Riforma pensioni: da quota 100 a quota 2.500, una questione di numeri

Quota 100, quota 2.500 e riforma pensioni. Perché lasciare il lavoro in anticipo con le attuali regole non è più sostenibile.

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Quota 100, quota 2.500 e riforma pensioni. Perché lasciare il lavoro in anticipo con le attuali regole non è più sostenibile.

Si stringono i tempi per la riforma pensioni che vedrà la luce nel 2021. La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha convocato le parti sociali al tavolo tecnico del ministero il 14 ottobre per illustrare quella che sarà la cornice della terza grande riforma pensionistica italiana.

Al centro del dibattito della riforma pensioni resta sempre quota 100. Cioè il sistema di pensionamento anticipato tanto caro a coloro che hanno maturato o matureranno entro il prossimo anno 62 anni di età e 38 ani di contributi. Un sistema che ha finora permesso a migliaia di lavoratori di liberare posti di lavoro ai giovani. Ma che, allo stesso tempo, pesa e peserà troppo sul bilancio dello Stato.

Riforma pensioni e debito pubblico

Il debito pubblico italiano ha infatti raggiunto la vetta di 2.500 miliardi di euro. La sua sostenibilità nel lungo periodo e in tempi di crisi economica è oggetto di discussioni e trattative sia a livello nazionale che internazionale. Anche la Corte dei Conti ha recentemente suonato l’allarme sulla tenuta del sistema pensionistico tricolore suggerendo al governo di porre un freno agli esorbitanti costi.

Il disallineamento fra entrate contributive e uscite pensionistiche – dicono i giudici contabili – è dovuto, non tanto a quota 100, quanto al sistema di calcolo retributivo delle pensioni. Un sistema che pesa ancora parecchio nel regime misto e che è aggravato dai pensionamenti anticipati, rispetto ai requisiti previsti dalla riforma pensioni Fornero per la vecchiaia.

Quota 100 verso l’addio

Il suggerimento più o meno velato della Corte al governo è quello di riformare quota 100 introducendo un sistema di penalizzazione della pensione per chi sceglie il ritiro anticipato dal lavoro. Il modello di calcolo è quello già previsto per opzione donna, ma che dovrebbe essere esteso a tutti.

Che poi sarà con quota 100 piuttosto che con quota 101 o 102, cambia poco. Il messaggio è chiaro per la prossima riforma pensioni: chi vuole lasciare il lavoro prima può farlo ma dovrà accettare una penalizzazione. Del 2-3% sull’assegno previsto coi requisiti di vecchiaia – dicono le stime degli esperti – ma potrebbe essere anche maggiore o inferiore.

Tutto dipenderà dai numeri che il governo dovrà far quadrare al cospetto di Bruxelles per rendere sostenibile il debito astronomico del nostro Paese nei prossimi anni. La spesa previdenziale, come noto, pesa in maniera preponderante sui conti dello Stato.

Sistema di calcolo retributivo non più sostenibile

Il sistema di calcolo contributivo puro andrà a regime solo fra 13-14 anni. Nel mentre il calcolo è misto e pesa ancora molto sui conti pubblici per la parte retributiva. Soprattutto per chi decide di andare in pensione con quota 100 con le attuali regole previste per il calcolo della pensione. In sintesi ammonisca la Corte dei Conti:

in un sistema previdenziale che eroga ancora gran parte delle prestazioni ad elevata componente retributiva, peraltro, misure ampliative della spesa attraverso l’anticipo dell’età di pensionamento rispetto a quella ritenuta congrua con l’equilibrio attuariale e intergenerazionale, il blocco dell’indicizzazione dell’età di uscita dal lavoro alla speranza di vita e la reintroduzione del sistema delle finestre, comportano sia esigenze di cassa immediate (tipiche, come detto, di un meccanismo a ripartizione), sia debito implicito, in quanto la componente retributiva del trattamento non viene corretta per tener conto della maggiore durata della prestazione“.

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