Statali in pensione a 62 anni? Bello ma impossibile

L’idea del ministro Brunetta di mandare in pensione gli statali a 62 anni è irrealizzabile. La spesa per pensioni in Italia è già fuori controllo.

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L’idea del ministro Brunetta di mandare in pensione gli statali a 62 anni è irrealizzabile. La spesa per pensioni in Italia è già fuori controllo.

Statali in pensione a 62 anni grazie a uno scivolo. E’ questa l’ipotesi che il ministro alla Pubblica Amministrazione Renato Brunetta sta lavorando per svecchiare il pubblico impiego in Italia. L’età media degli statali è infatti di 53,5 anni, la più alta al mondo.

L’ipotesi degli statali in pensione a 62 anni è rimbalzata su giornali e televisioni suscitando interesse da parte di tutti. Ma si è presto sgonfiata non trovando adeguate rispondenze ai piani alti del Ministero del Lavoro e, soprattutto del Mef, dove si fanno i conti di bilancio.

Statali in pensione a 62 anni

In effetti, dare la possibilità agli statali di andare in pensione a 62 anni avendo maturato almeno 30 anni di lavoro è costosissimo. Secondo indiscrezioni Inps, solo fra personale scolastico e sanitario, sarebbero coinvolte circa 300.000 lavoratori. Altri 100.000 arriverebbero dalle altre amministrazioni pubbliche. E questo solo per il 2022.

Il costo dell’operazione sarebbe più elevato che per quota 100 che prevede altresì l’uscita dal lavoro a 62 anni, ma con almeno 38 di contributi. Ma se quota 100 terminerà il 31 dicembre 2021 e non sarà riproposta perché troppo onerosa, difficile immaginare che possa passare l’idea del ministro Brunetta.

Gli spazi di manovra per una pensione a 62 anni sono troppo stetti, anche volendo impiegare i fondi del Recovery Plan che, non sono destinati a questo scopo. Pertanto utilizzare tali risorse per puntellare la spesa previdenziale, non troverebbe appoggio a livello europeo.

Lo scivolo costa troppo

Lo scivolo per gli statali è troppo oneroso e quindi impraticabile. Ma lo sarebbe anche in presenza di una penalizzazione della pensione a 62 anni. Posto che si conceda la possibilità di lasciare il lavoro anzitempo rinunciando al sistema di calcolo misto, l’esborso per le casse dello Stato sarebbe comunque elevato.

Insomma, non sarebbe sufficiente nemmeno la penalizzazione per contenere l’ondata di prepensionamenti che si abbatterebbe nella pubblica amministrazione. La spesa per le pensioni in Italia è già fuori controllo e il debito pubblico elevato non consente più ampi margini di manovra.

Spesa per pensioni troppo alta

Come spiega Itinerari Previdenziali nel suo Ottavo Rapporto “Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano”, la spesa per le pensioni IVS (compresa Quota 100) è aumentata nel 2019 del 9%. Contro il 7% di incremento dell’inflazione, ed è pari a 230,26 miliardi, cioè il 12,88% del Pil. Le pensioni rappresentano il grosso della spesa sociale: al netto dell’assistenza, costano circa 210,7 miliardi lordi all’anno.

Ne deriva che mandare gli statali in pensione a 62 anni, cioè 5 anni prima di quanto previsto con i requisiti di vecchiaia (67 anni di età) avrebbe un impatto significativo sui conti pubblici. In altre parole, ben vengano i buoni propositi del ministro Brunetta, ma non ci sono i soldi.

E l’impatto della pandemia sui conti dello Stato nel 2020 è stato devastante. Mantenere un tasso di spesa elevato per la previdenza con un Pil crollato di oltre il 9% non è possibile nel lungo periodo già con le regole attualmente esistenti. Figuriamoci se si dovessero mandare in pensione gli statali a 62 anni con anche meno di 38 anni di contributi come previsto da quota 100.

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