Pmi, il 45 per cento delle imprese a rischio strutturale

Il perdurare dei lockdown mette in crisi le Pmi. Rischio strutturale per il 45% delle imprese, solido solo 11%.

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Il perdurare dei lockdown mette in crisi le Pmi. Rischio strutturale per il 45% delle imprese, solido solo 11%.

Pmi a rischio strutturale in molti settori. Il perdurare dei lockdown generalizzati nel nostro Paese sta mettendo a dura prova il settore delle Pmi che in Italia rappresenta l’ossatura portante dell’economia nazionale.

Il problema è particolarmente sentito per i bar, i ristornati, le piccole botteghe, fino alle Pmi di piccole e medie dimensioni. Gravemente colpite dalla misure restrittive, a un anno dallo scoppio della pandemia molte imprese rischiano di scomparire.

Pmi a rischio strutturale

L’allarme è stato lanciato dalle associazioni di categoria e ha visto di recente esplodere manifestazioni contro le chiusure un po’ in tutte le città d’Italia. Non ultima la protesta dei commercianti con gravi incidenti avvenuta il 6 aprile davanti a Palazzo Chigi a Roma.

D’altronde – come evidenzia l’Istat in un recente ricerca – il 45 per cento delle Pmi con almeno tre addetti è a “rischio strutturale”. Cioè, per queste imprese, che rappresentano il 20,6 per cento dell’occupazione, vi è il concreto rischio di non riaprire più. Solo una piccola percentuale, l’11 per cento, è solido e genera il 46,3 per cento dell’occupazione.

Servizi più colpiti

L’Istat evidenzia anche che è il settore dei servizi Pmi che risulta strutturalmente più fragile. Circa il 50 per cento delle imprese rischia di non riaprire più, con danni enormi per l’economia, oltre che per l’occupazione.

Picchi particolarmente elevati si registrano nella ristorazione e somministrazione (95,5%), nei servizi per edifici e paesaggio (90%), altre attività di servizi alla persona (92,1%), assistenza sociale non residenziale (85,6%), attività sportive e di intrattenimento (85,5%).

Poi vi sono alcuni settori industriali particolarmente affetti. Si tratta di quei comparti a basso contenuto tecnologico, quali legno (79,7%), costruzioni specializzate (79,7%), alimentari (78,5%), abbigliamento (73,2%).

Chi si salva fra le Pmi

Chi si è organizzato e ha innovato, anche in senso tecnologico riuscirà meglio a venirne fuori dalla crisi.

Si pensi anche solo allo smart working o allo shopping online. Come sottolinea l’Istat

una parte non trascurabile di imprese fragili reagisce attivamente alla crisi riorganizzando processi, spazi, input di lavoro. Nella manifattura, accade soprattutto nei settori di stampa ed editoria (circa il 21% delle imprese), carta (17,4%), elettronica (17,8%), apparecchiature elettriche (16,2%). Nel terziario, in quelli di servizi postali e corriere (28,8%), attività culturali (24,5%), pubblicità e ricerche di mercato (17,4%)“.

Resta quindi penalizzato chi non ha mezzi per innovarsi o non può farlo perché la propria attività non glielo consente. Si pensi ad esempio ai parrucchieri o ai baristi.

I finanziamenti

Alla base di tutto resta sempre la possibilità di accedere ai finanziamenti. La crisi economica dovuta ai lockdown ha avuto un impatto significativo anche sulle possibilità di finanziamento delle Pmi. Le imprese, per sopperire alla mancanza di liquidità, hanno dovuto utilizzare maggiormente il credito bancario  sfruttando al contempo le moratorie previste dalla legge.

Strategie che però sembrano transitorie e strettamente dipendenti dalle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria. Per il 60,5 per cento delle Pmi l’attivo rimarrà la principale fonte di finanziamento anche nel corso del 2021. Dovrebbe poi proseguire il deleveraging in parallelo alla ripresa delle attività a pieno regime per tornare gradualmente ai livelli pre crisi.

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