Austerità dell'Euro-deliri (1 Viewer)

tontolina

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Ve li ricordate i famigerati FISCAL MULTIPLIERS …CE LO CHIEDE L’EUROPA! si quei numerini figli della fantasia di pseudo analisti ed economisti dell’ultima ora I risultati di un nuovo studio dell’Fmi rivelano che i piani di austerità fiscale hanno probabilmente un impatto negativo sulla crescita molto superiore a quanto stimato finora. La conclusione principale per la politica economica è che la riduzione del deficit pubblico deve essere possibilmente più graduale, a meno che i tempi non vengano forzati dalle pressioni di mercato.

da http://icebergfinanza.finanza.com/2012/10/26/portogallo-il-grande-ricatto/

 

tontolina

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Economia e Libertà


Born to be Free

Qualche giorno fa ho ripreso in mano Antiche come le Montagne, una raccolta di brani estratti dagli scritti di Gandhi. Erano tanti anni che non rileggevo più queste pagine.


Un paragrafo ha attirato la mia attenzione:


La perfetta disubbidienza civile è una ribellione priva di violenza. Un perfetto oppositore ignora semplicemente l’autorità dello Stato. Diventa un fuorilegge che afferma di disprezzare qualsiasi legge di uno Stato immorale. Così, per esempio, può rifiutare di pagare le tasse, può rifiutare di riconoscere l’autorità nella sua vita quotidiana. […]
Agisce così perché e quando ritiene che la libertà fisica, di cui gode apparentemente, è un peso intollerabile. Ragiona tra sé che uno Stato tollera la libertà individuale fin dove il cittadino si sottomette alle sue norme. La sottomissione alla legge dello Stato è il prezzo che il cittadino paga con la propria libertà personale. Perciò la sottomissione a una legge di Stato totalmente o in parte ingiusta è un baratto immorale con la libertà.”


Ognuno si legga da solo Gandhi e ne tragga le conclusioni che preferisce. A me queste frasi hanno fatto pensare a tutte quelle persone che oggi in Italia stanno combattendo, in perfetta solitudine, delle battaglie simili.


E sento già le voci di chi mi dirà che non è la stessa cosa. Che Gandhi stava lottando contro uno Stato straniero, imperialista e colonialista: “non era il suo Stato”! Ma, nel momento in cui un uomo si accorge di vivere in uno Stato predone e che continua a restringere le libertà individuali di cittadini-sudditi, dove sarebbetutta questa differenza?





Predone è proprio lo Stato italiano che continua assorbire risorse rinunciando a tagliare le spese di chi ne è all’interno (i costi della politica) e la spesa pubblica sulla quali fonda il proprio consenso e la propria esistenza, distribuendo soldi e privilegi.
Predone è uno Stato con una pressione fiscale che su molte persone supera il 60%, perché equivale a confiscare ogni giorno più della metà dei loro redditi– dando indietro ben poco. Sudditi sono i cittadini il cui teorico potere di scegliere, controllare, mandare a casa i propri governanti e amministratori, si è ormai dimostrato ridicolmente vuoto. Sudditi sono gli italiani le cui libertà individuali continuano a restringersi verso un mondo che somiglia sempre di più a quello che Orwell descrisse in 1984.



Eppure chi dice queste cose, oggi e in Italia, viene deriso oconsiderato un paranoico. Chi parla di disobbedienza fiscale viene bollato come evasore fiscale, il capro espiatorio verso il quale è stata diretta l’ultima caccia alle streghe. Penso ad Oscar Giannino, oppure alle crociate di Leonardo Facco.


Gandhi ci ricorda, invece, che chi ha a cuore la libertà individuale non può che opporsi ad uno Stato italiano sempre più predone, sempre più dispotico. E, per ribellarsi, ha indicato nella non-violenza l’unico sentiero che valga la pena di percorrere.


“Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le montagne.”


Emilio Rocca
contributor EconomiaeLiberta.com
 

tontolina

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Scusateci...


Voci dalla Germania: Scusateci...
Scusateci se l'Europa vi ha imposto la destrutturazione del mercato del lavoro, lo smantellamento dello stato sociale, il pareggio di bilancio, i decennali al 6%, etc etc. ma a volte ci possiamo sbagliare. Contrordine: il rigorismo è un'illusione e aggrava solo i problemi. Peter Bofinger, consigliere del governo di Berlino, intervistato da Der Spiegel.

Nonostante le riforme, in Italia la crisi economica è sempre piu' profonda. L'economista Bofinger ritiene che il paese sia vittima di un errore sistemico. La tesi del governo Merkel, secondo cui un forte risparmio avrebbe risolto i problemi, è un illusione, ci dice Bofinger in un'intervista.


L'Italia è da anni in un circolo vizioso fatto di alto indebitamento e di una economia che cresce molto lentamente. La crisi negli altri paesi Euro ha solo peggiorato i problemi italiani, e il debito è cresciuto piu' velocemente di quanto atteso. Il recente downgrade di Moody's ha fatto salire ulteriormente il nervosismo. Peter Bofinger, economista e consigliere del governo, pensa che il paese sia vittima del panico degli investitori.


Spiegel: Herr Bofinger: Moody's ha appena ridotto il rating italiano. Hanno ragione?


Bofinger: Dipende dalla prospettiva. Secondo Moody's l'Italia soffre sempre di piu' dell'effetto contagio da Grecia e Spagna. L'Italia è finita in un circolo vizioso: il governo sta risparmiando e il paese è scivolato in una recessione. Questo rende sempre piu' difficile il raggiungimento degli obiettivi di bilancio. Gli investitori sono nervosi e gli interessi sul debito salgono. Ma così gli investitori diventano ancora piu' nervosi, a un certo punto le agenzie di rating devono reagire al trend negativo.


Spiegel: Significa che gli alti tassi sul debito pubblico non sono giustificati?


Bofinger: Rispetto ad altri paesi sono troppo alti. Il deficit di bilancio è il secondo piu' basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l'Italia deve pagare il 6%.


Spiegel: A cosa è dovuto?


Bofinger: E' abbastanza facile da spiegare: la Gran Bretagna è indebitata in Sterline e ha una banca centrale che è disposta ad acquistare titoli di stato in maniera illimitata. L'Italia a causa della sua appartenenza all'unione monetaria non lo puo fare. E' in una situazione fondamentalmente diversa, che anche con le drastiche misure di risparmio e con le riforme strutturali del governo Monti non potrà essere cambiata. Il problema è sintomatico della crisi Euro. Il governo tedesco fino ad ora ha sostenuto che i governi dei paesi in crisi devono risparmiare in maniera ferrea: i mercati avrebbero riconosciuto lo sforzo e fatto scendere il tasso di interesse. E' una illusione. Anche se gli stati della zona Euro risparmiano, avviano le riforme strutturali e fanno quanto viene loro richiesto, restano a rischio fallimento.


Spiegel: Questo significa che l'Italia pur combattendo contro la crisi - dovrà inevitabilmente richiedere gli aiuti finanziari europei?


Bofinger: Io spero che questo sia evitato. Il fatto è: per gli stati è sempre piu' difficile, con il potere di cui dispongono, far scendere i tassi attraverso misure di risparmio e tenere sotto controllo l'indebitamento. La Crisi Euro è un problema sistemico, che può essere affrontato solo con un'azione congiunta di tutti gli stati membri. Il Sachverständigenrat (consiglieri governativi in materia economica) propone il modello del patto per il rimborso del debito (Schuldentilgungspakts), che combina una responsabilità condivisa solo su una parte del debito, con condizioni molto rigide e un calendario di rimborso obbligatorio.


Spiegel: Il governo Monti tiene aperta l'opzione degli aiuti europei. Che cosa succederebbe, se l'Italia dovesse andare sotto la copertura del fondo salva stati?


Bofinger: Sarebbe l'ora della verità per l'unione monetaria. Fino al 2014 il paese deve chiedere in prestito ai mercati 750 miliardi di Euro - molto di piu' di quanto sia ancora disponibile nel fondo EFSF e ESM. Ci sono solo due possibilità: i fondi per il salvataggio non vengono ulteriormente estesi, e questo corrisponde alla fine dell'Euro. Oppure l'Europa si mette d'accordo su nuovi meccanismi per la condivisione delle garanzie sul debito, come ad esempio il fondo per il rimborso del debito (Schuldentilgungspakt).


Spiegel: Il governo tedesco si oppone agli Euro-bond. Teme che i paesi europei piu' deboli utilizzino le garanzie comuni per fare debito facile a basso costo.


Bofinger: Questo rischio è evitabile se la garanzia condivisa sul debito potrà coesistere con i controlli europei sulla politica di bilancio dei paesi indebitati. Se noi vogliamo stabilizzare l'Euro, non potremo evitare una piu' forte integrazione della politica fiscale in Europa. Se per fare questo si aumentassero i poteri del Parlamento europeo, sarebbe un contributo importante per una maggiore democrazia in Europa.


Spiegel: Sarà sufficiente il tempo per attuare decisioni politiche cosi' importanti?


Bofinger: La crisi ci offre un'opportunità per realizzare riforme ambiziose in tempi brevi. Questa possibilità l'Europa la deve utilizzare, ora.


Spiegel: Con queste decisioni lampo la democrazia viene calpestata.


Bofinger: Non potrà accadere. Certe decisioni politiche così importanti non potranno essere introdotte senza il sostegno della popolazione. Avremo bisogno di un referendum popolare.


Spiegel: Sarebbe estremamente difficile. Se i cittadini della zona Euro dovessero votare contro le obbligazioni comuni, sarebbe la fine dell'unione monetaria.


Bofinger: Si tratta di una scelta fra una unione monetaria 2.0 e il ritorno al D-Mark. L'unione monetaria 2.0 assicura che i paesi si possano difendere dagli attacchi speculativi, e richiede piu' disciplina nei bilanci dei paesi in crisi attraverso maggiori poteri di intervento. Non offre naturalmente nessuna sicurezza assoluta. Chi voterà per il ritorno al D-Mark, deve essere consapevole, che il destino della nostra economia sarebbe nella mani dei nevrotici mercati valutari.
 

tontolina

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giovedì 17 Novembre 2011
L’unica cosa da fare


SE DAVVERO LA DOMANDA POLITICA E’ “CHE FARE”, L’UNICA RISPOSTA RAZIONALE E’ CHE BISOGNA RIAPRIRE UNA TRATTATIVA CON LE AUTORITA’ TEDESCHE EVOCANDO ESPLICITAMENTE IL RISCHIO CHE UNA IMPLOSIONE DELLA MONETA UNICA POSSA METTERE IN CRISI ANCHE IL MERCATO UNICO EUROPEO. IL RESTO E’ SOLO FUFFA A DANNO DEGLI INTERESSI NAZIONALI, DEI LAVORATORI E ANCHE DI LARGA PARTE DEGLI IMPRENDITORI DEI PAESI PERIFERICI.
di Emiliano Brancaccio
Nel giugno del 2010 mi feci carico di scrivere la bozza della www.letteradeglieconomisti.it contro le politiche restrittive in Europa. Sottoscritto da oltre 250 esponenti della comunità accademica, il documento si è rivelato drammaticamente profetico. Col senno di poi riscriverei in termini un po’ più articolati la sezione riguardante le cause della crisi. Tuttavia in tanti hanno rilevato che le argomentazioni di fondo e le previsioni contenute in quel testo sono state ogni giorno confermate dagli eventi successivi.
Nei mesi seguenti sono stati pubblicati molti altri “appelli” di economisti competenti e autorevoli. Anche di recente ho saputo di iniziative in tal senso. Per quanto apprezzi l’impegno dei colleghi coinvolti, ritengo che la fase attuale si addica poco a testi in fin dei conti generici e poco incisivi sul piano politico. Bisogna comprendere cioè che la situazione è ormai degenerata, e che occorre assumere posizioni più chiare e più nette sul “che fare”.
La mia tesi si basa su un dato ormai evidente: a questo stadio della crisi, la sopravvivenza o meno della zona euro dipenderà soltanto dai calcoli delle autorità tedesche sui costi e sui benefici di una eventuale deflagrazione della moneta unica, sui quali in Germania si sta ragionando da diversi mesi.
Come ho detto e scritto più volte, la preoccupazione principale dei tedeschi non verte sul mero pericolo di un default e di una svalutazione da parte dei paesi periferici. Simili eventualità ovviamente darebbero svariati problemi alla Germania, poiché ridurrebbero il valore dei crediti posseduti dalle banche tedesche e ridurrebbero la competitività delle imprese tedesche. D’altro canto, però, andrebbe pure ricordato che una eventuale svalutazione ridurrebbe il valore dei capitali situati nei paesi periferici, e quindi darebbe occasione ai capitali tedeschi di effettuare “shopping a buon mercato” nel Sud Europa: dalle isole greche alle banche italiane, le opportunità di acquisizione estera diventerebbero innumerevoli. In altre parole, una eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa “germanizzazione” europea.
I veri timori, in Germania, vanno dunque ben al di là di una crisi della zona euro. Ciò che i tedeschi davvero temono è che “se salta la moneta unica potrebbe saltare anche il mercato unico europeo. La loro preoccupazione è che i paesi periferici estromessi dall’euro si vedano a un certo punto costretti anche a introdurre controlli sui movimenti di capitali e al limite di merci. Questo costituirebbe un enorme problema per la Germania, la cui strategia di sviluppo da decenni si basa su esportazioni realizzate in larghissima misura in Europa, guardacaso grazie agli acquisti a debito effettuati dai paesi periferici oggi sotto attacco.
Vorrei ricordare, in proposito, che di fronte alla prospettiva di una opzione di uscita dall’euro dei paesi periferici, il presidente dell’associazione esportatori tedeschi, Anton Boerner, ha lanciato un preciso messaggio politico: “La Germania può senz’altro vivere senza l’euro, a patto che il mercato resti libero”. E la stessa cancelliera Merkel, per raccattare i voti al Bundestag necessari a elargire qualche modesta risorsa al fondo salva-stati, agita lo stesso spauracchio: “se salta la moneta unica, potrebbe saltare l’intera Europa e il mercato unico”.
In effetti è curioso che di questi argomenti si discuta in Germania e non in Italia. Lo trovo indicativo di una immaturità politica profonda, inadeguata ai tempi tremendi che stiamo vivendo. Sarebbe invece ora di dare man forte ai borghesi illuminati che in Germania intendono ancora salvare l’unità europea, e a questo scopo battono sul pericolo di una crisi del mercato unico. Bisogna cioè far capire ai grandi gruppi di interesse tedeschi che, se la crisi va avanti e si inasprisce, il rischio di una limitazione della libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa potrebbe rivelarsi concreto.
Naturalmente, nelle attuali condizioni sembra arduo sperare che un tale salto di qualità del dibattito politico possa realmente verificarsi. Con una sinistra ancora dominata da una risibile vulgata “liberoscambista” (1), e un Presidente del Consiglio dei Ministri che per ragioni storiche e di coerenza personale non sarebbe mai in grado di aprire una discussione politica sulle condizioni di sopravvivenza del mercato unico europeo, il pessimismo è d’obbligo.
Tuttavia bisogna esser franchi e netti: se davvero la domanda politica è “che fare”, l’unica risposta razionale è che bisogna riaprire una trattativa in sede europea evocando esplicitamente il rischio di una crisi del mercato unico. Il resto è solo fuffa a danno dei lavoratori e di larga parte degli imprenditori dei paesi periferici.
A chi si illude di poter frettolosamente etichettare questa posizione come “euroscettica”, mi permetto di far notare che da questa stessa posizione ho derivato una proposta di rafforzamento dell’unità e della convergenza dell’Unione, fondata sulla adozione di uno “standard retributivo europeo” (Diritti Lavori Mercati 2/2011). Quel che davvero bisogna comprendere è che la realizzabilità di questa, come di ogni altra proposta di rafforzamento dell’unità europea, richiede che si apra una vera fase di contrattazione con la Germania. L’unico modo affinché ciò avvenga è convincere i tedeschi che anche il mercato unico potrebbe essere a rischio. Qualsiasi altra linea d’azione è mero, inutile, decotto idealismo europeista e ci porterà dritti a una versione amplificata della nefanda triade del 1992: politiche di austerità, quindi svalutazione, e infine privatizzazioni e dismissioni all’estero.

(1) Alcuni sprovveduti, specialmente a sinistra, osano ancora affermare che una adesione acritica e senza condizioni al “libero scambio” è condizione necessaria per evitare le guerre (tra i tanti cito Marco Revelli, degnissima persona e confusissimo intellettuale). A quanto pare non soltanto non hanno letto o non hanno compreso il “discorso sul libero scambio” di Marx, ma sembrano anche ignorare completamente i dati sul grado di “globalizzazione” dei mercati alla vigilia del 1914…
 

tontolina

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Scontri in piazza: austerity e conflitto sociale. Trova le differenze!


http://intermarketandmore.finanza.com/author/dream-theater



L’Austerity sta mietendo le sue vittime. Ovviamente è il conflitto sociale il grande protagonista del momento. Un insieme di scontri che purtroppo, e questo DEVE essere detto, vedono protagonisti spesso e volentieri soggetti che NULLA hanno a che fare con la protesta stessa, che potrebbe anche avere dei toni pacifici.
Centri sociali, black block, anti TAV e chi più ne ha più ne metta. Assieme a questi esagitati vanno poi a sommarsi altri elementi che prendono forza e convinzione dall’operato di questi disgraziati.
Ma il fenomeno non è solo italiano, anzi.
Il problema è che ormai in tutti i paesi dove l’austerity inizia a regnare sovrana, il conflitto sociale diventa sempre più forte.
Chiaramente il peggio lo si vede ad Atene. Ieri erano in 6000 in piazza Syntagma (sede del governo) per manifestare contro la Troika. E i dati appena usciti sull’economia ellenica dicono tutto quello ceh porta una DISSENNATA politica di austerity: PIL a -7.2%. Il dato si commenta da sé.
E se Atene piange, gli altri non stanno meglio. Per la cronaca gli altri sono comunque i paesi del Sud Europa…
Grecia…

Portogallo…


Spagna…

Italia…

Trovate le differenze tra queste immagini. Non ci sono differenze? Io credo che c’è solo una differenza. I tempi. In Italia non siamo che all’inizio, tanto per intenderci…
STAY TUNED!
DT​
 

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翠鸟科
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Voci dalla Germania: Scusateci...
Scusateci se l'Europa vi ha imposto la destrutturazione del mercato del lavoro, lo smantellamento dello stato sociale, il pareggio di bilancio, i decennali al 6%, etc etc. ma a volte ci possiamo sbagliare. Contrordine: il rigorismo è un'illusione e aggrava solo i problemi. Peter Bofinger, consigliere del governo di Berlino, intervistato da Der Spiegel.

Nonostante le riforme, in Italia la crisi economica è sempre piu' profonda. L'economista Bofinger ritiene che il paese sia vittima di un errore sistemico. La tesi del governo Merkel, secondo cui un forte risparmio avrebbe risolto i problemi, è un illusione, ci dice Bofinger in un'intervista.


L'Italia è da anni in un circolo vizioso fatto di alto indebitamento e di una economia che cresce molto lentamente. La crisi negli altri paesi Euro ha solo peggiorato i problemi italiani, e il debito è cresciuto piu' velocemente di quanto atteso. Il recente downgrade di Moody's ha fatto salire ulteriormente il nervosismo. Peter Bofinger, economista e consigliere del governo, pensa che il paese sia vittima del panico degli investitori.


Spiegel: Herr Bofinger: Moody's ha appena ridotto il rating italiano. Hanno ragione?


Bofinger: Dipende dalla prospettiva. Secondo Moody's l'Italia soffre sempre di piu' dell'effetto contagio da Grecia e Spagna. L'Italia è finita in un circolo vizioso: il governo sta risparmiando e il paese è scivolato in una recessione. Questo rende sempre piu' difficile il raggiungimento degli obiettivi di bilancio. Gli investitori sono nervosi e gli interessi sul debito salgono. Ma così gli investitori diventano ancora piu' nervosi, a un certo punto le agenzie di rating devono reagire al trend negativo.


Spiegel: Significa che gli alti tassi sul debito pubblico non sono giustificati?


Bofinger: Rispetto ad altri paesi sono troppo alti. Il deficit di bilancio è il secondo piu' basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l'Italia deve pagare il 6%.


Spiegel: A cosa è dovuto?


Bofinger: E' abbastanza facile da spiegare: la Gran Bretagna è indebitata in Sterline e ha una banca centrale che è disposta ad acquistare titoli di stato in maniera illimitata. L'Italia a causa della sua appartenenza all'unione monetaria non lo puo fare. E' in una situazione fondamentalmente diversa, che anche con le drastiche misure di risparmio e con le riforme strutturali del governo Monti non potrà essere cambiata. Il problema è sintomatico della crisi Euro. Il governo tedesco fino ad ora ha sostenuto che i governi dei paesi in crisi devono risparmiare in maniera ferrea: i mercati avrebbero riconosciuto lo sforzo e fatto scendere il tasso di interesse. E' una illusione. Anche se gli stati della zona Euro risparmiano, avviano le riforme strutturali e fanno quanto viene loro richiesto, restano a rischio fallimento.


Spiegel: Questo significa che l'Italia pur combattendo contro la crisi - dovrà inevitabilmente richiedere gli aiuti finanziari europei?


Bofinger: Io spero che questo sia evitato. Il fatto è: per gli stati è sempre piu' difficile, con il potere di cui dispongono, far scendere i tassi attraverso misure di risparmio e tenere sotto controllo l'indebitamento. La Crisi Euro è un problema sistemico, che può essere affrontato solo con un'azione congiunta di tutti gli stati membri. Il Sachverständigenrat (consiglieri governativi in materia economica) propone il modello del patto per il rimborso del debito (Schuldentilgungspakts), che combina una responsabilità condivisa solo su una parte del debito, con condizioni molto rigide e un calendario di rimborso obbligatorio.


Spiegel: Il governo Monti tiene aperta l'opzione degli aiuti europei. Che cosa succederebbe, se l'Italia dovesse andare sotto la copertura del fondo salva stati?


Bofinger: Sarebbe l'ora della verità per l'unione monetaria. Fino al 2014 il paese deve chiedere in prestito ai mercati 750 miliardi di Euro - molto di piu' di quanto sia ancora disponibile nel fondo EFSF e ESM. Ci sono solo due possibilità: i fondi per il salvataggio non vengono ulteriormente estesi, e questo corrisponde alla fine dell'Euro. Oppure l'Europa si mette d'accordo su nuovi meccanismi per la condivisione delle garanzie sul debito, come ad esempio il fondo per il rimborso del debito (Schuldentilgungspakt).


Spiegel: Il governo tedesco si oppone agli Euro-bond. Teme che i paesi europei piu' deboli utilizzino le garanzie comuni per fare debito facile a basso costo.


Bofinger: Questo rischio è evitabile se la garanzia condivisa sul debito potrà coesistere con i controlli europei sulla politica di bilancio dei paesi indebitati. Se noi vogliamo stabilizzare l'Euro, non potremo evitare una piu' forte integrazione della politica fiscale in Europa. Se per fare questo si aumentassero i poteri del Parlamento europeo, sarebbe un contributo importante per una maggiore democrazia in Europa.


Spiegel: Sarà sufficiente il tempo per attuare decisioni politiche cosi' importanti?


Bofinger: La crisi ci offre un'opportunità per realizzare riforme ambiziose in tempi brevi. Questa possibilità l'Europa la deve utilizzare, ora.


Spiegel: Con queste decisioni lampo la democrazia viene calpestata.


Bofinger: Non potrà accadere. Certe decisioni politiche così importanti non potranno essere introdotte senza il sostegno della popolazione. Avremo bisogno di un referendum popolare.


Spiegel: Sarebbe estremamente difficile. Se i cittadini della zona Euro dovessero votare contro le obbligazioni comuni, sarebbe la fine dell'unione monetaria.


Bofinger: Si tratta di una scelta fra una unione monetaria 2.0 e il ritorno al D-Mark. L'unione monetaria 2.0 assicura che i paesi si possano difendere dagli attacchi speculativi, e richiede piu' disciplina nei bilanci dei paesi in crisi attraverso maggiori poteri di intervento. Non offre naturalmente nessuna sicurezza assoluta. Chi voterà per il ritorno al D-Mark, deve essere consapevole, che il destino della nostra economia sarebbe nella mani dei nevrotici mercati valutari.
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giovedì 17 Novembre 2011
L’unica cosa da fare


SE DAVVERO LA DOMANDA POLITICA E’ “CHE FARE”, L’UNICA RISPOSTA RAZIONALE E’ CHE BISOGNA RIAPRIRE UNA TRATTATIVA CON LE AUTORITA’ TEDESCHE EVOCANDO ESPLICITAMENTE IL RISCHIO CHE UNA IMPLOSIONE DELLA MONETA UNICA POSSA METTERE IN CRISI ANCHE IL MERCATO UNICO EUROPEO. IL RESTO E’ SOLO FUFFA A DANNO DEGLI INTERESSI NAZIONALI, DEI LAVORATORI E ANCHE DI LARGA PARTE DEGLI IMPRENDITORI DEI PAESI PERIFERICI.
di Emiliano Brancaccio
Nel giugno del 2010 mi feci carico di scrivere la bozza della www.letteradeglieconomisti.it contro le politiche restrittive in Europa. Sottoscritto da oltre 250 esponenti della comunità accademica, il documento si è rivelato drammaticamente profetico. Col senno di poi riscriverei in termini un po’ più articolati la sezione riguardante le cause della crisi. Tuttavia in tanti hanno rilevato che le argomentazioni di fondo e le previsioni contenute in quel testo sono state ogni giorno confermate dagli eventi successivi.
Nei mesi seguenti sono stati pubblicati molti altri “appelli” di economisti competenti e autorevoli. Anche di recente ho saputo di iniziative in tal senso. Per quanto apprezzi l’impegno dei colleghi coinvolti, ritengo che la fase attuale si addica poco a testi in fin dei conti generici e poco incisivi sul piano politico. Bisogna comprendere cioè che la situazione è ormai degenerata, e che occorre assumere posizioni più chiare e più nette sul “che fare”.
La mia tesi si basa su un dato ormai evidente: a questo stadio della crisi, la sopravvivenza o meno della zona euro dipenderà soltanto dai calcoli delle autorità tedesche sui costi e sui benefici di una eventuale deflagrazione della moneta unica, sui quali in Germania si sta ragionando da diversi mesi.
Come ho detto e scritto più volte, la preoccupazione principale dei tedeschi non verte sul mero pericolo di un default e di una svalutazione da parte dei paesi periferici. Simili eventualità ovviamente darebbero svariati problemi alla Germania, poiché ridurrebbero il valore dei crediti posseduti dalle banche tedesche e ridurrebbero la competitività delle imprese tedesche. D’altro canto, però, andrebbe pure ricordato che una eventuale svalutazione ridurrebbe il valore dei capitali situati nei paesi periferici, e quindi darebbe occasione ai capitali tedeschi di effettuare “shopping a buon mercato” nel Sud Europa: dalle isole greche alle banche italiane, le opportunità di acquisizione estera diventerebbero innumerevoli. In altre parole, una eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa “germanizzazione” europea.
I veri timori, in Germania, vanno dunque ben al di là di una crisi della zona euro. Ciò che i tedeschi davvero temono è che “se salta la moneta unica potrebbe saltare anche il mercato unico europeo. La loro preoccupazione è che i paesi periferici estromessi dall’euro si vedano a un certo punto costretti anche a introdurre controlli sui movimenti di capitali e al limite di merci. Questo costituirebbe un enorme problema per la Germania, la cui strategia di sviluppo da decenni si basa su esportazioni realizzate in larghissima misura in Europa, guardacaso grazie agli acquisti a debito effettuati dai paesi periferici oggi sotto attacco.
Vorrei ricordare, in proposito, che di fronte alla prospettiva di una opzione di uscita dall’euro dei paesi periferici, il presidente dell’associazione esportatori tedeschi, Anton Boerner, ha lanciato un preciso messaggio politico: “La Germania può senz’altro vivere senza l’euro, a patto che il mercato resti libero”. E la stessa cancelliera Merkel, per raccattare i voti al Bundestag necessari a elargire qualche modesta risorsa al fondo salva-stati, agita lo stesso spauracchio: “se salta la moneta unica, potrebbe saltare l’intera Europa e il mercato unico”.
In effetti è curioso che di questi argomenti si discuta in Germania e non in Italia. Lo trovo indicativo di una immaturità politica profonda, inadeguata ai tempi tremendi che stiamo vivendo. Sarebbe invece ora di dare man forte ai borghesi illuminati che in Germania intendono ancora salvare l’unità europea, e a questo scopo battono sul pericolo di una crisi del mercato unico. Bisogna cioè far capire ai grandi gruppi di interesse tedeschi che, se la crisi va avanti e si inasprisce, il rischio di una limitazione della libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa potrebbe rivelarsi concreto.
Naturalmente, nelle attuali condizioni sembra arduo sperare che un tale salto di qualità del dibattito politico possa realmente verificarsi. Con una sinistra ancora dominata da una risibile vulgata “liberoscambista” (1), e un Presidente del Consiglio dei Ministri che per ragioni storiche e di coerenza personale non sarebbe mai in grado di aprire una discussione politica sulle condizioni di sopravvivenza del mercato unico europeo, il pessimismo è d’obbligo.
Tuttavia bisogna esser franchi e netti: se davvero la domanda politica è “che fare”, l’unica risposta razionale è che bisogna riaprire una trattativa in sede europea evocando esplicitamente il rischio di una crisi del mercato unico. Il resto è solo fuffa a danno dei lavoratori e di larga parte degli imprenditori dei paesi periferici.
A chi si illude di poter frettolosamente etichettare questa posizione come “euroscettica”, mi permetto di far notare che da questa stessa posizione ho derivato una proposta di rafforzamento dell’unità e della convergenza dell’Unione, fondata sulla adozione di uno “standard retributivo europeo” (Diritti Lavori Mercati 2/2011). Quel che davvero bisogna comprendere è che la realizzabilità di questa, come di ogni altra proposta di rafforzamento dell’unità europea, richiede che si apra una vera fase di contrattazione con la Germania. L’unico modo affinché ciò avvenga è convincere i tedeschi che anche il mercato unico potrebbe essere a rischio. Qualsiasi altra linea d’azione è mero, inutile, decotto idealismo europeista e ci porterà dritti a una versione amplificata della nefanda triade del 1992: politiche di austerità, quindi svalutazione, e infine privatizzazioni e dismissioni all’estero.

(1) Alcuni sprovveduti, specialmente a sinistra, osano ancora affermare che una adesione acritica e senza condizioni al “libero scambio” è condizione necessaria per evitare le guerre (tra i tanti cito Marco Revelli, degnissima persona e confusissimo intellettuale). A quanto pare non soltanto non hanno letto o non hanno compreso il “discorso sul libero scambio” di Marx, ma sembrano anche ignorare completamente i dati sul grado di “globalizzazione” dei mercati alla vigilia del 1914…


due articoli con spunti interessanti
imho parlano del quadro e scordano la cornice ( la volontà politica di restare UE) ma entrambi offrono riflessioni
 

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Dato che l’economia più sana d’Europa è quella tedesca è naturale confrontarsi con
essa: l’Italia spende 2,2 punti in più in servizi generali, lo 0,3% in difesa, altrettanto
in ordine pubblico, lo 0,1% in più per l’ambiente, lo 0,4% in sanità, lo 0,2% per l’istru-
zione. Si tratta del 3,5% del PIL. D’altra parte, lo Stato Italiano spende 0,2 punti per-
centuali in meno in protezione sociale, e l’1% in meno in affari economici, e la spesa è
complessivamente del 2,5% di PIL superiore, circa 40 miliardi di euro.
Siccome risulta che in nessun ambito, dalla sanità all’istruzione, la Germania stia die-
tro all’Italia dal punto di vista della qualità del servizio, 9 queste spese in eccesso sono
in buona parte definibili come sprechi che non hanno una giustificazione economica
e che rappresentano dunque soltanto una palla al piede, in termini di tasse e debito,
per l’intera economia – anche se ciò che uno chiama spreco, un altro lo chiama rendi-
ta, ed è proprio la resistenza dei beneficiari degli “sprechi” a spiegare le enormi diffi-
coltà politiche che si incontrano nel tentativo di rimuoverli.




Quanto della spesa per interessi dipende dallo spread e quanto dal debito? La doman-
da non è del tutto ben posta perché lo spread dipende dal debito, quindi le due cose
non sono indipendenti. Ma è istruttivo valutarle una per volta.
La Germania paga in media il 3,2% di interesse sul debito, mentre l’Italia (dati 2011)
paga il 4%. Nello stesso anno, la Germania aveva un debito dell’81%, contro il 120%
italiano. Se l’Italia avesse la credibilità necessaria per indebitarsi al costo tedesco, la
spesa italiana per il debito sarebbe il 3,8% del PIL, cioè 1% in meno (16 miliardi). Se
invece avessimo lo stesso debito, la spesa per interessi sarebbe il 3,2%, cioè l’1,6%
in meno.
Lo spread non influenza immediatamente il costo del debito per via delle lunghe sca -
denze, per giunta scaglionate, dei titoli di debito pubblico. E se la buona notizia è che
l’interesse medio sul debito non salirà subito ai valori impliciti agli attuali spread, la
cattiva è che il costo medio del debito non scenderebbe rapidamente se si facessero
le riforme e si stabilizzassero i conti. L’importante è comunque frenare lo spread il pri-
ma possibile, altrimenti gli attuali livelli del costo del debito si ripercuoteranno per in-
tero sul tasso di interesse medio pagato su di esso.
Vendere patrimonio per un ammonetare pari al 10% di PIL (160 miliardi di euro) fareb-
be scendere il costo del debito di 0,4% punti di PIL, cioè oltre 6 miliardi. Una riduzio-
ne del tasso di interesse medio sul debito dello 0,2% aggiungerebbe un altro 0,2% di
PIL, per un totale di circa 10 miliardi di euro.


http://www.brunoleonimedia.it/public/Papers/IBL-SR-Spesa_Pubblica.pdf
 

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