Smart working, metà degli statali resterà a casa per tutto il 2020

Il Dl Rilancio obbliga gli statali a lavorare da casa fino alla fine dell’anno. Ma il cambiamento potrebbe diventare definitivo. Tutti i vantaggi e i risparmi per la PA, crollo dell'assenteismo.

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Il Dl Rilancio obbliga gli statali a lavorare da casa fino alla fine dell’anno. Ma il cambiamento potrebbe diventare definitivo. Tutti i vantaggi e i risparmi per la PA, crollo dell'assenteismo.

Smart working, la metà dei dipendenti pubblici lavorerà da casa fino a fine anno. Ma non è escluso che tali disposizioni possano diventare definitive.

Lo prevede il DL Rilancio in fase di conversione in legge che ha introdotto l’obbligo per la PA di destinare almeno la metà del personale che svolgono attività eseguibili da remoto in modalità smart working. Percentuale che potrà salire negli anni a venire con la progressiva digitalizzazione dei servizi.

Tutti i vantaggi per le amministrazioni

Si tratta in pratica, di tutti quei lavori impiegatizi per cui non è richiesta la presenza in ufficio e che per il loro svolgimento necessitano solo di un computer, una linea internet e un telefono. E’ dimostrato che durante il periodo di emergenza, lo smart working si è rivelato strumento più efficace ed è aumentata la produttività dei dipendenti. Le amministrazioni, d’altro canto, hanno potuto registrare notevoli risparmi di spesa su tutti i fronti. Anche l’assenteismo (ferie, permessi, malattie) è crollato vertiginosamente. Anche gli episodi di mobbing denunciati sono incredibilmente crollati. Un successo, quello del lavoro agile, che i datori di lavoro privato stanno assaporando con entusiasmo e che di certo non rinunceranno anche se quando il coronavirus sarà definitivamente sconfitto.

Istat: stima 8,2 milioni di lavoratori in smart working

Gli occupati che potenzialmente potrebbero svolgere il loro lavoro da casa sono circa 8,2 milioni (35,7% degli occupati) e di questi circa 1 milione (solo il 12,1%) ha concretamente sperimentato questa possibilità nel corso del 2019. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale 2020 dell’Istat. Escludendo alcune professioni per le quali si può considerare che il lavoro da remoto sia preferibile solo in situazioni di emergenza come ad esempio gli insegnanti nei cicli di istruzione primaria e secondaria, si individuerebbero circa 7 milioni di occupati che potrebbero lavorare a distanza: 4,1 milioni tra le professioni che richiedono supervisione e 2 milioni tra quelle ad elevata autonomia.

Il lavoro da remoto potrebbe riguardare più le occupate (37,9% contro 33,4% degli occupati), gli ultracinquantenni (37,6% contro 29,5% dei giovani occupati), il Centro-nord (37% contro 28,8% del Mezzogiorno), i laureati (64,2%).

Per la PA, almeno la metà degli occupati starà a casa

Possono essere svolte da remoto in condizioni ordinarie soprattutto le professioni nei comparti dell’informazione e comunicazione, delle attività finanziarie e assicurative e dei servizi alle imprese (con quote tra il 60% e il 90%). Nel 2019, il lavoro da casa in questi tre settori ha interessato una quota relativamente alta di occupati (rispettivamente 19,8%, 10,9% e 22,1%). Nei servizi generali della P.A., il 56,5% potrebbe sperimentare il lavoro a distanza ma nel 2019 lo ha effettivamente utilizzato solo il 2,7%. Il lavoro da casa è un’opportunità ma c’è il rischio che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile, osserva l’Istat. Circa il 40% di chi lavora da casa (luogo principale o secondario) dichiara di essere stato contattato fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti; la quota arriva quasi al 50% tra chi usa la casa come luogo di lavoro occasionale. Una risposta tempestiva, anche se fuori dell’orario di lavoro, è stata richiesta al 26,1 e al 20,9% di chi lavora a casa come luogo principale e secondario e al 33% di chi lavora a casa occasionalmente.

Istat: circa -6% occupati pronto a lavorare da remoto in 2019

Lo scorso anno solo lo 0,8 per cento degli occupati italiani (184.000 persone) ha usato la propria abitazione come luogo principale di lavoro, il 2,7% (629.000) come luogo secondario, mentre il 2,2% (524.000) ha lavorato da casa in modo occasionale. Complessivamente, quindi, emerge come meno del 6% degli occupati fosse immediatamente preparato a lavorare da remoto. E’ quanto dice l’Istat nel suo rapporto. La maggioranza degli occupati (73,4%, poco più di 17 milioni), invece, aveva lavorato in un unico luogo tradizionale (gestito dal datore di lavoro o proprio), mentre un ulteriore 20,9% (oltre 4,8 milioni) si alternava tra diversi luoghi (ufficio del datore di lavoro o proprio, presso clienti, in movimento), non utilizzando però mai la propria abitazione per lavorare.

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