Chi ama i gatti qui dentro? (1 Viewer)

Claire

ἰοίην
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quando ho scritto la tesi per la mia prima laurea, la dedicai alla mia gatta: Velvet, una gattina piccolina e nera, mezza strega e mezza gatta.
Occhi dorati, zampe sottili, caratterino capriccioso.
Quando decideva di dormire sul mio letto era un enorme privilegio.
 

truppa

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Buonasera Claire.
Sto meglio. Ma non posso dire di stare bene e so che questo malessere mi accompagnerà per un po’.

Oggi un grosso gatto nero è transitato nel mio giardino.
 

Claire

ἰοίην
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Anche qui nel mio cortile passa spesso un gatto nero.
Ho letto di recente una bella storia che ha un gatto per protagonista....
Mi piacerebbe postarla qui, ma è lunghissima....

magari Argema mi dice che posso
Argema...
Posso postare una storia che parla di un gatto?
 

Claire

ἰοίην
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e' un racconto un po' triste, ma mi piace molto.

Gatto Tigrato e Miss Rondinella
Di J. Amado.

Al mondo si starà bene
solo quando, questa è bella,
vedremo un gatto sposare
una dolce rondinella.
E poi li vedremo volare,
sposo e sposina novella:
il gatto e la rondinella.

La primavera

Quando la primavera arrivò, vestita di luce, di colori e di allegria, delicatamente profumata, spargendo fiori e vestendo gli alberi di verdi abitini, il Gatto Tigrato stiracchiò le zampe e aprì gli occhi screziati, brutti e cattivi. Brutti e cattivi secondo l’opinione generale. Si diceva addirittura che non erano solo gli occhi del Gatto Tigrato a sprizzare malvagità, ma tutto il suo gran corpo forte e agile, a righe arancio e nere. Quanto a lui, era un gatto di mezza età, ormai lontano dalla prima gioventù, quando gli piaceva correre fra gli alberi o vagare sui tetti, miagolando alla luna piena canzoni d’amore piuttosto sfacciate. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo mentre intonava canzoni romantiche e sentimentali.
Da quelle parti non c’era una creatura più solitaria ed egoista. Non era certo in rapporti amichevoli con i vicini e quasi non rispondeva ai rari saluti che gli venivano rivolti, più per paura che per buona educazione. Di pessimo umore, guardava da un’altra parte con un mugolio, come se niente, all’intorno, gli piacesse.
E invece la vita, tranquilla o movimentata che fosse, offriva proprio un bello spettacolo. Spuntavano gemme profumate che poi si trasformavano in splendidi fiori, gli uccelli volavano cinguettando allegramente, i colombi innamorati tubavano, covate di pulcini appena nati seguivano i coccodè della chioccia orgogliosa, la grande Oca Nera faceva la corte alla graziosa Oca Bianca, spruzzandola con l’acqua chiara del lago. E i cani, allegrissimi, si divertivano a saltare nell’erba.
Nessuno si avvicinava al Gatto Tigrato. Se lui si accostava ai fiori, loro si chiudevano: dicevano che una volta aveva buttato giù, con una zampata, un timido giglio bianco di cui tutte le rose erano innamorate. Il fatto non era provato, ma chi poteva dubitare della cattiveria del gattone? Gli uccelli volavano più alti, se capitavano nei dintorni del nascondiglio in cui dormiva. Si sussurrava, infatti, che era stato proprio il Gatto Tigrato a rapire perfidamente il piccolo Tordo dal suo nido di ramoscelli. Mamma Tordo, non trovando più il figlio al quale stava portando il pranzo, si era suicidata gettandosi su una spina di cactus e trafiggendosi il petto. Tristissimo il funerale, e innumerevoli le maledizioni lanciate, quel giorno, contro il Gatto Tigrato. Non c’erano prove, ma chi altri poteva essere il colpevole? Bastava guardarlo, quel mostro, per capire chi era l’assassino. Brutta bestia, insomma.
I colombi amoreggiavano a debita distanza: era quasi certo che fosse stato lui a uccidere – per mangiarsela – la più bella colomba della colombaia, e da allora un certo colombo viaggiatore aveva perso la gioia di vivere.
Mancavano le prove, è vero, ma – come aveva detto il Reverendo Pappagallo – chi poteva essere stato se non quel tipo sinistro, senza legge né Dio?
Le materne galline insegnavano ai pulcini dorati come evitare il Gatto Tigrato, tra le cui zampe criminali – dicevano – molti altri pulcini erano morti (per non parlare delle uova che rubava dai nidi per nutrire quel suo grosso e disgustoso corpo).
Neppure l’Oca Nera voleva saperne di lui, visto che al Gatto non piaceva l’acqua del lago, tanto amata dalla coppia di oche.
I cani l’avevano cercato per correre e saltare insieme. Ma lui, col pelo dritto, li aveva graffiati sul muso e insultati, prendendo a parolacce non soltanto loro, ma anche la loro famiglia, la razza e i parenti vicini e lontani.
Un gatto cattivo. Cattivo ed egoista. La mattina si sdraiava sull’erba per farsi scaldare dal sole, ma appena questo si alzava nel cielo, lui andava in cerca di un bell’angolo ombroso. Ingrato. Per qualche tempo una pianta di Guiaba dal tronco butterato si era illusa che il Gatto Tigrato l’amasse e se ne era vantata con tutti gli alberi del parco. E questo solo perché, nei pomeriggi assolati, lui veniva a strusciarsi contro la sua nodosa corteccia. La Guiaba, che passava per un’originale, si ere sentita lusingata di essere stata scelta da un tipo così difficile e discusso. Aveva cercato un chirurgo plastico che le togliesse tutti i nodi che le imbruttivano il tronco, si era fatta bella per il Gatto Tigrato. E poi, con il tronco liscio e pulito, l’aveva aspettato. Ma appena lui vide che su quel tronco senza sporgenze e cavità non ci si poteva più grattare, voltò le spalle alla Guiaba e non la degnò più di uno sguardo. La disavventura costò alla poveretta un bel po’ di prese in giro da parte degli abitanti del parco. Perfino la Vecchia Civetta, che abitava nell’albero grande, quando le raccontarono la storia rise di gusto.
Bisogna dire, per amore di precisione, che il Gatto Tigrato non sapeva che di lui si parlava così male. E se lo sapeva non gliene importava nulla, anche se forse non si era accorto di essere tanto malvisto, perché non scambiava parola con nessuno, tranne che, in qualche rara occasione, con la Vecchia Civetta. E costei, le cui opinioni erano molto considerate per via della sua età, diceva sempre che il Gatto Tigrato non era poi così cattivo e che forse tutto dipendeva da un malinteso. Ma gli altri scuotevano la testa e, anche se la Vecchia Civetta era molto rispettata, continuavano ad evitare il Gatto Tigrato.
Questa era la sua vita, quando nel parco arrivò la primavera, in un turbine di colori, profumi e canzoni: colori allegri, profumi che stordivano, canzoni squillanti. Il Gatto Tigrato dormiva quando la primavera fece il suo ingresso, potente e improvvisa. E la sua presenza era così forte e insistente che lui si svegliò dal suo sonno senza sogni, aprì gli occhi screziati e stiracchiò le zampe. L’Oca Nera, che per caso lo stava guardando, quasi svenne per la paura, perché le sembrò che il Gatto Tigrato quasi sorridesse. Continuò a fissarlo e richiamò l’attenzione della piccola Oca Bianca:
“Non ti sembra che stia sorridendo?”
“Mio Dio! Sorride per davvero!”
Non lo avevano mai visto sorridere. La piccola Oca Bianca si mise una zampa sul cuore, tanto quel sorriso, sulla bocca feroce del Gatto Tigrato, l’aveva spaventata: rideva con la bocca, ma, cosa ancora più inspiegabile, rideva anche con gli occhi screziati. La Gallina Carijò, che passava là accanto con i suoi pulcini dorati gridò:
“Oh!” e svenne tra le braccia dei figli.
Il Gallo Don Juan di Rhode Island venne di corsa a vedere che cosa stava succedendo. Tra le galline del suo harem, la Carijò era la preferita. La aiutò ad alzarsi e stava per lanciare il suo canto di guerra e di protesta, quando il Gatto Tigrato si rotolò un’altra volta nell’erba e lanciò un altro miagolio… Santo cielo, un miagolio romantico! Impossibile!
A Don Juan di Rodhe Island la voce restò in gola e, proprio mentre la primavera arrivava, sul parco calò un assoluto silenzio. Non si sentiva neppure il tubare innamorato dei colombi, tale era il timore causato dal sorprendente comportamento del Gatto Tigrato.
“Forse è impazzito…” diagnosticò una piantina di Nasturzio che veniva considerata un buon medico.
“Sta almanaccando qualche nuova cattiveria…” fece in un sussurro la Gallina Carijò, che si era ripresa dallo svenimento, trascinando lontano i pulcini e Don Juan di Rhode Island.
Proprio allora il Gatto Tigrato si alzò, stiracchiò le zampe, inarcò il dorso per meglio sentire il calore del sole improvvisamente dolce, dilatò le narici per aspirare i nuovi odori che vagavano nell’aria e lasciò che il muso brutto e cattivo si aprisse in un sorriso cordiale rivolto a tutto e a tutti. Poi si incamminò.
Ci fu un fuggi fuggi generale. La grande Oca Nera trascinò la piccola Oca Bianca verso il fondo del lago e, con un tuffo che batteva ogni precedente record, raggiunse l’altra riva, portando in salvo la sua mogliettina. I colombi si radunarono nella colombaia, smettendo di tubare amorosamente sui rami degli alberi. I cani smisero di correre e saltare facendo finta di essere molto occupati a disseppellire ossa nascoste. I fiori che stavano sbocciando interruppero il loro lavoro, e una rosa che si stava frettolosamente aprendo lasciò cadere in terra tutti i suoi petali, tranne uno che continuò a volteggiare, sospinto da una brezza capricciosa.
Tutta questa agitazione provocò un certo rumore e attirò l’attenzione del Gatto Tigrato, che si guardò intorno con timore. Perché tutti fuggivano, se il parco era così bello, mentre la primavera arrivava? Non c’era nessun temporale, né soffiava il freddo vento che trascina via le foglie e la pioggia non cadeva in grosse lacrime sui tetti. Perché fuggire, perché nascondersi proprio quando la primavera arrivava, portando con sé la dolcezza di vivere? Forse il Serpente a Sonagli aveva osato tornare nel parco? Il Gatto Tigrato lo cercò con lo sguardo. Se si trattava di lui, gli avrebbe dato un’altra lezione, così l’avrebbe smessa di rubare le uova, rapire uccellini dai nidi, mangiare pulcini e piccioncini. Ma no! Il Serpente a Sonagli non c’era. Il Gatto Tigrato ci pensò su. E capì che era da lui che fuggivano, perché non lo vedevano sorridere e non lo sentivano miagolare da così tanto tempo che si erano spaventati.
Che triste constatazione! Per prima cosa smise di sorridere, ma poi alzò le spalle con noncuranza. Era un gatto orgoglioso, poco gli importava quel che pensavano di lui. Con aria maliziosa, fece addirittura l’occhiolino al sole – un gesto un po’ forzato – e la nuova sorpresa fece sì che un’enorme pietra, che da moltissimi anni abitava là accanto, rotolasse di corsa verso il bosco.
Il Gatto Tigrato respirò a pieni polmoni la primavera appena arrivata. Si sentiva leggero e gli sarebbe piaciuto dire sciocchezze, andarsene un po’ in giro, perfino parlare con qualcuno. Si guardò ancora attorno con gli occhi screziati, ma non vide nessuno. Erano scappati tutti.
No, non tutti. Sul ramo di un albero Miss Rondinella lo guardava e gli sorrideva. Lei sola non era fuggita. I suoi genitori la chiamavano di lontano, con grida ansiose. E dai loro nascondigli gli abitanti del parco guardavano spaventati Miss Rondinella che sorrideva al Gatto Tigrato. Intorno era primavera, sogno di un poeta.
 

Claire

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Parentesi per presentare Miss Rondinella

(Quando passava, sorridente e piena di malizia, non c’era uccellino in età da sposarsi che non sospirasse. Era ancora giovanissima, ma ovunque fosse, subito tutti i giovanotti del parco le si radunavano intorno. Chi le faceva la dichiarazione, chi scriveva una poesia. L’Usignolo, famoso per le sue serenate, cantava al chiaro di luna sotto la sua finestra. Lei sorrideva a tutti, scherzava con tutti, ma non amava nessuno. Senza pensieri, curiosa e chiacchierona, volava da un albero all’altro del parco: aveva un cuore innocente. E tutti pensavano che non ci fosse, in nessuno dei parchi lì intorno, una rondinella bella e gentile come Miss Rondinella.)
 

Claire

ἰοίην
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La primavera continua.

Intorno era primavera, sogno di un poeta. Il Gatto Tigrato ebbe voglia di dire qualcosa del genere a Miss Rondinella. Si mise a sedere per terra, si ravviò i baffi e disse soltanto:
“Non sei scappata via con gli altri?”
“Io, scappare? Non ho paura di te, gli altri sono dei gran fifoni… Non puoi acchiapparmi, non hai ali per volare, sei un gattaccio, ma più stupido che brutto. E sei brutto sul serio…”
“Io brutto?”
Il Gatto si mise a ridere, con la terribile risata di chi si era dimenticato come si fa a ridere: e stavolta rabbrividirono anche gli alberi più coraggiosi, come il gigante Pau Brasil.
“Lei lo ha offeso e lui adesso la ucciderà” pensò il vecchio Cane Danese.
Il Reverendo Pappagallo – reverendo perché era stato in seminario per un po’, imparando a memoria preghiere e frasi in latino, il che gli aveva procurato fama di erudito – chiuse gli occhi. Non voleva assistere alla tragedia, e per due buoni motivi: era un tipo sensibile e non gli piaceva la vista del sangue, specie quello di una rondine così graziosa; inoltre non voleva far da testimone se mai il delitto fosse finito davanti alla giustizia. Un bel dilemma, decidere tra il dire la verità e affrontare la collera del Gatto Tigrato – processo per calunnia, un paio di schiaffoni, il becco strappato e chissà che altro – oppure mentire e farsi la fama di vigliacco e di complice dell’assassino. Una situazione difficile: l’ideale era non testimoniare. Comunque si mise a pregare per l’anima di Miss Rondinella, tanto per essere a posto con la sua coscienza (una noiosa piena di pretese).
Anche Miss Rondinella si accorse di aver esagerato e, nel dubbio, volò su un ramo più alto e là prese a beccarsi le piume con gesto elegantissimo. Il Gatto Tigrato continuò a ridere, anche se era un po’ offeso. E non perché Miss Rondinella gli aveva dato del cattivo, ma perché l’aveva chiamato brutto, mentre lui si considerava bello, una meraviglia di gatto, e per di più elegante.
“Davvero mi trovi brutto?”
“Bruttissimo” confermò la Rondinella, di lontano.
“Non ci credo. Solo un cieco potrebbe trovarmi brutto.”
“Brutto e vanitoso!”
La conversazione finì là, perché i genitori di Miss Rondinella, vincendo la paura per amore della figlia, arrivarono in volo e la portarono via, tra sgridate e rimproveri. La lei, mentre la portavano via, gridò al Gatto:
“A presto, signor bruttone…”
Cominciò così, con un dialogo un po’ sciocco, la storia del Gatto Tigrato e di Miss Rondinella. A dire il vero la storia era cominciata prima, almeno per quel che riguarda la Rondinella. Il primo capitolo, anzi, avrebbe dovuto narrare alcuni fatti precedenti che la riguardano. E siccome non posso più scriverlo dove avrei dovuto, non mi resta che sospendere la narrazione e tornare indietro.
Riconosco che questo è un modo di raccontare un po’ disordinato. Ma può darsi che la dimenticanza dipenda dalla confusione che l’arrivo della primavera provoca nei gatti e nei narratori di storie.
 

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