Sesso in auto, si rischia una sanzione da 5.000 a 30.000 euro

Sesso in auto, cosa si rischia? Oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 30.000, anche il reato penale?

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Sesso in auto, cosa si rischia? Oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 30.000, anche il reato penale?

Il sesso in auto compiuto in luoghi pubblici configura un reato, oggi questo reato è stato depenalizzato e ricondotto in illecito amministrativo. Nello specifico fare sesso in auto in luogo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000. La sanzione viene applicata agli atti osceni in luogo pubblico. Vediamo cosa si intende per atti osceni.

Sesso in auto: atti osceni in luogo pubblico, come è cambiata la legge?

Atti osceni in luogo pubblico, sono quelli che oltraggiano la morale sessuale. Gli atti osceni in luogo pubblico erano considerati un reato penale (Codice penale art. 527). Ora, è intervenuto il D.Lgs. n. 8/2016 che ha modificando tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda, rendendo di fatto gli atti osceni un comportamento punibile con una semplice sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra  5.000 e 30.000 euro.

Atti osceni commessi in presenza di minori

L’atto osceno “commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori”, se c’è il pericolo che essi vi assistano, rimane un reato punibile con reclusione da 4 mesi a 4 anni e 6 mesi.

Sesso in auto: la decisione della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di due persone che erano state condannate alla pena di 3 mesi di reclusione per aver commesso reato di atti osceni in luogo pubblico. I due avevano intrattenuto rapporti sessuali lungo una strada pubblica in area illuminata.
La Suprema Corte con la sentenza n. 41731/16, annulla la sentenza in quanto è sopravvenuta la depenalizzazione del reato che ha previsto espressamente la configurazione come illecito amministrativo, punito con la sanzione pecuniaria da euro 5.000 ad euro 30.000, del reato di cui all’art.

527, primo comma, codice penale, contestato ai ricorrenti.  La depenalizzazione ha permesso di annullare la sentenza in quanto la legge non riconosce più il reato.

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