Riforma pensioni: tutto per gli anziani, niente per i giovani

Partiti e sindacati preoccupati a una riforma pensioni per il dopo quota 100. Nessuno, però, si interessa delle future pensioni (da fame) dei giovani.

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Le discussioni sulla riforma pensioni si fanno sempre più fitte. Tutti i partiti e le forze sociali sono d’accordo nel cercare una soluzione per evitare che con la fine di quota 100 si torni alla Fornero. Per molti lavoratori sarebbe un incubo.

Ma che dire dei giovani, di coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995, quelli che non avranno nemmeno una pensione minima integrata al minimo? Per loro, fino adesso, non è stata spesa una parola.

Riforma pensioni e giovani lavoratori

Si parla tanto di nuove generazioni, di futuro, di ripresa economica, ma vedere i vari partiti che si scannano per mantenere diritti e privilegi non è per niente incoraggiante. La riforma pensioni 2022 sarà probabilmente un compromesso, una misura temporanea fatta ancora a debito.

Siamo un Paese per vecchi, privo di visione futura e di speranza. I giovani non hanno lavoro, sono spesso costretti a migrare all’estero per cercare occupazione. La fuga dei cervelli è un fenomeno che caratterizza più l’Italia che altri Paesi Ue. Così come la disoccupazione giovanile che sfiora il 30% con punte che al Sud arrivano al 58%.

Di fronte a questo scenario la classe politica italiana cosa fa? Si preoccupa delle pensioni retributive dei lavoratori, ma non di chi dovrà mantenerle a fatica con lavori precari, saltuari e spesso malpagati.

Quali garanzie per figli e nipoti?

Inizialmente si era pensato di destinare i risparmi derivanti dall’esperimento triennale di quota 100 a una riforma pensioni per i giovani. Ma pare che le risorse disponibili (poche) saranno dirottate verso un fondo nazionale per il prepensionamento per assicurare l’uscita a 62 anni fino al 2024.

Come noto, per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, il sistema di calcolo della pensione sarà interamente contributivo.

Vale a dire che l’assegno sarà calcolato solo ed esclusivamente in base ai contributi versati in un regime di calcolo meno favorevole.

Una penalizzazione pesante rispetto al sistema di calcolo misto che include anche quei periodi di lavoro svolti prima del 1996. Chi va in pensione con questo metodo di calcolo, poi, ha diritto anche all’integrazione al trattamento minimo (515,58 euro al mese), cosa che non spetta a chi versa solo nel regime contributivo.

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