Eba (1 Viewer)

tontolina

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metto questo articolo perchè
anche se sono passati mesi
anche lui ha il mio stesso sospetto

a me è venuto subito subito alla maniera di Andreotti: "a pensar male si pecca, ma di solito ci si azzecca"

Dell’ European Banking Autorithy ne abbiamo già parlato più volte, soprattutto della sua ostinazione nell’imporre regole “procicliche” che danneggiano l’economia, un’ostinazione quasi sospetta per un’istituzione che guarda caso a sede a Londra, un’ostinazione al limite del paradossale.
RISCHIO CREDIT CRUNCH ITALIA!icebergfinanza | icebergfinanza
 

tontolina

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certo che penalizzare le banche che acquistano bond
e non considerare pericolosi i derivati

è stata una gran viglliaccata


certo magari i bond sono pure pericoloso e non sono free risk

ma i derivati? quelli sano sogno nevvero? forse perchè li hanno in pancia le banche sassoni e anglosassoni!
hanno istituzionalizzato il calcolo del rischio con i due pesi e le due misure
 

tontolina

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MERKEL: NON SONO CERTA CHE IL PROGETTO EUROPA RIUSCIRA’!

Scritto il 19 luglio 2012 alle 08:58 da icebergfinanza

Il nostro buon Macchiavelli amava sussurrare che ...dove men si sa, più si sospetta. In questa torrida estate, anche il cervello talvolta va in vacanza e qualche colpo di sole è sempre possibile!
BERLINO - «Osserviamo che andiamo bene se i nostri vicini europei vanno bene» ha detto oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel dicendosi «

MERKEL: NON SONO CERTA CHE IL PROGETTO EUROPA RIUSCIRA’!

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tontolina

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Analizzando i dati della European banking authority (Eba), l’organo di vigilanza bancaria europea, è emerso che le tre maggiori banche transalpine, Bnp Paribas, Crédit Agricole e Société Générale, hanno ridotto del 44% l’esposizione ai titoli di Stato italiani nell’arco di un anno. Come Goldman Sachs, anche SocGen è uno degli advisor del Tesoro per la valutazione delle partecipazioni statali in Fintecna, Sace e Simest in vista della cessione alla Cassa depositi e prestiti. Eppure, anche lei si è dovuta coprire dal rischio di un deterioramento della situazione italiana.




E dopo Goldman Sachs ci taglia anche JPMorgan


Oltre a Goldman Sachs, anche J.P. Morgan ha tagliato il peso dei bond italiani in portafoglio. E lo stesso ha fatto Morgan Stanley, mentre Citigroup ha aumentato, seppur di poco, la propria esposizione. Il trio francese Bnp Paribas, Crédit Agricole e Société Générale (advisor del Tesoro come Goldman Sachs) hanno ridotto del 44% le obbligazioni italiane in pancia. Le più scettiche sono però le banche europee: fra 2010 e 2011 l’esposizione su Roma è calata di quasi 94 miliardi di euro.
 

tontolina

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come ben sapete l'EBA ha sede a Londra e le sue decisioni hanno ben massacrato il popolo italiano
in quanto hanno imposto alle banche italiane Ratios molto restrittivi
e lasciando "intoccate" le banche tedesche con leva sui derivati disastrosa

addirittura la SEC america sta indagando su D.B.


ma agli inglesi interessa piratare l'italia

ed ora c'è una nuova notizia
 

tontolina

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13 SET 2013 12:31 1. DA LONDRA PARTE UN SILURO PER LE BANCHE ITALIANE: LA CITY NON INTERVERRÀ PIÙ A GARANTIRE I PRESTITI UNA BANCA STRANIERA SE QUESTA È ALLEATA CON UNA BANCA ITALIANA - 2. SIAMO NEL MAGICO MONDO DEI “PRONTI CONTRO TERMINE”, IL COMPLESSO (E INVISIBILE) SISTEMA FINANZIARIO CON CUI LE BANCHE OTTENGONO LIQUIDITÀ NEL BREVE PERIODO - 3. LA NUOVA REGOLA È UN TRUCCO PER PROTEGGERSI DAL RISCHIO-ITALIA, COSTRINGERE I NOSTRI ISTITUTI A SPOSTARSI NELLA CITY, E INCASSARE LE GRASSE COMMISSIONI - 4. UN CAMBIAMENTO POTENZIALMENTE DISASTROSO PER UNICREDIT E INTESA. E SAPETE QUAL È IL COLMO? FURONO PROPRIO LE DUE BANCHE A VOLER VENDERE LA BORSA ITALIANA AL LONDON STOCK EXCHANGE NEL 2007, CONTRO IL PARERE DI DRAGHI E PADOA-SCHIOPPA -

1. DA LONDRA PARTE UN SILURO PER LE BANCHE ITALIANE: LA CITY NON INTERVERRÀ




Federico Fubini per "la Repubblica"
Non sono tempi facili per le banche italiane. Come non bastassero i timori per le perdite sui prestiti offerti ai clienti e per l'esame della vigilanza europea che le aspetta, di fronte a loro si presenta una nuova trappola.
MARIO DRAGHI

Nessuno l'ha vista avvicinarsi, perché è sepolta in un codicillo di un regolamento di settanta pagine stipulato il 5 agosto a Londra. Ma quel passaggio sembra disegnato apposta per complicare l'accesso al finanziamento internazionale delle banche in Italia e obbligarle a spostare le loro attività nella City: l'opposto di ciò che serve ora che la materia prima essenziale per il paese è la fiducia.
Il regolamento in questione è stato redatto da London Clearing House Clearnet (Lch), la piattaforma controllata dal London Stock Exchange che garantisce gli scambi fra banche o grossi investitori.



Lch è quella che gli addetti chiamano una «controparte centrale», un soggetto che si interpone fra chi offre e chi richiede certi titoli o del denaro e garantisce che nessuna delle parti perda soldi se l'altra fallisce.

Alleata di Lch è Cassa compensazione e garanzia, l'entità che svolge lo stesso mestiere in Italia: entrambe sono parte del London Stock Exchange (Borsa di Londra o Lse), dato che l'intero gruppo Borsa italiana è controllato dai britannici dal 2007.


Quella delle «controparti centrali» è la parte invisibile del sistema finanziario, la rete di condutture della liquidità di cui si dimentica sempre l'esistenza fino a quando non si rompe.

Ma è attraverso questa rete che le banche si finanziano ogni giorno.

Citi, il colosso di Wall Street, stima che in Italia gli istituti abbiano prestiti a breve termine per 70 miliardi di euro in ogni momento dato da parte di grandi banche globali come Morgan Stanley o JpMorgan.

Il tutto intermediato da Cassa compensazioni, a fronte di titoli di Stato presentati in garanzia dagli italiani. Sono operazioni chiamate «repo» o «pronti contro termine», un flusso di denaro in prestito a scadenza di un giorno o di una settimana che permette alle banche di operare: senza di esso, il mondo del credito finirebbe in ginocchio in poche ore, in Italia come ovunque.

Il problema è ora che l'ingranaggio potrebbe incepparsi.

Sono gli stessi manager della Borsa di Londra, in un atto di sottile sabotaggio, ad aver deciso di gettare sabbia nelle ruote italiane.

La svolta prende la forma di una modifica alle norme che nel caso di «transazioni nel mercato italiano del reddito fisso» - si legge nel regolamento di agosto - spezza il legame decennale fra Lch di Londra e Cassa compensazione in Italia.

Il gruppo della City annuncia che non interverrà più a garantire le banche globali impegnate nei prestiti a breve termine qualora la sua «alleata» (sic) italiana andasse in default.

In altri termini, Londra non vuole più il rischio delle attività italiane che controlla. Così dissuade di fatto i grandi gruppi esteri dall'offrire prestiti a breve termine alle banche italiane, perché non sarebbero più garantite se esse si svolgono attraverso Cassa compensazioni.



È come sfilare il tappeto da sotto i piedi delle banche italiane. In un rapporto agli investitori, Citi sostiene che ciò può ridurre i prestiti e alzare gli interessi per il sistema creditizio tricolore e raccomanda di vendere Btp, bond e azioni degli istituti quotati a Milano.


Per Unicredit o Intesa Sanpaolo sarebbe una strana nemesi: furono loro, in qualità di primi soci, a voler vendere il gruppo Borsa italiana al London Stock Exchange nel 2007 contro il parere di Mario Draghi e Tommaso Padoa-Schioppa (allora rispettivamente governatore e ministro dell'Economia).
Fra l'altro, ciò rende più difficile per gli istituti usare titoli del Tesoro in garanzia presso Cassa compensazione per ottenere la liquidità di cui hanno bisogno.

A dire il vero, il mercato non se n'è accorto.

I tassi sulle operazioni a breve termine da agosto sono persino scesi dallo 0,40% allo 0,26%.

Per ora le banche non rischiano lo stesso credit crunch che le famiglie o le imprese subiscono da tempo. E potrebbero comunque sempre rivolgersi alla Bce, benché equivarrebbe ad ammettere di aver bisogno di una bombola ad ossigeno.

Ma il rapporto di Citi trae conclusioni drastiche: «Lch Clearnet ha portato un colpo significativo alla posizione di finanziamento di molte banche italiane - scrive - creando potenzialmente pressione al rialzo sugli spread sovrani».


L'obiettivo di Londra è chiaro: proteggersi dal rischio Italia e spingere le banche del paese a venire nella City per finanziarsi. Ciò porterebbe in Gran Bretagna i guadagni su quelle operazioni invisibili ma svolte ogni giorno su scala colossale.

In passato Lch aveva tentato di delocalizzare a Londra i fondi di Cassa compensazione, ma fu fermata dalla Banca d'Italia un anno fa. L'istituto centrale ha ingiunto a Cassa di mantenere i conti proprio in Via Nazionale e di investirli in titoli di Stato.

Non è un caso: il portafoglio di Cassa vale ogni giorno fra cinque e dieci miliardi di euro ed è in grado di coprire un'asta del Tesoro anche nei momenti di massima tensione sui mercati. È una sorta di rete di sicurezza sulle emissioni di debito pubblico. Gianluca Garbi, fondatore di Banca Sistema ed ex top manager del gruppo Borsa Italiana, non nasconde l'irritazione: «Non so a cosa punti il London Stock Exchange - dice - . Ma non è la prima volta che prova a portare via i conti di Cassa e ha sempre fallito miseramente».
Difendere le condutture invisibili del sistema finanziario diventa insomma un interesse vitale per le istituzioni. Sarà per questo che Londra ha scelto di sfidarlo nel momento della loro massima debolezza in Europa.
 

tontolina

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Alle banche europee servono capitali. Eba: “mancano ancora 70 miliardi”

Ultimo aggiornamento 25 settembre 2013 , ore 15:42
Report Eba: sono 115 i miliardi che mancano alle banche grandi banche del pianeta per raggiungere i criteri fissati da Basilea 3. C'è tempo fino al 2019 e l'ammanco ammonta a poco più di un terzo degli utili pre-dividendi del 2012



http://www.investireoggi.it/economi...vono-capitali-eba-mancano-ancora-70-miliardi/


L’EBA (European Banking Authority) ha comunicato che le 101 grandi banche del pianeta hanno ridotto l’ammanco di capitali alla fine del 2012, necessari per mettersi in regola con i nuovi ratios fissati dall’accordo di Basilea III. In particolare, il fabbisogno ammontava a 115 miliardi alla fine dello scorso anni, riducendosi, quindi, di 83 miliardi nella sola seconda metà dell’anno.
Di questi, il 61% riguarda le 42 maggiori banche europee, che mostravano un fabbisogno di 70,4 miliardi, anch’esso in diminuzione, ma di soli 29 miliardi, cioè a un ritmo più lento che nel resto del pianeta.
L’accordo di Basilea III prevede un Common equity tier 1 capital ratio del 7%, ossia un livello di capitalizzazione triplicato rispetto ai ratios finora richiesti.

Tuttavia, dai dati diffusi dall’EBA emergerebbe anche una certa solidità complessiva degli istituti, visto che gli stessi hanno prodotto utili pre-dividendi nel 2012, pari a 419 miliardi di euro.
Ma come sempre, i dati generali sono frutto di forti disparità.



Il comunicato della Bundesbank del primo pomeriggio di oggi, ad esempio, ci fornisce qualche spiegazione in più, quando si felicita della riduzione del fabbisogno di capitali per le grandi banche tedesche di 16 miliardi nella seconda metà del 2012. In sostanza, dei 29 miliardi sopra citati, 16 sono dovuti al miglioramento della sola Germania. Gli istituti in questione sarebbero quattro banche regionali più Deutsche Bank, Commerzbank e HypoVereinsbank. Per la Buba, gli istituti tedeschi oggetto del monitoraggio (non citati) avrebbero ancora bisogno di ulteriori 14 miliardi di capitali, ossia meno del 20% del fabbisogno europeo.


Le banche oggetto del suddetto monitoraggio sono quelle appartenenti al Gruppo 1, ossia con capitale Tier 1 superiore ai 3 miliardi. Il Tier Capital 1 di questi istituti è risultato pari al 9,2%, superiore all’8,6% delle restanti 122 banche del Gruppo 2. Queste ultime hanno mostrato un fabbisogno in crescita di 25,6 miliardi, ma essenzialmente dovuto al maggior numero degli istituti oggetto del monitoraggio.
Infine, bene i dati sul Liquidity Coverage Ratio, cioè il rapporto tra la liquidità e l’ammontare complessivo dei deflussi previsti per il mese successivo. Dal 2015 scatta la richiesta minima del 60%, destinata a salire al 100% nel 2019. Il Gruppo 1 presentava già un tasso al 119% e il Gruppo 2 del 126%.
di Giuseppe Timpone
 

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L’Eba prevede nel 2016 una disoccupazione al 13%. Peggio di Nostradamus.

Nostradamus era un inguaribile ottimista.
«L’autorità bancaria europea (Eba) ha comunicato oggi le metodologie e gli scenari macroeconomici di riferimento per gli stress test europei 2014, che coinvolgeranno le 124 principali banche del vecchio continente».
Ecco i parametri previsti e quindi adottati.
Anno Pil Disoccupazione
2014.
-0.7% 11.3%
2015.
-1.5% 12.3%
2016.
+0.1% 13.0%


Previsioni molto confortanti.
Auguriamoci che si siano sbagliati, anche se in realtà non sembrerebbe poi più di tanto.
Anche perchè in passato son sempre stati ottimisti.
Yahoo!. 2014-04-29. Stress test 2014: Eba annuncia metodologia e scenari macroeconomici, 124 banche europee coinvolte.
L’autorità bancaria europea (Eba) ha comunicato oggi le metodologie e gli scenari macroeconomici di riferimento per gli stress test europei 2014, che coinvolgeranno le 124 principali banche del vecchio continente. Gli stress test, che l’Eba condurrà la Banca centrale europea e i supervisori nazionali, verificheranno la solidità e lo stato di salute del sistema bancario. Nello scenario avverso tracciato dall’autorithy guidata dall’italiano Andrea Enria è previsto per l’Unione europea un prodotto interno lordo (Pil) reale a -0,7% quest’anno, -1,5% nel 2015 e un +0,1% nel 2016, mentre sul fronte occupazionale il tasso di disoccupazione all’11,3% nel 2014, al 12,3% nel 2015 e al 13% nel 2016.
 
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Altra follia Eba sui crediti scaduti

Altra follia Eba sui crediti scaduti - MilanoFinanza.it



I crediti scaduti delle banche potrebbero aumentare tra il 75 e il 110% se passeranno le nuove regole Eba sulla classificazione dei prestiti. È la stima fatta dall'Abi, che ha evidenziato gli effetti negativi che la disciplina avrebbe sul credito e l'economia: a settembre i crediti scaduti erano infatti pari a 16,4 miliardi, secondo i dati di Banca d'Italia.
L'autorità bancaria europea guidata da Andrea Enria a ottobre ha proposto nuove definizioni per i prestiti scaduti o sconfinanti da più di 90 giorni: in particolare l'Eba ha fissato una soglia assoluta (di 200 euro per i clienti retail e di 500 euro per quelli non retail) e una relativa (2% dell'esposizione, invece dell'attuale 5%). Superati questi livelli, l'esposizione risulterebbe «past due». L'Abi ha sottolineato nella consultazione aperta dall'Eba che «l'introduzione di una soglia assoluta molto bassa, combinata con un forte calo della soglia relativa rispetto ai livelli applicati in Italia, ha un impatto considerevole sull'ammontare e il numero delle posizioni scadute», anche perché le nuove categorie, a causa della loro maggiore ampiezza, includerebbero anche prestiti destinati a tornare in bonis nel giro di poco tempo («falsi positivi», in gergo tecnico).


Nell'analisi di impatto su un campione di sei banche, l'Abi ha stimato che la nuova soglia assoluta da sola aumenterebbe i prestiti scaduti del 110%, mentre quella relativa da sola li farebbe salire del 75% (si veda tabella). «Il requisito addizionale per cui le due soglie agiscono indipendentemente aggrava la situazione in modo considerevole», ha osservato l'Abi, secondo cui «la nuova disciplina si allontanerebbe in modo significativo da una realistica rappresentazione dei rischi». Per esempio, un cliente con un credito scaduto di 600 euro e una posizione complessiva di un milione e 600 euro, supererebbe comunque la soglia assoluta di 500 euro, anche se i 600 euro costituiscono soltanto lo 0,059% del totale (un livello molto inferiore al 5% applicato in Italia). La normativa si tradurrebbe così in un forte aumento degli scaduti e, nello stesso tempo, in una maggiore difficoltà per un debitore di uscire dalla categoria, anche quando non si tratta di veri prestiti deteriorati ma soltanto di «falsi positivi». Nella stessa situazione si troverebbero altri Paesi.

L'obiettivo di armonizzare le regole in Europa si tradurrebbe in una stretta eccessiva, con pesanti conseguenze sul credito, proprio in una fase in cui si intravedono segnali di ripresa. Il tema è delicato e perciò ha attirato l'attenzione delle istituzioni, non solo in Italia. L'aumento dei prestiti classificati come non-performing per l'Abi «si tradurrebbe in una riduzione della disponibilità delle banche a concedere prestiti o misure di sostegno a debitori con problemi di liquidità temporanea». L'effetto sarebbe anche sugli accantonamenti e sul capitale delle banche, perché le posizioni scadute richiedono un maggiore assorbimento patrimoniale.

Viste le conseguenze rilevanti, l'Abi ha chiesto innanzitutto di fissare una soglia relativa pari al 4% (invece dell'attuale 5%), che farebbe comunque aumentare gli scaduti del 17% (si veda tabella). Inoltre l'associazione ha proposto di aumentare la soglia assoluta, di compensare le linee di credito in ritardo con quelle non utilizzate, di far partire il conteggio dei 90 giorni soltanto dopo che entrambe le soglie siano superate e di fissare un periodo transitorio più lungo di due anni, considerati insufficienti per i necessari cambiamenti, anche di tipo operativo e informatico. Infine c'è l'importante tema, soprattutto per l'Italia, dei debiti della pubblica amministrazione, per cui l'Eba non ha previsto esplicitamente un trattamento differenziato: l'Abi ha chiesto «con forza» che per il comparto pubblico sia confermata l'attuale disciplina. (riproduzione riservata)
 

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