Riforme: se salta quota 100, vien giù anche il reddito di cittadinanza

Quota 100 e reddito di cittadinanza hanno la stessa matrice politica. Se sparisce il primo, anche il secondo cade.

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Quota 100 e reddito di cittadinanza hanno la stessa matrice politica. Se sparisce il primo, anche il secondo cade.

Sarà un autunno caldo per le riforme. Sul piatto della bilancia ci sono due importanti riforme da attuare: quella sulle pensioni e quella del fisco. Non ci saranno rinvii.

Per le pensioni si tratta di trovare una soluzione alternativa alla fine di quota 100 che terminerà il 31 dicembre 2021. Per il fisco, invece, è necessario rimodulare la pressione fiscale che sta distruggendo la classe media.

Riforma pensioni e reddito di cittadinanza

Insieme alla riforma pensioni ci sarà anche quella su reddito di cittadinanza. Non tanto perché sia particolarmente necessario mettervi mano, ma perché ha la stesa radice politica. Non bisogna infatti dimenticare che il primo governo Conte diede via libera a quota 100 (voluta dalla Lega) solo in cambio dell’approvazione del reddito di cittadinanza (voluto dal M5S).

Si tratta della stessa maggioranza che ora dovrà approvare in Parlamento la riforma delle pensioni. Sicché, se salta quota 100 che la Lega difende a spada tratta, il reddito di cittadinanza non può rimanere così com’è. Anch’esso subirà un ridimensionamento.

Non è ancora chiaro che fine farà, ma una cosa è certa non sarà abolito, ma nemmeno resterà così. Anche qui, come per le pensioni, le esigenze di bilancio impongo una revisione della misura che del resto, così com’è stata concepita, non convince appieno.

Più probabile, invece, che non sia toccata la pensione di cittadinanza che, viceversa, potrebbe rappresentare la nuova forma di pensione di garanzia per i giovani lavoratori.

Cosa succederà dopo quota 100?

Il nodo della riforma pensioni ruota tutto intorno alla fine di quota 100. In assenza di interventi legislativi, dal primo gennaio 2022 scatterà per i lavoratori uno scalone di 5 anni.

Quota 41 come soluzione alternativa è stata bocciata perché costa troppo.

Al suo posto ci sarebbero due ipotesi, sempre onerose ma meno impegnative per il Tesoro. Una nuova quota 100 (in pensione a 64 anni di età con 36 di contributi) e una forma di pensionamento flessibile.

Essa prevede due fasi: l’uscita a 63 anni di età con pagamento della pensione per  la sola parte contributiva a cui si aggiungerebbe la parte retributiva al compimento dei 67 anni.

C’è poi da trovare le risorse per fornire maggiori garanzie ai giovani, o meglio, a coloro che avranno una pensione intermente calcolata con sistema contributivo e che non gode della integrazione al trattamento minimo di pensione.

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