Pensioni: quota 100 confermata, come cambieranno le pensioni dopo il 2021

Nessuna fine anticipata di quota 100 , ma dal 2022 le pensioni anticipate saranno flessibili e penalizzate. Le proposte di Alberto Brambilla.

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Nessuna fine anticipata di quota 100 , ma dal 2022 le pensioni anticipate saranno flessibili e penalizzate. Le proposte di Alberto Brambilla.

Nessuna fine anticipata di quota 100. In attesa del prossimo incontro fra governo e parti sociali in programma per il 19 febbraio, il ministro al Lavoro Nunzia Catalfo lascia intendere che quota 100 finirà regolarmente nel 2021 e che la riforma sulle pensioni in cantiere partirà dal 2022.

Sul punto è intervenuto ancora anche il Ministro all’Economia Roberto Gualtieri che ha aggiunto che dopo quota 100 si avrà un sistema migliore garantendo la sostenibilità dei conti pubblici. L’obiettivo dell’esecutivo è quello di introdurre nel sistema pensionistico italiano una normativa che consenta l’uscita anticipata dal lavoro ma con penalizzazione ricorrendo al calcolo con sistema contributivo anche per chi ha diritto al retributivo o misto.

La posizione dei sindacati

Benché Gualtieri abbia detto di non essere preoccupato per la posizione contraria dei sindacati, è indubbio che i conti vadano fatti alla fine con le disponibilità di finanziarie che al momento non ci sono per poter portare avanti una riforma che accontenti tutti. “Il confronto in atto tra governo e sindacati deve portare alla definizione di una flessibilità più diffusa di accesso alla pensione intorno a 62 anni come avviene nel resto d’Europa“. Lo dichiara Domenico Proietti, Segretario Confederale della Uil, aggiungendo che “per conseguire questo obiettivo, insieme a tutti gli altri contenuti nella piattaforma sul capitolo previdenza, il governo deve postare risorse significativamente maggiori dei risparmi ottenuti con quota 100“.

Niente scambio fra flessibilità e penalizzazione

Ad alzare le barricate è anche la CGIL che ha posto il proprio veto al governo sull’ipotesi di scambio fra flessibilità in uscita e ricalcolo contributivo della pensione per coloro che hanno maturato anni di contributi nel sistema retributivo, perché ci sarebbe una forte penalizzazione degli assegni, fino al 32%.

Il sindacato, dopo aver fatto diverse simulazioni sui vari livelli di reddito dei lavoratori con versamenti all’Inps prima del 1996 ha tratta conclusioni spiacevoli. L’assegno pensionistico ricalcolato interamente col sistema contributivo per chi decidesse di uscire dal mondo del lavoro a 64 anni, ad esempio, risulterebbe ridotto fino a un terzo. Da lì ad aspettare 67 anni per uscire con i requisiti della Fornero, il passo non sarebbe neanche troppo lungo e quindi il vantaggio del pensionamento anticipato verrebbe sicuramente meno per gli aventi diritto. Tanto vale fare la riforma – dice la CGIL -.

Brambilla, serve revisione strutturale coraggiosa

Il sistema pensionistico italiano avrebbe bisogno di una revisione strutturale e più coraggiosa, dopo anni di salvaguardie e provvedimenti a tempo che hanno tutelato ora questa ora quella categoria di lavoratori, senza garantire stabilità ed equità“. Lo sostiene Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, durante la presentazione del 7° Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano. Muovendo dunque dal presupposto che Quota 100 è stata una risposta incompleta e costosa a un problema reale, Brambilla individua 3 principali criticità sulle quali intervenire con altrettanti strumenti di semplificazione del sistema:

  1. totale equiparazione delle regole e delle tutele (integrazione al minimo) per i giovani contributivi che hanno iniziato a lavorare dall’1/1/1996 e l’istituzione di un “fondo pensione” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l’anno proprio per finanziare le tutele che oggi i cosiddetti contributivi puri non hanno a disposizione, a partire dal 2036;
  2. blocco dell’adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva richiesto per la pensione anticipata, con ulteriori sconti per precoci e lavoratrici madri;
  3. utilizzo dei fondi esubero per lavoratori con problemi e la reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla riforma Dini/Treu, consentendo quindi il pensionamento con 64 anni di età e 37/38 di contributi.

Un buon compromesso – secondo Brambilla – tra l’esigenza di flessibilizzare il nostro sistema pensionistico e di garantirne al contempo la sostenibilità di lungo termine“.

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