ESM e la Dittatura Europea anti-italiana. (1 Viewer)

tontolina

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21/07/12

La Camera approva Fiscal Compact e Mes: inizia la Dittatura Europea.

Riprendo un lungo articolo di OLTRE LA COLTRE che spiega in maniera completa e dettagliata il tunnel in cui i nostri parlamentari traditori e collusi ci hanno or ora finito di cacciare, con la complice distrazione del quarto potere.


di Italo Romano
Stamattina alla Camera dei deputati è stata scritta la sentenza di fine sovranità dello Stato italiano. Nel silenzio totale dei mezzi di comunicazione i Deputati dell’oramai ex Belpaese hanno dato il via libera definitivo alla ratifica del Trattato sulla stabilita’, sul coordinamento e sulla governance nell’Ue, meglio conosciuto come Fiscal Compact, sottoscritto il 2 marzo e integralmente applicabile ai 17 Stati della zona euro e al Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), al secolo “fondo salva stati”.

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Pubblicato da Vocidallestero a 16:42 2 commenti: Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su Facebook
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Etichette: crisi dell'euro, europa

20/07/12

"Oltre l'austerità". un e-book gratuito degli economisti eterodossi per capire la crisi


Cari amici, vi segnalo l'e-book "Oltre l'austerità" (a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti"), che esce oggi su Micromega on line, un documento in pdf scaricabile gratuitamente che raccoglie i contributi di diversi economisti "eterodossi" Italiani sulla crisi economica Europea, che insieme fanno giustizia dei luoghi comuni neoliberisti con un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori, e approfondiscono le prospettive di una reale soluzione.


Leggiamolo e facciamolo circolare, perché contribuisca al risveglio critico di tutta la potenziale opposizione del nostro paese, per uscire dalla spirale depressiva in cui stiamo precipitando - E' ora di dire NO, ben consapevoli di ciò che sta accadendo e della possibile alternativa
 

tontolina

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"Oltre l’austerità" è in primo luogo un libro di denuncia delle politiche folli che in Europa e in Italia porteranno inevitabilmente – e in proporzioni sconosciute da generazioni – ad alti livelli di disoccupazione, crollo degli standard di consumo e dei servizi sociali e degrado delle nostre comunità. E' un passato che tristemente ritorna.
Chi porti la responsabilità politica di questo, se la Merkel, o Monti (e con lui le forze che lo sostengono), oppure ancora i gruppi dirigenti della sinistra radicale europea, in gran parte superficiali e disinteressati ai temi reali, non è nostro compito dire. Così come non vogliamo giudicare quante responsabilità per essere giunti a questo punto vadano attribuite agli ignominiosi governi Berlusconi, oppure ai governi ulivisti di centrosinistra, che dell’unificazione monetaria europea hanno fatto la propria bandiera subordinando a essa gli obiettivi della piena occupazione e di una più equa distribuzione del reddito e aprendo così la strada al ciclico ritorno del Cavaliere.

Il nostro proposito è stato di smentire le sciocchezze in nome delle quali si chiedono sacrifici, in particolare che spesa e debiti pubblici siano causa ultima della crisi, e di mostrare come questi sacrifici a nulla porteranno tranne che a un avvitamento verso il basso della crisi in una spirale di cui non si vede la fine. Interessi nazionali, voglia di farla finita con sindacati e stato sociale, una totale assenza di lungimiranza politica e anche tanta ignoranza spiegano tutto questo.

Non il processo d’integrazione politica ed economica europeo viene messo sotto accusa nel libro – anzi riteniamo che il volume sia profondamente europeista – bensì il processo di unificazione monetaria. Quest'ultimo è stato progettato e si è dispiegato male. Ma non casualmente. Da parte dei governi italiani esso è stato interpretato come strumento di disciplina sindacale e sociale. In questo gioco i tedeschi hanno vinto, e noi abbiamo perso. Ora la crisi costituisce una nuova e più ghiotta occasione per perseguire il medesimo obiettivo.

Il volume nasce da un anno d’incontri, ma il gruppo non ha mai ritenuto che esso dovesse avere una tesi precostituita. Al di là di alcune differenziazioni, tuttavia, la pura disanima degli scenari che il paese ha davanti ha fatto prevalere in molti contributi l’idea che in questa unione monetaria non c’è spazio per il nostro paese, pena il suo rapido e drammatico degrado. Non è peraltro affatto escluso che l’euro non crolli da solo. Gli autori disegnano e auspicano altre soluzioni, del tutto possibili, che potrebbero garantire crescita, occupazione e sviluppo ecologicamente sostenibile all’Europa, contribuendo alla stabilità dell’economia globale. Ci pare tuttavia inutile accarezzare disegni che non hanno alcuna possibilità di prevalere. Serve più coraggio per guardare le cose come stanno. Questa è la nostra denuncia. Domandiamo alle forze politiche della sinistra quali altri sacrifici ritengono il paese debba inutilmente affrontare prima di assumersi le proprie responsabilità davanti alla realtà.

Il grosso degli autori gode di solida notorietà nella comunità internazionale degli economisti eterodossi. La sintesi dei loro contributi è nell’introduzione. E’ stata un’esperienza per noi importante, in un paese in cui non solo la sinistra è disinteressata a un lavoro intellettuale di lunga lena, ma nel quale anche il dibattito accademico si è impoverito con la progressiva formazione strettamente neoclassica delle giovani generazioni di economisti e la scomparsa di scena di grandi studiosi come Paolo Sylos Labini o Federico Caffè.

Il nostro lavoro continuerà in autunno perché tante sono le questioni su cui, riteniamo, vi sia da far luce con riguardo sia al recente passato che, in questa luce, alle prospettive. Al grande maestro di molti di noi scomparso lo scorso novembre, Pierangelo Garegnani – l’allievo prediletto di Piero Sraffa – abbiamo dedicato il volume proprio per ricordare come solo dall’associazione, che egli suggeriva, di una solida ricerca teorica con un’attenta analisi empirica, economica e storico-politica, entrambe motivate da un forte senso d’impegno civile, possano scaturire risultati solidi e duraturi. Speriamo che questo volume e il nostro lavoro futuro, possa costituire strumento di studio e di agitazione politica per un popolo di sinistra desideroso di opporsi al preoccupante corso degli eventi. Esso è anche dedicato ai nostri figli e a tutti i giovani.

L'INDICE DEL VOLUME

Introduzione - S. Cesaratto e M. Pivetti

1. Le politiche economiche dell’austerità
L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato - M. Pivetti
Molto rigore per nulla - G. De Vivo

2. La crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti e il ruolo della Germania
Il vecchio e il nuovo della crisi europea - S. Cesaratto
Le aporie del più Europa - A. Bagnai
Deutschland, Deutschland…Über Alles - M. d’Angelillo e L. Paggi

3. Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico - R. Ciccone
La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? - G. Zezza
Le illusioni del Keynesismo antistatalista - A. Barba
La crisi economica e il ruolo della BCE - V. Maffeo

4. Austerità, salari e stato sociale
Quale spesa pubblica - A. Palumbo
Crescita e “riforma” del mercato del lavoro - A. Stirati
Politiche recessive e servizi universali: il caso della sanità - S. Gabriele
Spread: l’educazione dei greci - M. De Leo

5. Oltre l’euro dell’austerità
Un passo indietro? L’euro e la crisi del debito - S. Levrero
Una breve nota sul programma di F. Hollande e la sinistra francese - M. Lucii e F. Roà

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(20 luglio 2012)
 

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翠鸟科
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ciao Tontolina

ti segnalo che la svastica sulla bandiera non è cosa di buon gusto, e dico poco

inoltre penso che la scelta è tra essere sotto la dittatura europea e essere sotto la dittatura della nostra casta
ciascuno è libero di scegliere o di fuggire, se può
 

tontolina

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ciao Tontolina

ti segnalo che la svastica sulla bandiera non è cosa di buon gusto, e dico poco

inoltre penso che la scelta è tra essere sotto la dittatura europea e essere sotto la dittatura della nostra casta
ciascuno è libero di scegliere o di fuggire, se può
sul gusto personale .....
è personale
preferisci questa





cmque ho solo fatto copia incolla completa

del sito VOCI DALL'ESTERO
 
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tontolina

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1. Le politiche economiche dell’austerità

L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato
di Massimo Pivetti

“Mit der Dummheit kämpfen
Götter selbst vergebens”
(Schiller)
(“‘Contro la stupidità gli stessi DEI combattono invano”)

1. All’interno del capitalismo avanzato, e segnatamente in Europa, fino a una trentina di anni fa era ancora diffusa la consapevolezza che né gli interessi di una nazione né il suo progresso sociale possono essere perseguiti se al potere del denaro non può essere contrapposto quello dello Stato. Questa consapevolezza si è progressivamente persa nel corso dell’ultimo trentennio, derivandone un deterioramento netto delle condizioni di vita per la maggioranza della popolazione.


Diciassette Stati europei hanno rinunciato alla loro sovranità monetaria, ossia al principale tra i poteri economici pubblici. Nonostante la presenza di disoccupazione di massa all’interno di molti di essi e di attrezzature produttive ampiamente inutilizzate, la produzione di beni e servizi essenziali al benessere collettivo non viene accresciuta, viene
anzi contratta, perché “non ci sono i soldi”. Gli Stati dell’eurozona non dispongono più di una banca centrale che possa creare moneta e svolgere nei loro confronti, non solo in quelli delle banche, il fondamentale ruolo di prestatore di ultima istanza. La conseguenza è che numerosi tra di essi non riescono più a finanziarsi se non a tassi di interesse tali da rendere
praticamente inevitabile il continuo aumento del loro debito in rapporto al prodotto interno lordo (PIL), a meno di drastici tagli ai salari dei dipendenti pubblici, alle pensioni, all’istruzione, alla ricerca e alla cultura, ai servizi pubblici fondamentali.
Il regime di completa libertà per i movimenti internazionali di capitali che ha accompagnato la rinuncia alla sovranità monetaria ha anche determinato uno spostamento del prelievo fiscale dai redditi da capitale e impresa ai redditi da lavoro e all’imposizione indiretta. Con la liberalizzazione finanziaria, infatti, la necessità di trattenere e attirare i capitali ha reso i sistemi tributari più generosi nei confronti del risparmio e della ricchezza privata, diminuendone sensibilmente la progressività generale. Così, a fronte del ridimensionamento della spesa sociale, anche l’incidenza di imposte e contributi sui redditi medio-bassi è andata crescendo. Liberalizzazione finanziaria e rinuncia alla sovranità
monetaria hanno dunque finito per portare alla perdita anche di buona parte della sovranità fiscale, cioè della libertà di ciascun paese di decidere livello e composizione della sua spesa pubblica, nonché le forme della tassazione.


2. Un esempio significativo della situazione che si è in conseguenza determinata in Europa è fornito dal caso italiano. Nel presentare in Parlamento lo scorso dicembre la manovra detta “Salva Italia” – una manovra fortemente regressiva perché in larghissima misura costituita da aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati – il nuovo capo del governo dichiarò che l’adozione delle misure in essa previste era condizione necessaria per evitare l’imminente “fallimento” del paese; che senza quelle misure molto presto non si sarebbero più potute pagare le pensioni, né continuare a far circolare tram e autobus perché oltre i successivi due mesi neppure i salari e gli stipendi dei pubblici dipendenti avrebbero potuto continuare ad essere corrisposti. Per far approvare insomma senza indugi e discussioni una manovra estremamente antipopolare, non si esitò da parte del governo a diffondere allarme e paura tra la popolazione. Quelle dichiarazioni si sarebbero collocate al limite della criminalità, se non fosse stato per l’assurda situazione che si è
oggettivamente venuta a creare per un buon numero di paesi europei, Italia compresa, con la rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale - rinunce entrambe non compensate da poteri democratici d’intervento pubblico sovranazionale.
Come è noto, a misure simili a quelle del nostro “Salva Italia” si sta facendo ricorso anche in buona parte degli altri paesi europei. Si può dire sia attualmente in atto in Europa una sorta di austerità fiscale concertata, per la quale al disastro della finanza privata e alla recessione si sta rispondendo con politiche simultanee di austerità pubblica,
di cui si è arrivati a propugnare addirittura la costituzionalizzazione. (Merita a questo riguardo osservare come una buona misura della generale subalternità alla cultura economica dominante sia fornita dalle timidissime reazioni, più spesso dal silenzio, dei costituzionalisti italiani nei mesi che hanno preceduto l’approvazione da parte del Senato -
a larghissima maggioranza, tale da escludere il ricorso al referendum confermativo - del nuovo articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio del bilancio pubblico.) La tesi, insistentemente ribadita, secondo cui rigore e austerità costituirebbero il fondamento di una strategia di ritorno alla crescita, in quanto il conseguente “risanamento” delle finanze pubbliche ripristinerebbe lo “stato di fiducia” dei mercati, non poggia su alcuna solida base analitica. Di fatto, per chi ci crede, è un mero atto di fede. L’abbassamento dei tassi di
interesse che si è verificato nei primi mesi dell’anno in corso è stato un fatto positivo; ma la riduzione del loro scarto rispetto ai tassi sui titoli di Stato tedeschi di pari durata ha avuto ben poco a che vedere con le misure del “Salva Italia”, dovendo piuttosto essere attribuita all’indiretta (e per le banche assai lucrosa) politica di sostegno dei corsi dei titoli pubblici intrapresa dalla BCE: prestiti triennali all’1% concessi alle banche per un totale di circa 1000 miliardi di euro, nella ragionevole aspettativa che rendimenti di 5-6 volte maggiori le
avrebbero spinte ad impiegarne buona parte nell’acquisto di titoli di Stato europei.
Comunque, il governatore della BCE è convinto che “dando tempo al tempo, questo denaro finirà per affluire all’economia”, indipendentemente dalle politiche di rigore e di “risanamento” delle finanze pubbliche che anche lui ritiene indispensabili.
Nella realtà le cose stanno esattamente all’opposto. Le politiche del rigore e dell’austerità continueranno ad esercitare pesanti effetti recessivi, indipendentemente dalla liquidità che la BCE sia intenzionata a continuare a mettere a disposizione delle banche. Per quanto generosa la BCE decida di continuare ad essere nei loro confronti, le misure del “Salva Italia” e le analoghe misure adottate dalla maggior parte dei governi europei sono semplicemente destinate ad aggravare la recessione. Esse faranno aumentare ancora di più la disoccupazione e la precarietà, indeboliranno ulteriormente la forza contrattuale del lavoro dipendente e le disuguaglianze di reddito si accentueranno; ne risulteranno ulteriori contrazioni dei consumi, della domanda aggregata e del prodotto.
Anche l’obiettivo del “risanamento” delle finanze pubbliche - l’abbattimento del rapporto debito pubblico/PIL - è destinato in tal modo ad essere mancato, perché quanto si fa di giorno con il rigore e l’austerità tende a disfarsi di notte attraverso il loro impatto negativo sul prodotto e l’occupazione.

Gli stessi mercati finanziari sembrano ormai rendersene conto e sembrano apprezzare sempre meno gli altari sacrificali che dappertutto e simultaneamente si continuano ad erigere in loro onore.
 

tontolina

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3. Ma come si è arrivati a questa situazione assurda?
Non c’erano e non ci sono strade alternative di fronte alla crisi e alla recessione?
E se ci sono, perché non vengono imboccate?
Una risposta soddisfacente alla prima di queste tre domande richiederebbe da sola un intero volume. Bisognerebbe analizzare l’intera esperienza del capitalismo avanzato nel corso dell’ultimo trentennio, a partire dall’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione a favore della lotta all’inflazione alla fine degli anni Settanta - inizioanni Ottanta. Andrebbero poi considerati, per quanto riguarda l’Europa, i cambiamenti subiti in corso d’opera dal progetto di unificazione economica e monetaria e i cambiamenti istituzionali connessi con il Trattato di Maastricht, l’istituzione della moneta unica e i successivi accordi e trattati; l’influenza su tutto questo della restaurazione teorica nel
frattempo intervenuta in campo economico, e, infine, ma non per ultimo, andrebbe discusso lo stato confusionale della Sinistra europea di fronte alla “modernità” neoliberista.

Un’analisi decisamente troppo lunga e complessa per essere tentata in questa sede.
Concentriamoci allora sulla seconda e sulla terza domanda.
Con lo scoppio della crisi e l’inizio della recessione ci si sarebbe aspettato che venisse subito avviato in Europa un coordinamento di politiche economiche espansive, con subordinazione della politica monetaria all’orientamento espansivo delle politiche di bilancio. Si è invece proseguito sulla strada dell’imposizione di ingenti avanzi primari
(eccedenze delle entrate sulle spese pubbliche, al netto di quella per il pagamento degli interessi sul debito pubblico) e dell’abbattimento da parte di ciascun paese del suo rapporti debito pubblico/PIL. L’abbattimento di questo rapporto è diventato una vera e propria
ossessione. In nessun conto viene tenuto il fatto che né la teoria economica né l’esperienza concreta consentono di stabilire un limite oltre il quale tale rapporto diventerebbe insostenibile: si tratterebbe del 220% del Giappone, del 120% dell’Italia, o del 70% della Spagna (che come è noto si trova in condizioni economico-finanziarie decisamente
peggiori di quelle del Giappone)?
Allo stesso modo, in ben poco conto è tenuto il fatto che il vero nodo della presenza di un debito pubblico interno è costituito dai suoi effetti redistributivi – dai trasferimenti di reddito da coloro che pagano le imposte per onorarne il servizio a coloro, appartenenti alla stessa generazione, che incassano gli interessi pagati dallo Stato. Questa redistribuzione del reddito disponibile ha effetti negativi sulla domanda
aggregata, i livelli di attività e la coesione sociale, ed è proprio per contenere tali effetti che dovrebbe essere considerato importante riuscire a fare in modo che, anche in una situazione in cui il debito pubblico sia (o sia tornato ad essere) prevalentemente interno, il
suo volume in rapporto al PIL non continui a crescere nel tempo.
Tenuto allora conto del fatto che oggi politiche di abbattimento dei debiti pubblici non possono che aggravare la recessione, è alla stabilizzazione dei rapporti debito/PIL, non al loro abbattimento, che avrebbe senso puntare. Questa stabilizzazione naturalmente richiede che il tasso di crescita del debito si mantenga uguale al tasso di crescita del PIL.
 

tontolina

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Daily Bell: ci può fare un aggiornamento sull’Euro e sull’Unione Europea?

Gerald Celente: non c’è modo di salvarla. Ha solo dieci anni e già ha tutti questi problemi. Ma la cosa più importante è che quello che ora stanno facendo è di centralizzare ulteriormente il potere istituendo una Banca Centrale che tiene in scacco tutte le altre banche e il potere sovrano degli stati dell’Eurozona. Questa è la vera storia. Quindi, di nuovo, la fusione tra sovranità nazionali e poteri aziendali... un nuovo fascismo in Europa. Lo hanno già vissuto, si sta loro riproponendo. Non ci saranno Hitler e Mussolini ma la Deutsche Bank e il Credit Suisse. Che altro serve alla gente per convincersi che sarà così? Questo mi angoscia, che la gente non lo capisca.

Daily Bell: tecnocrazia? Come sta funzionando in Grecia e in Italia?

Gerald Celente: sono banchieri e sta funzionando benissimo per le banche. Rubano alla gente e danno alle banche. Perfetto. Sta funzionando esattamente come volevano che funzionasse.



ComeDonChisciotte - "SIAMO DI FRONTE AD UN CAPOLINEA..."
 

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