due inganni sulla Grecia

Sulla Grecia il discorso è un po' complesso, con qualcosa di contraddittorio, perché qualche settimana fa si sono sentiti titoli di telegiornali, si sono lette sulla stampa frasi di questo tipo: "La Grecia è stata salvata", "Successo della ristrutturazione del debito pubblico greco", "Evitato il fallimento della Grecia". Poi uno che aveva per esempio 10 mila Euro di titoli greci, un paio di settimane fa si è visto arrivare al posto del suo titolo 24 titoli diversi, li somma e si accorge che ha soltanto 2 mila euro. La Grecia si è salvata e io ho perso l'80%, come la mettiamo? Bisogna dire la verità: ci sono stati due inganni:
1) un inganno da parte dei massimi politici ed esponenti dell'Unione Europea, della Banca Centrale che hanno detto: "Salveremo la Grecia", "La Grecia no, assolutamente, la Grecia non deve fallire", "La Grecia deve essere salvata" mentre stavano lavorando per preparare il fallimento della Grecia.
2) un inganno è avvenuto dopo, perché adesso gira la storiella che la Grecia è stata salvata.
La ristrutturazione dei titoli greci, Dio non voglia che abbiano la stessa sorte quelli italiani, è avvenuta in due fasi:
1) si è fatta una proposta dicendo alle banche, ai fondi comuni, alle assicurazioni: volete accettare di cambiare questi vostri titoli con titoli nuovi, accettate che si faccio un taglio? In effetti la stragrande maggioranza dei cosiddetti investitori istituzionali hanno accettato, sul modo che hanno accettato vorrei citare il capo della Commerzbank tedesca, Martin Blessing, che riguardo all'accettazione della ristrutturazione del debito greco ha detto: "Essa è così volontaria, come era volontaria la confessione nell'inquisizione spagnola". La Banca centrale ha ottenuto che le banche accettassero questa cosa e questi sono fatti loro.
Quelli che non sono fatti loro è che dopo, anche chi non aveva accettato, si è trovato la stessa sorte, gli hanno dimezzato in valore nominale i titoli che aveva e in valore di mercato la perdita è dell'80%. Ora questo si chiama in linguaggio tecnico "default", si chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli interessi, un rimborso (Stato o società privata che sia) e non li paga, si chiama in termini brutali fallimento, in termini tecnici insolvenza o default. La Grecia ha fatto default, la Grecia è stata insolvente nei confronti di quelli che non hanno accettato la ristrutturazione, la Grecia non ha rispettato il regolamento e questo si chiama insolvenza, quindi la Grecia è fallita. Non è la prima volta che è fallita, tutti i greci ricordano una frase pronunciata il 10 dicembre 1893 dall'allora primo ministro Charilaos Trikoupis che in greco è "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν" (distihós eptohéfsamen) "Purtroppo siamo falliti".
Fallita allora, una storia analoga negli anni 30, e fallita di nuovo. I greci possono dire e dicono "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν ξανά" (distihós eptohéfsamen ksaná) "Purtroppo siamo di nuovo falliti". Allora non raccontiamo la storia che la Grecia non è fallita: la Grecia è fallita!

Una faccia, una razza
 
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great gatsby

Guest
Che sia fallita e' indubbio

C 'e' chi pensa diversamente, a parte qualche gestore di Cds?
 

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