Ristoranti, pub e pizzerie: quale IVA applicare per l’asporto e consegna a domicilio?

L’asporto e la consegna a domicilio (c.d. delivery) non si configura come somministrazione di alimenti e bevande

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L’asporto e la consegna a domicilio (c.d. delivery) non si configura come somministrazione di alimenti e bevande

Con le nuove restrizioni messe in campo dal Governo a fronte della seconda ondata del Covid-19 che sta interessando il nostro Paese, alcune attività, come bar, ristoranti, pizzerie e pub possono lavorare solo con asporto o consegna a domicilio.

Ciò, dal punto di vista fiscale, ha delle conseguenze in merito al corretto trattamento IVA da applicare alla cessione dei prodotti (pizza, panini, caffè, ecc.). Entra, infatti, in gioco il Principio di diritto n. 9 del 2020 emanata dall’Agenzia delle Entrate.

L’asporto e consegna a domicilio non è somministrazione

Il richiamato principio pone la distinzione tra “somministrazione di alimenti e bevande” e “cessione di beni nell’ambito dell’asporto.

Nel dettaglio, per l’Agenzia delle Entrate, come già precisato anche nella Risoluzione n. 103 del 2016, la somministrazione di alimenti e bevande è inquadrata

nell’ambito delle fattispecie assimilate alle prestazioni di servizi dall’articolo 3, comma 2, n. 4) del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, ed è caratterizzato dalla commistione di “prestazioni di dare” e “prestazioni di fare”.

Le vendite di beni da asporto, sono considerate, invece, a tutti gli effetti cessioni di beni, in virtù di un prevalente obbligo di dare.

Questa distinzione è di fondamentale importanza, poiché:

  • mentre la somministrazione di alimenti e bevande (che si configura quando si consuma ad esempio il pasto al ristorante o la birra al pub) è assoggettata al IVA con aliquota del 10%
  • la cessione del bene oggetto dell’asporto deve essere assoggettata all’aliquota applicabile alla singola tipologia di bene alimentare venduto.

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