Certificati di investimento (102 lettori)

Fabrib

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Si profila un inverno molto freddo per la moneta dell’Eurozona e le conseguenze toccherebbero le tasche di molti. Eppure, di quel che succede all’euro non si parla.
All’inizio dell’anno ci volevano 1,23 dollari per un euro e le prospettive erano di un suo ulteriore rafforzamento in virtù delle aspettative di crescita dell’attività economica grazie ai fondi del Next Generation Eu, ai massicci acquisti di titoli da parte della Bce e alla ripresa dei consumi a seguito del miglioramento della situazione sanitaria.
A dieci mesi di distanza, al contrario, la moneta europea si è deprezzata del 5 per cento. E il deprezzamento non ha solo interessato la divisa americana, ma praticamente tutte le valute del mondo, a parte lira turca e yen giapponese: 6,5 per cento in meno rispetto al renminbi cinese; 5,4 contro la sterlina; 7,8 contro il dollaro canadese; 8,5 contro il rublo russo; 4,7 contro la rupia indonesiana; 5 contro il rand sudafricano; 6,7 contro la corona norvegese.
In termini generali il tasso di cambio della moneta di un paese rispetto a quella di un altro dipende dalle aspettative di crescita dei due paesi: un maggior differenziale di crescita tende a rafforzare il cambio, che a sua volta si riflette in tassi di interesse reali (ovvero al netto dell’inflazione) più elevati.
La cattiva notizia dunque è che l’entusiasmo dei mercati per la ripresa europea di inizio anno sembra sia scemata: si ritiene ormai che l’inattesa carenza di semiconduttori, le disfunzioni nella logistica e nelle filiere di produzione, i rincari dell’energia e il rallentamento della Cina e del Far East (principale sbocco dell’export dell’Eurozona che vale 417 miliardi, di cui 200 verso Cina e Hong Kong), non si risolveranno rapidamente, con un effetto depressivo sull’attività produttiva, anche attraverso la compressione dei margini delle imprese, che potrebbe essere prolungato. E si ritiene anche che questi effetti colpiscano più l’Europa del resto del mondo.
Basti pensare che gli istituti di previsione tedeschi hanno appena tagliato al 2,4 per cento la stima di crescita di quest’anno per la Germania, dal 3,7 previsto appena nell’aprile scorso.
Al tempo stesso hanno spostato in avanti la ripresa rialzando da 3,9 al 4,8 per cento la stima per il 2022, ipotizzando quindi che questi shock, come pure la pandemia, esauriscano i loro effetti con la primavera del 2022.
Purtroppo, è solo un’ipotesi, stante la scarsa capacità di prevedere le conseguenze economiche di un evento raro come la pandemia, nonché il suo decorso.
Oltre ai vincoli dal lato dell’offerta, a deprimere l’euro contribuisce anche la Bce che mantiene i tassi reali inusitatamente negativi su tutte le scadenze: la banca centrale chiaramente privilegia la stabilità finanziaria, che la sola aspettativa di aumento dei tassi metterebbe a dura prova dato l’ingente ammontare del debito pubblico e privato.
Così ripete il mantra dell’inflazione transitoria, anche se ormai appare chiaro che ci sono elementi strutturali che avranno un effetto prolungato e pervasivo sulla dinamica dei prezzi.
Alla debolezza dell’euro si aggiunge la crisi energetica. L’aumento del prezzo di tutte le fonti fossili (gas, greggio, carbone) ha un effetto redistributivo all’interno di ogni paese o area economica: c’è chi guadagna e chi perde. Ma a livello aggregato gli Stati Uniti a giugno avevano un pareggio della bilancia commerciale energetica, e nel 2020 hanno registrato un surplus di 27 miliardi, mentre l’eurozona ha un grosso deficit, con importazioni nette di energia che quest’estate erano pari a 1,7 per cento del Pil dell’area, e destinato ad aumentare il prossimo inverno.
In passato questo deficit poteva essere compensato da maggiori esportazioni di beni, ma il rallentamento in Asia lo rende improbabile. La crisi energetica si somma dunque alla debolezza dell’euro, rafforzandola.
La politica monetaria è ben poco efficace contro gli shock dell’offerta, specie nel caso della crisi energetica. Ma è difficile anche vedere cosa i governi possono fare nel breve termine. Più o meno ci sono sei alternative a disposizione, ma nessuna veramente appetibile.
1. Razionamento. Lo sta facendo in certi casi la Cina col carbone, la sua principale fonte energetica. Soluzione che aggrava gli effetti degli altri shock sull’offerta, senza contare gli effetti secondari distorsivi come le code ai distributori di benzina in Inghilterra ci rammentano.
2. Prezzi calmierati per i consumatori. Lo fa la Gran Bretagna col gas col risultato di far fallire le società di distribuzioni locali di minori dimensioni e, più in generale, si scoraggiano gli investimenti che sono invece indispensabili per la transizione del green deal.
3. Si torna indietro aumentando l’offerta di fonti non rinnovabili. Lo sta facendo la Cina che ha imposto un aumento della produzione interna di carbone; e lo vuol fare la Francia col nucleare: il presidente Macron aveva dichiarato di voler tagliare la produzione di elettricità da nucleare dal 70 al 50 per cento, mentre ora la vuole aumentare. Così si uccide il green deal.
4. Autarchia. Nel senso che ogni paese blocca le eventuali esportazioni di energia e tiene per sé le fonti esterne di approvvigionamento. Probabile lo faccia la Francia col nucleare che oggi esporta, e la Germania col gas russo.
Esattamente l’opposto di quello che ci vorrebbe per rendere l’Europa immune da shock energetici: un sistema integrato che collega i paesi, e fonti di approvvigionamento diversificate in modo da ammortizzare un eventuale riduzione, o un aumento di costo, di una singola fonte energetica, oltre a ridurre il potere negoziale dei fornitori stranieri.
5. Soluzione di mercato. Lasciare che i prezzi delle fonti fossili aumentino in modo da penalizzarne l’utilizzo, rendendo le rinnovabili sempre più convenienti. In fondo è proprio questo lo scopo dei certificati europei Ets per le emissioni.
Il problema è che un aumento dei prezzi costituirebbe un incentivo ad aumentare gli investimenti per lo sviluppo delle fonti fossili, che è l’opposto di quello che si vorrebbe col green deal.
Senza contare che un forte aumento del costo dell’energia farebbe venir meno il sostegno dell’opinione pubblica alla transizione verde, e servirebbe a giustificare provvedimenti demagogici come la tassa sugli extra profitti che ha imposto la Spagna alle società energetiche, scoraggiando così gli investimenti che invece si vorrebbero incentivare.
6. Sussidi, aiuti, defiscalizzazioni per i cittadini meno abbienti e le piccole imprese. È l’unica proposta concreta del toolbox della Commissione (ironico che l’abbiano chiamata “scatola degli attrezzi”) per affrontare la crisi e che molti paesi adotteranno.
Se applicato a una fascia limitata di popolazione e di piccole imprese è solo un pannicello caldo per cercare un po’ di facile consenso, perché non impedisce l’impatto pervasivo della crisi energetica sui costi di produzione e sul potere di acquisto dei consumatori.
Inattuabile invece su vaste fasce di utenti e imprese perché dissesterebbe le finanze pubbliche già disastrate dal Covid.
Se l’euro fosse un barometro preannuncerebbe dunque un inverno rigido, nell’attesa che l’anno nuovo si porti via Covid, caro energia e vincoli alla produzione. Nella speranza che non sia un’attesa vana.
DOMANI/Penati
 

Guni

Keep calm and trade on
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Perché quello è il trigg rimborso anticipato alla scadenza..se fosse sotto scadrebbe anticipatamente Nicola..
Questo è il payout che risulta a me nel caso 2) da te citato "il certificate non paga mai le cedole e arriva a scadenza".

Rispetto ai valori attuali di ISP (2.575€):
- Oltre -40% (< 1.55€) rimborsa la lineare (e non le 36 cedole)
- Da -40% a -4% (< 2.48€) rimborsa il nominale + l'inverso della lineare (e non le 36 cedole)
- Da -3% a +20% (< 3.1€) rimborsa il nominale + l'inverso della lineare e le 36 cedole
- Oltre +20% (> 3.1€) rimborsa il nominale + la lineare e le 36 cedole

1634388027338.png


(Personalmente non amo i TW proprio per il payout, spesso molto asimmetrico rispetto al sottostante e che quindi con variazioni talvolta minime dello stesso possono avere risultati parecchio differenti; secondo me sono molto indicati per chi è esperto di coperture perchè in questo modo trasforma un'ipotetica inefficienza in un vantaggio).
 
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CarloConti

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Non lo vedo mai citato e mi sentivo solo :rolleyes: Da qualche giorno sembra che finalmente abbia ingranato.
Con i maxi cedola iniziale e cedole basse successive non ho mai avuto un buon rapporto e visto il prezzo scendere molto durante la vita, specialmente se a scadenza lunga. Chiaro se becchi i sottostanti che te lo mandano velocemente in call è tutta un’altra storia, ma a me è accaduto una sola volta con titoli americani.
Ho preso questo, e un’altro che adesso non ho isin perchè sono al cell, che staccano una maxi iniziale ma hanno poi cedole importanti che ritengo debbano sostenerne il prezzo maggiormente dopo il naturale abbassamento con lo stacco del primo cedolone. Anche l’altro è con Tesla e ha già staccato.
Eccolo DE000HV4LWT8, ha staccato a luglio il 15% e ora sta a 99,65 con la prossima cedola trimestrale del 3,15% con una barriera al 50%. In questo caso il prezzo è rimasto sostenuto nonostante la maxi cedola staccata.
Il DE000HV8CQC6 ha addirittura cedole trimestrali del 4,8%.
 
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Alexreferee11

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Questo è il payout che risulta a me nel caso 2) da te citato "il certificate non paga mai le cedole e arriva a scadenza".

Rispetto ai valori attuali di ISP (2.575€):
- Oltre -40% (< 1.55€) rimborsa la lineare (e non le 36 cedole)
- Da -40% a -4% (< 2.48€) rimborsa il nominale + l'inverso della lineare (e non le 36 cedole)
- Da -3% a +20% (< 3.1€) rimborsa il nominale + l'inverso della lineare e le 36 cedole
- Oltre +20% (> 3.1€) rimborsa il nominale + la lineare e le 36 cedole

Vedi l'allegato 622414

(Personalmente non amo i TW proprio per il payout, spesso molto asimmetrico rispetto al sottostante e che quindi con variazioni talvolta minime dello stesso possono avere risultati parecchio differenti; secondo me sono molto indicati per chi è esperto di coperture perchè in questo modo trasforma un'ipotetica inefficienza in un vantaggio).
Pedonami Nicola ma nn ti seguo: il trigg cedola è all 80% e questo vale per tutte le rilevazioni compreso quella finale. Da dove "tiri fuori" -4% e -3%?
 

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