Ci vuole una nuova Norimberga (1 Viewer)

Nonsoniente

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Mi scuso con Argemma ( Bogdan) se apro questo post consapevole che non è il posto adatto.

Ma ragazzi qui la pazienza è Finita, qui ci vuole una NORIMERGA per tutta la classe dirigente che ha svenduto questo MERAVIGLIOSO PAESE per i loro interessi personali.

A grosso modo le tappe del Disastro sono queste.

1) Maggio 1978 omicidio dell'Onorevole Aldo Moro
2) adozione dello Sme 1979 sistema di cambi semi fissi
3) Divorzio Tesoro, Banca d'Italia nel 1981 che impedisce di fatto la monetizzazione del debito pubblico ed è la vera causa dell'esplosione del debito pubbiico al di la di tutte le fragnacce che ho sentito in tutti questi anni.

4) 1992 la doppia strage di Capaci e Via D'Amelio, che privano l'Italia di 2 SERVITORI DELLO STATO COME GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO.

5) 1992 Adesione al Trattato di Maastricht

6) Epurazione, tramite mani pulite, dell'intera classe politica dell'epoca, che sarà stata anche corrotta, ma aveva portato questo Paese ad essere la quinta potenza economica del mondo ed ad avere il secondo più grande risparmio privato del mondo (dopo il giappone) ed ad avere una classe media fra le più agiate del mondo.

7) Inizio della svendita dell'industria pubblica con lo scopo dichiarato di ridurre il nostro debito pubblico, ma con lo scopo non dichiarato D'INDEBOLIRE IL NOSTRO TESSUTO INDUSTRIALE QUANDO QUESTO SI APPRESTAVA A COMPETERE CON QUELLO FRANCO/TEDESCO USANDO LA STESSA MONETA (EURO)

8) l'ADESIONE ALLA MONETA UNICA EUROPEA l'EURO CHE E' IL CORONAMENTO DI DUE PROGETTI: [FONT=&quot]: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;[/FONT][FONT=&quot][/FONT]

Qualcuno può dire ma lo hanno fatto in buona fede hanno seguito un sogno politico, leggetevi questo articolo di vent'anni fa scritto da un Economista Inglese.

L’articolo che pubblichiamo di seguito ha venti anni. L’autore, Wynne Godley, noto economista britannico Post Keynesiano e collaboratore del Tesoro del Regno Unito, individua i problemi nella costruzione dell’Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht. In particolare sottolinea come il Trattato sottintendesse un’impostazione ideologica per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è una banca centrale, indipendente dalla politica, che si occupi di controllare l’inflazione. L’assenza di un Tesoro federale con un debito pubblico monetizzabile, di un fisco e di un welfare federali, di “stabilizzatori automatici” e trasferimenti tra regioni, porterà inevitabilmente alla rottura dell’Unione monetaria, appena uno dei suoi membri si trovasse in forti difficoltà per qualsiasi motivo. Insomma, quella che segue è la cronaca di un fallimento annunciato.
Molte persone in tutta Europa si sono improvvisamente rese conto che non sanno quasi nulla del Trattato di Maastricht mentre giustamente avvertono che potrebbe fare una grande differenza nella loro vita. La loro legittima ansia ha indotto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale le opinioni della gente comune dovrebbero in futuro essere più ascoltate. Avrebbe potuto pensarci prima.
Anche se ho sostenuto il passaggio verso l’integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht così come sono presentano gravi carenze e anche che la discussione pubblica su di esse sia stata curiosamente impoverita. [...]
L’idea centrale del trattato di Maastricht è che i paesi della Comunità europea devono muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma che cosa rimane della politica economica? Dato che il trattato non propone nuove istituzioni diverse da una banca europea, i suoi promotori devono supporre che nulla di più sia necessario. Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero sistemi capaci di autoregolarsi, che non abbiano bisogno di alcuna gestione.
Sono spinto alla conclusione che tale punto di vista – cioè che le economie sono organismi che si raddrizzano da soli e che non hanno in nessun caso necessità di una gestione – ha effettivamente determinano il modo in cui è stato costruito il trattato di Maastricht. Si tratta di una versione rozza ed estrema del punto di vista che da qualche tempo ha costituito la convinzione prevalente in Europa (anche se non quella degli Stati Uniti o del Giappone): che i governi non sono in grado di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione, e pertanto non dovrebbero neppure provarci.
Tutto ciò che può legittimamente essere fatto, secondo questa visione, è quello di controllare l’offerta di moneta e il pareggio del bilancio. E’ stato necessario un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors) per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è stata l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire un’Europa integrata e sovranazionale.
Ma c’è molto di più. In primo luogo va sottolineato che la creazione di una moneta unica nella Comunità Europea dovrebbe porre fine alla sovranità delle sue nazioni componenti e alla loro autonomia di intervento sulle questioni di maggior interesse. Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, di fare movimentazioni sulla propria banca centrale, è la cosa principale che definisce l’indipendenza nazionale. Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Le autorità locali e le regioni, ovviamente, non possono svalutare. Ma si perde anche il potere per finanziare il disavanzo attraverso la creazione di denaro, mentre altri metodi di ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione centrale. Né si possono modificare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non sono in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica si limita a questioni relativamente minori: un po’ più di istruzione qui, un po’ meno infrastrutture lì. Penso che quando Jacques Delors pone l’accento sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà ci sta solo dicendo che [gli stati membri dell'Unione europea] saranno autorizzati a prendere decisioni su un maggior numero di questioni relativamente poco importanti di quanto si possa aver precedentemente supposto. Forse ci lascerà tenere i cetrioli, dopo tutto. Che grande affare!
Permettetemi di esprimere una visione diversa. Penso che il governo centrale di uno Stato sovrano deve essere costantemente impegnato a determinare il livello ottimale complessivo dei servizi pubblici, l’onere fiscale complessivo corretto, la corretta allocazione della spesa totale tra bisogni concorrenti, nonché la giusta distribuzione del peso della tassazione. Esso deve anche determinare la misura in cui ogni divario tra spesa e imposte viene finanziato prelevando dalla banca centrale e quanto è finanziato mediante un prestito, e a quali condizioni. Il modo in cui i governi decidono su tutti questi (e alcuni altri) problemi, e la qualità della leadership che si possono dispiegare, determineranno, in interazione con le decisioni degli individui, delle aziende e degli stranieri, cose come i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. [Il comportamento del governo] inoltre influenzerà profondamente la distribuzione del reddito e della ricchezza non solo tra individui, ma tra intere regioni, assistendo, si spera, quelle colpite negativamente dai cambiamenti strutturali. [...]
Elenco tutto questo non per suggerire che la sovranità non deve essere ceduta in nome della nobile causa dell’integrazione europea, ma che se i governi nazionali rinunciano a tutte queste funzioni esse devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. La lacuna incredibile nel programma di Maastricht è che, mentre contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, non esiste un qualunque progetto analogo, in termini comunitari, di governo centrale. Semplicemente ci dovrebbe essere un sistema di istituzioni che soddisfi a livello comunitario tutte quelle funzioni che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli paesi membri.
La contropartita della rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti vengono incorporate in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o stato, come è meglio chiamarlo, dovrebbe esercitare tutte quelle funzioni in relazione ai suoi membri e al mondo esterno, che ho brevemente sopra indicate.
Consideriamo due esempi importanti di ciò che uno stato federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.
I Paesi europei sono al momento bloccati in una grave recessione. Come stanno le cose, in particolare le economie di Stati Uniti e Giappone sono anch’esse vacillanti, è molto difficile dire quando un significativo recupero avrà luogo. Le implicazioni politiche di questo stanno diventando spaventose. Tuttavia, l’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l’eccezione teorica della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per conto proprio, perché ogni paese che cercasse di espandere l’economia con le sue sole forze incontrerebbe presto un vincolo nella bilancia dei pagamenti. La situazione attuale grida ad alta voce l’esigenza di un rilancio coordinato, ma non esistono né le istituzioni né un quadro concordato di pensiero che porterà a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione dovesse davvero prendere una svolta seria per il peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – i singoli paesi, prima o poi, eserciterebbero il loro diritto sovrano di dichiarare l’intero percorso verso l’integrazione un disastro, e ristabilirebbero dei controlli sui cambi e misure protezionistiche – un’economia da assedio se vogliamo chiamarla così. Ciò equivarrebbe a ripercorre il periodo tra le due guerre.
Se ci fosse una unione economica e monetaria, in cui il potere di agire in modo indipendente fosse effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’ del genere, di cui si sente così urgente bisogno, potrebbe essere effettuata solo da un governo federale europeo. Senza una tale istituzione, l’Unione monetaria impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli paesi e metterebbe il nulla al suo posto.
Un altro ruolo importante che ogni governo centrale deve svolgere è quello di stendere una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni componenti che sono in difficoltà per ragioni strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche cambiamento demografico negativo per l’economia. Attualmente questo accade nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché esistono standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l’istruzione, le pensioni, i sussidi di disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) sistema di imposizione fiscale. Di conseguenza, se una regione soffre un insolito declino strutturale, il sistema fiscale genera automaticamente i trasferimenti netti in favore di essa. Come caso estremo, una regione che non producesse nulla non morirebbe di fame perché riceverebbe le pensioni, le indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.
Cosa succede se un intero paese – un potenziale ‘regione’ in una comunità pienamente integrata – subisce una battuta d’arresto strutturale? Finché si tratta di un Stato sovrano, può svalutare la propria moneta. Si può quindi operare con successo verso la piena occupazione se la gente accetta il taglio necessario dei redditi reali [cioè l'inflazione, ndr]. Con una unione economica e monetaria, questo ricorso è ovviamente escluso, e la sua prospettiva è davvero grave, salvo accordi su bilanci federali che svolgano un ruolo redistributivo. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall che è stato pubblicato nel 1977, ci deve essere uno scambio tra la rinuncia alla possibilità di svalutare e la redistribuzione fiscale. Alcuni autori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno seriamente suggerito che l’Unione monetaria, abolendo la bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, abolirebbe il problema, dove esiste, di una persistente incapacità di competere con successo sui mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un articolo importante nel Economist (13 giugno), questo argomento è pericolosamente sbagliato. Se un paese o regione non ha il potere di svalutare, e se non è beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora non c’è nulla che possa fermare un processo di declino cumulativo e terminale che conduce, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame.
Simpatizzo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte alla perdita di sovranità, desiderano scendere dal treno dell’Unione monetaria. Simpatizzo anche con coloro che cercano l’integrazione sotto la giurisdizione di una sorta di Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello dell’[attuale] bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che sono favorevoli all’unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano le mani terrificati alle parole “federale” o “federalismo”. Questa è la posizione adottata oggi dal Governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica

POPOLO SVEGLIATI E PROCESSA LA TUA CLASSE DIRIGENTE CHE HA PORTATO IL PAESE DENTRO IL BARATRO ROVINANDO LE FUTURE GENERAZIONI.
 

n.14

Guest
a tutti gli europagliacci...però...

Mi scuso preventivamente coi moderatori anche io

C'entra coi mercati (di riflesso)

Spunto interessante questo post

Però la NORIMBERGA citata va estesa A TUTTI questi europagliacci che ormai hanno portato la situazione ad un punto ingestibile e di tutti contro tutti

...e la colpa (ovvio) e del popolo/elettore/risparmiatore (vedi GGB ultima porcata) in nome di non si sa quale principio...per lor signori

e avanti di fumo negli occhi riunioni strette di mani annunci FALSI ecc ecc

Qualcuno da noi (che conta i master a "mazzi") diceva "il peggio e' alle spalle"

domanda: importantissima la cultura e la preparazione (essenziale) ma evidentemente anche in questi casi il TROPPO stroppia!




Mi scuso con Argemma ( Bogdan) se apro questo post consapevole che non è il posto adatto.

Ma ragazzi qui la pazienza è Finita, qui ci vuole una NORIMERGA per tutta la classe dirigente che ha svenduto questo MERAVIGLIOSO PAESE per i loro interessi personali.

A grosso modo le tappe del Disastro sono queste.

1) Maggio 1978 omicidio dell'Onorevole Aldo Moro
2) adozione dello Sme 1979 sistema di cambi semi fissi
3) Divorzio Tesoro, Banca d'Italia nel 1981 che impedisce di fatto la monetizzazione del debito pubblico ed è la vera causa dell'esplosione del debito pubbiico al di la di tutte le fragnacce che ho sentito in tutti questi anni.

4) 1992 la doppia strage di Capaci e Via D'Amelio, che privano l'Italia di 2 SERVITORI DELLO STATO COME GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO.

5) 1992 Adesione al Trattato di Maastricht

6) Epurazione, tramite mani pulite, dell'intera classe politica dell'epoca, che sarà stata anche corrotta, ma aveva portato questo Paese ad essere la quinta potenza economica del mondo ed ad avere il secondo più grande risparmio privato del mondo (dopo il giappone) ed ad avere una classe media fra le più agiate del mondo.

7) Inizio della svendita dell'industria pubblica con lo scopo dichiarato di ridurre il nostro debito pubblico, ma con lo scopo non dichiarato D'INDEBOLIRE IL NOSTRO TESSUTO INDUSTRIALE QUANDO QUESTO SI APPRESTAVA A COMPETERE CON QUELLO FRANCO/TEDESCO USANDO LA STESSA MONETA (EURO)

8) l'ADESIONE ALLA MONETA UNICA EUROPEA l'EURO CHE E' IL CORONAMENTO DI DUE PROGETTI: [FONT=&quot]: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;[/FONT][FONT=&quot][/FONT]

Qualcuno può dire ma lo hanno fatto in buona fede hanno seguito un sogno politico, leggetevi questo articolo di vent'anni fa scritto da un Economista Inglese.

L’articolo che pubblichiamo di seguito ha venti anni. L’autore, Wynne Godley, noto economista britannico Post Keynesiano e collaboratore del Tesoro del Regno Unito, individua i problemi nella costruzione dell’Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht. In particolare sottolinea come il Trattato sottintendesse un’impostazione ideologica per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è una banca centrale, indipendente dalla politica, che si occupi di controllare l’inflazione. L’assenza di un Tesoro federale con un debito pubblico monetizzabile, di un fisco e di un welfare federali, di “stabilizzatori automatici” e trasferimenti tra regioni, porterà inevitabilmente alla rottura dell’Unione monetaria, appena uno dei suoi membri si trovasse in forti difficoltà per qualsiasi motivo. Insomma, quella che segue è la cronaca di un fallimento annunciato.
Molte persone in tutta Europa si sono improvvisamente rese conto che non sanno quasi nulla del Trattato di Maastricht mentre giustamente avvertono che potrebbe fare una grande differenza nella loro vita. La loro legittima ansia ha indotto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale le opinioni della gente comune dovrebbero in futuro essere più ascoltate. Avrebbe potuto pensarci prima.
Anche se ho sostenuto il passaggio verso l’integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht così come sono presentano gravi carenze e anche che la discussione pubblica su di esse sia stata curiosamente impoverita. [...]
L’idea centrale del trattato di Maastricht è che i paesi della Comunità europea devono muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma che cosa rimane della politica economica? Dato che il trattato non propone nuove istituzioni diverse da una banca europea, i suoi promotori devono supporre che nulla di più sia necessario. Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero sistemi capaci di autoregolarsi, che non abbiano bisogno di alcuna gestione.
Sono spinto alla conclusione che tale punto di vista – cioè che le economie sono organismi che si raddrizzano da soli e che non hanno in nessun caso necessità di una gestione – ha effettivamente determinano il modo in cui è stato costruito il trattato di Maastricht. Si tratta di una versione rozza ed estrema del punto di vista che da qualche tempo ha costituito la convinzione prevalente in Europa (anche se non quella degli Stati Uniti o del Giappone): che i governi non sono in grado di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione, e pertanto non dovrebbero neppure provarci.
Tutto ciò che può legittimamente essere fatto, secondo questa visione, è quello di controllare l’offerta di moneta e il pareggio del bilancio. E’ stato necessario un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors) per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è stata l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire un’Europa integrata e sovranazionale.
Ma c’è molto di più. In primo luogo va sottolineato che la creazione di una moneta unica nella Comunità Europea dovrebbe porre fine alla sovranità delle sue nazioni componenti e alla loro autonomia di intervento sulle questioni di maggior interesse. Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, di fare movimentazioni sulla propria banca centrale, è la cosa principale che definisce l’indipendenza nazionale. Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Le autorità locali e le regioni, ovviamente, non possono svalutare. Ma si perde anche il potere per finanziare il disavanzo attraverso la creazione di denaro, mentre altri metodi di ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione centrale. Né si possono modificare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non sono in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica si limita a questioni relativamente minori: un po’ più di istruzione qui, un po’ meno infrastrutture lì. Penso che quando Jacques Delors pone l’accento sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà ci sta solo dicendo che [gli stati membri dell'Unione europea] saranno autorizzati a prendere decisioni su un maggior numero di questioni relativamente poco importanti di quanto si possa aver precedentemente supposto. Forse ci lascerà tenere i cetrioli, dopo tutto. Che grande affare!
Permettetemi di esprimere una visione diversa. Penso che il governo centrale di uno Stato sovrano deve essere costantemente impegnato a determinare il livello ottimale complessivo dei servizi pubblici, l’onere fiscale complessivo corretto, la corretta allocazione della spesa totale tra bisogni concorrenti, nonché la giusta distribuzione del peso della tassazione. Esso deve anche determinare la misura in cui ogni divario tra spesa e imposte viene finanziato prelevando dalla banca centrale e quanto è finanziato mediante un prestito, e a quali condizioni. Il modo in cui i governi decidono su tutti questi (e alcuni altri) problemi, e la qualità della leadership che si possono dispiegare, determineranno, in interazione con le decisioni degli individui, delle aziende e degli stranieri, cose come i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. [Il comportamento del governo] inoltre influenzerà profondamente la distribuzione del reddito e della ricchezza non solo tra individui, ma tra intere regioni, assistendo, si spera, quelle colpite negativamente dai cambiamenti strutturali. [...]
Elenco tutto questo non per suggerire che la sovranità non deve essere ceduta in nome della nobile causa dell’integrazione europea, ma che se i governi nazionali rinunciano a tutte queste funzioni esse devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. La lacuna incredibile nel programma di Maastricht è che, mentre contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, non esiste un qualunque progetto analogo, in termini comunitari, di governo centrale. Semplicemente ci dovrebbe essere un sistema di istituzioni che soddisfi a livello comunitario tutte quelle funzioni che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli paesi membri.
La contropartita della rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti vengono incorporate in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o stato, come è meglio chiamarlo, dovrebbe esercitare tutte quelle funzioni in relazione ai suoi membri e al mondo esterno, che ho brevemente sopra indicate.
Consideriamo due esempi importanti di ciò che uno stato federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.
I Paesi europei sono al momento bloccati in una grave recessione. Come stanno le cose, in particolare le economie di Stati Uniti e Giappone sono anch’esse vacillanti, è molto difficile dire quando un significativo recupero avrà luogo. Le implicazioni politiche di questo stanno diventando spaventose. Tuttavia, l’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l’eccezione teorica della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per conto proprio, perché ogni paese che cercasse di espandere l’economia con le sue sole forze incontrerebbe presto un vincolo nella bilancia dei pagamenti. La situazione attuale grida ad alta voce l’esigenza di un rilancio coordinato, ma non esistono né le istituzioni né un quadro concordato di pensiero che porterà a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione dovesse davvero prendere una svolta seria per il peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – i singoli paesi, prima o poi, eserciterebbero il loro diritto sovrano di dichiarare l’intero percorso verso l’integrazione un disastro, e ristabilirebbero dei controlli sui cambi e misure protezionistiche – un’economia da assedio se vogliamo chiamarla così. Ciò equivarrebbe a ripercorre il periodo tra le due guerre.
Se ci fosse una unione economica e monetaria, in cui il potere di agire in modo indipendente fosse effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’ del genere, di cui si sente così urgente bisogno, potrebbe essere effettuata solo da un governo federale europeo. Senza una tale istituzione, l’Unione monetaria impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli paesi e metterebbe il nulla al suo posto.
Un altro ruolo importante che ogni governo centrale deve svolgere è quello di stendere una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni componenti che sono in difficoltà per ragioni strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche cambiamento demografico negativo per l’economia. Attualmente questo accade nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché esistono standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l’istruzione, le pensioni, i sussidi di disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) sistema di imposizione fiscale. Di conseguenza, se una regione soffre un insolito declino strutturale, il sistema fiscale genera automaticamente i trasferimenti netti in favore di essa. Come caso estremo, una regione che non producesse nulla non morirebbe di fame perché riceverebbe le pensioni, le indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.
Cosa succede se un intero paese – un potenziale ‘regione’ in una comunità pienamente integrata – subisce una battuta d’arresto strutturale? Finché si tratta di un Stato sovrano, può svalutare la propria moneta. Si può quindi operare con successo verso la piena occupazione se la gente accetta il taglio necessario dei redditi reali [cioè l'inflazione, ndr]. Con una unione economica e monetaria, questo ricorso è ovviamente escluso, e la sua prospettiva è davvero grave, salvo accordi su bilanci federali che svolgano un ruolo redistributivo. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall che è stato pubblicato nel 1977, ci deve essere uno scambio tra la rinuncia alla possibilità di svalutare e la redistribuzione fiscale. Alcuni autori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno seriamente suggerito che l’Unione monetaria, abolendo la bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, abolirebbe il problema, dove esiste, di una persistente incapacità di competere con successo sui mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un articolo importante nel Economist (13 giugno), questo argomento è pericolosamente sbagliato. Se un paese o regione non ha il potere di svalutare, e se non è beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora non c’è nulla che possa fermare un processo di declino cumulativo e terminale che conduce, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame.
Simpatizzo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte alla perdita di sovranità, desiderano scendere dal treno dell’Unione monetaria. Simpatizzo anche con coloro che cercano l’integrazione sotto la giurisdizione di una sorta di Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello dell’[attuale] bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che sono favorevoli all’unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano le mani terrificati alle parole “federale” o “federalismo”. Questa è la posizione adottata oggi dal Governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica

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In agosto la maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi gridava al complotto internazionale contro l'Italia e il moderato Casini diceva che i mercati fanno il loro lavoro, se siamo governati male è normale che i mercati chiedano un premio maggiore.

Adesso Casini dopo essere stato uno degli artefici del governo Monti grida anche lui al complotto esterno dopo il declassamento delle nostre banche.

Povero uomo l'unico complotto che vedo è quello di questa classe dirigente che portandoci dentro l'euro nelle condizioni in cui eravamo hanno ridotto questo Paese da Stato/Nazione a colonia della Germania, fino al punto che una Banca privata la BCE ci manda la letterina con i compitini scritti.

Ragazzi io non so se vi accorgete ma siamo come una mandria mandata al macello, siamo come una donna violentata dopo il danno subisce anche la beffa. La colpa è tua che avevi la gonna corta e siccome lo ha detto il giudice, lo hanno detto i giornali lo dice sempre la televisione, nel tuo intimo inizi a cedere s'insinua il dubbio che il colpevole non è il tuo violentatore, ma sei tu.
E' questo il meccanismo che i media ci stanno installando, ci troviamo così perchè abbiamo il debito alto, perchè siamo poco produttivi, perchè siamo parassiti, perchè siamo maiali, dobbiamo imparare dai Tedeschi che altro non sono che il nostro violentatore.

Popolo Italiano sveglia Zio Lazzarone sei come una donna violentata con la complicità del tuo uomo che era in combutta con il tuo violentatore e che l'ho ha informato a che ora saresti passata per quella stradina buia a quell'ora tarda di notte. Sveglia donna solo il tuo uomo sapeva che saresti passata di lì a quell'ora solo lui poteva informare il tuo violentatore.

PS: Per i tardi di mente: la donna è il Popolo Italiano, il suo uomo è la sua classe dirigente che dovrebbe lavorare per l'interesse del popolo che governa, il violentatore è la Germania.

In questo post cercherò a sfatare i tanti luoghi comuni che infestano le ns menti.

alla prossima.
 

claudios

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purtroppo questa classe dirigente è stata riconfermata anche alle ultime amministrative

il
pd/pdl/idv/sel/udc/lega
ha vinto ancora,

quindi quei ladri che siedono in parlamento sono ancora legittimati
questa è la democrazia
la maggior parte degli italiani non li vuole cambiare...

a palermo hanno riconfermato il vecchio sindaco andreottiano leoluca orlando amico di ciancimino e nemico di Falcone che aveva assunto migliaia di lavoratori socialmente utili e che dopo 20 anni sono ancora socialmente utili cioè stanno a casa ad aspettare lo stipendio....

per cambiare ci vuole la volontà della maggioranza, in italia sono troppi quelli che hanno interessi a mantenere lo stato attuale
 

Nonsoniente

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Ciao Zazen per classe dirigente io intendo oltre i politici, i banchieri, la grossa industria i grandi maneger di stato e non, l'Alta Magistratura, i Vertici delle Forze dell'Ordine e dell'esercito, i vertici dei giornali e delle TV nazionali.

Una nuova Norimerga dovrebbe esere un processo mediatico e politico, impensabile giudiziario, almeno di non essere un folle, cosa che io non sono. L'importante è fare arrivare questa voce, noi sappiamo che ci avete traditi tutti.
 

Nonsoniente

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Primo luogo comune la CRESCITA.
Quante volte ce lo siamo sentito dire dai media dai politici, noi cresciamo poco, siamo poco produttivi, non possiamo competere, abbiamo troppe sacche d'inefficienza, siamo corrotti, siamo evasori. E giù fustighiamoci in fondo non siamo assimilabili ai Piigs e cioè Maili?

Una premessa così come è stato costruito l'Euro, l'unione europea è un unione competitiva fra gli stati membri, piuttosto che un unione basata sulla cooperazione e solidarietà fra gli apparteneti a questa area.
La prova delle prove, non è stato previsto nessun meccanismo che andasse a compensare gli eventuali squilibri delle bilance dei pagamenti. Prima quando ogni stato aveva la propria moneta, questa fungeva anche a correggere gli squilibri della bilancia dei pagamenti.

Allora torniamo alla CRESCITA con la C maiuscola si può fare solo in 3 modi.

1) aumentando i consumi interni
2) per investimenti
3) aumentando il saldo delle partite correnti con l'estero, insomma esportando più merci e capitali, che poi rientrano sotto forma d'interessi o di dividendi.

Una volta entrati nell'euro di fatto ci è stato impedito di crescere per consumi interni. Perchè? Guardate io non sono un economista, ma grazie ad alcuni di loro ci sono arrivato a capirlo anch'io. Trovandoci in un unione competitiva se crescevamo per consumi interni creavamo inflazione e l'accumulo d'inflazione verso gli altri paesi della zona Euro avrebbe portato in nostri prodotti fuori mercato nell'area euro, in quanto non avevamo più la possibilità di compensare la maggiore inflazione con la svalutazione monetaria.

QUINDI LA CRESCITA INTERNA CI ERA PRECLUSA.

Ci rimaneva la seconda opzione crescere per investimenti. C'era un problema di solito i grandi investimenti li fa la mano pubblica, meno quella privata. Ma uno Stato che era entrato nell'unione firmando un trattato che lo impegnava a ridurre il rapporto debito/pil da oltre il 100% al 60% che investimenti avrebbe potuto fare. E i ns Agnelli Benetton, De Benedetti, ecc ecc eccc sono sempre stati bravi a privatizzare i profitti e socializzare le perdite, che investimenti volete che facessero, la Fiat l'abbiamo mantenuta noi per decenni.
QUINDI ANCHE LA SECONDA OPZIONE ERA IMPRATICABILE.

Ci Rimaneva la terza, crescere per esportazioni. Ma per prima cosa avevamo adottato una moneta sopravalutata rispetto alla nostra economia, non ne avevamo più il controllo di questa moneta e non potevamo più svalutare rispetto ai paesi dell'unione che bene o male rappresentano il 60% del nostro commercio con l'estero.
Cosa potevamo fare?
La strada lunga sarebbe stata quella d'investire massiciamente in tecnologia, poi i risultati si sarebbero avuti dopo degli anni, ma chi investiva? Lo stato non poteva i ns grandi imprenditori sono quello che sono, lo hanno fatto le medie aziende quelle che ancora oggi reggono questo paese, ALLE QUALI DOBBIAMO INCHINARCI E RINGRAZIARLE.

Poi avevamo un altra strada la più breve quella di svalutare i salari per rendere le ns merci più competitive, ma facendo così avremmo compresso i consumi interni, avremmo guadagnato da una parte e perso dall'altra.

Vedete come ci hanno preso per i fondelli con la crescita, certo qualcosa potevamo fare nell'ambito del turismo, potevamo tagliare le inefficienze nella P.A. e quei soldi investirli in tecnologia.
Ma con l'unione così come è stata fatta siamo partiti fortemente Handicappati.

LORO LO SAPEVANO E NOI NO, MA LO HANNO FATTO LO STESSO.
 
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Nonsoniente

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Mi sembra che a Napoli ci sia un detto che le nozze non si fanno con i fichi secchi, e la cresita non si fa senza i soldini.
Se il PIL di un qualsiasi paese è composto:

Y= C+G+I+(X-M)

dove
C= consumi privati
G = consumi Pubblici, mi dispiace per molti ma la spesa pubblica forma il PIL.
I = Investimenti
X-M = importazioni - esportazioni.

Se riduco C, i consumi privati, aumentando la tassazione; se non posso alzare G anzi devo ridurla, spesa pubblica; se a I non può contribuire la mano pubblica perchè lo Stato è troppo indebitato ( posso solo sperare nei capitali esteri, che però vorranno essere remunerati), per crescere, mi resta solo la possibilità di agire nel fattore X-M.

Come? Come ha fatto la Germania con la Riforma Hartz che non è stata a costo zero ma finanziata dallo stato tedesco in barba alle regole ( ma loro possono secondo la legge delle giungla, la legge del più forte) con lo scopo principale che gli stipendi aumentassero di meno dell'aumento della produttività, in modo d'aumentare la competitività. TRADOTTO SVALUTAZIONE SALARIALE.
Quello che vorrebbe fare la Fornero, ma lei più Furba a costo zero.

"Insomma per crescere il PIL bisogna abbassare i salari, ma quella più geniale è quella di tenere i salari fermi ed aumentare le ore lavorate."

Questa è la classe dirigente che ci sta governando, ho sentito che il Prof Giuseppe Guarino ha detto che se fossimo in tempo di guerra questi andrebbero dritti davanti a un Plotone d'esecuzione.
Lo dicevo che sono troppo buono io.
 

Nonsoniente

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Tratto da un articolo del Prof Paolo Savona.

Kenneth Rogoff, noto per essere stato un bravo economista al Fini e alla Fed di Washington, ricorda agli europei, e quindi agli italiani, che l'eurozona non è un'area monetaria ottimale e, quindi, non può essere oggetto di una politica unica, alla tedesca; cita Bob Mundell, il Nobel che meglio di tutti ha approfondito il trattamento di queste aree difettose, nonché James Meade, che ha sottolineato quanto sia indispensabile il libero movimento della forza lavoro per correggere gli effetti negativi della non ottimalità, e Peter Kenen, che ha sostenuto l'indispensabilità della flessibilità dei cambi per assorbire gli shock esterni, e Maurice Obstfeld, il quale ha sottolineato «che, oltre ai trasferimenti fiscali, un'unione monetaria richiede regole chiare per il prestatore di ultima istanza».
Tutte cose che mancano nell'euroarea inducendo Rogoff a dire che «L'Europa potrebbe non diventare mai un'area valutaria ottima, sulla base di qualsiasi standard»; e conclude che «senza un'ulteriore integrazione politica ed economica, che forse potrebbe non includere tutti gli attuali membri della zona euro, l'euro potrebbe addirittura non farcela, anche entro la fine di questa decade».
Il mercato dei contratti derivati scommette sulla validità di questa analisi e delle relative conclusioni, rialzando lo spread Btp-Bund e siamo, come suol dirsi, da capo a dodici! Per esso conta poco la solidità della realtà italiana sottostante, fatta da milioni di piccole imprese piene di difetti, ma solide, e da milioni di famiglie capaci di sacrificarsi per il bene del Paese, che non abbiamo saputo vendere adeguatamente, cospargendosi il capo di cenere.
Il governo dei tecnici ritiene che non vi sia alternativa all'allineamento al pensiero unico, nonostante l'Europa abbia perso la rotta originaria di pace e di benessere da raggiungere con l'unione politica e non con l'espropriazione delle sovranità nazionali. La politica dell'attuale governo scarta qualsiasi delle tre vie europee alternative indicate da Rogoff e colleghi (piena mobilità del lavoro, spesa pubblica compensativa o flessibilità dei cambi) e sposa la via delle riforme e della deflazione, che non può ovviare alla non ottimalità dell'euroarea, ma solo aggravarla.
 

ninjaxx

amico del maestro...
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se non cambia qualcosa il listino italiano ftsemib puo' perdere da questi livelli 13.000 circa il 30-40% per l'autunno.
 

Nonsoniente

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ninjaxx ha scritto: se non cambia qualcosa il listino italiano ftsemib puo' perdere da questi livelli 13.000 circa il 30-40% per l'autunno.

Ciao non è questo che ti deve preoccupare. Io mi iniziarei a preoccuparmi delle macerie che lascierà l'euro quando se ne andrà. Per noi ha già fatto tanti danni già dalla sua preparazione, ma il peggio purtroppo lo dobbiamo ancora vedere.:wall::wall::wall::wall:
 

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