Pensioni, tra 9 mesi torna la Fornero: c’è tempo per “partorire” la riforma ed evitare il salasso

Più passa il tempo e maggiori sono le probabilità che la Fornero torni sulla scena. Ecco cosa spinge il governo a eliminare le uscite anticipate.

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Passa il tempo e la riforma pensioni ancora non si fa. Non solo, nemmeno sono proseguiti i confronti fra governo e sindacati. Tutta colpa della crisi ucraina, si dice, ma forse non è vero.

Le intenzioni, non tanto velate, del premier Draghi sono quelle di riportare gradualmente il sistema pensionistico italiano nei ranghi. Cioè ai requisiti previsti dalla Fornero per non destabilizzare i conti pubblici con le uscite anticipate rinviando quindi la riforma pensioni.

Il ritorno alla Fornero fra 9 mesi

Così, in assenza di una vera riforma pensioni, le attuali uscite anticipate in deroga (Ape Sociale, Opzione Donna e Quota 102) termineranno la loro corso a fine anno. Per tutti ci sarà solo la possibilità di andare in pensione a 67 anni di età o con una anzianità contributiva di 41-42 anni e 10 mesi.

Impensabile che ciò possa accadere. Così come impossibile che questo governo di coalizione riesce a fare una vera e propria riforma pensioni senza che qualche partito non ne esca penalizzato o favorito alla vigilia delle elezioni politiche 2023.

Ecco perché, secondo gli esperti, tutto depone per un nulla o poco di fatto rinviando la patata bollente della riforma pensioni alla prossima legislatura. Prorogare di un altro anno Opzione Donna, Ape Sociale e Quota 102, in questo senso, paiono le opzioni più accreditate al momento.

Riforma pensioni e uscite anticipate

Ma c’è un altro aspetto che frena la riforma pensioni. Il mutato scenario economico causato dal conflitto in Ucraina impone di andarci coi piedi di piombo con le pensioni anticipate. Il prossimo anno lo Stato dovrà fare i conti con l’impennata dell’inflazione causata dall’incremento delle materie prime

Le pensioni dovranno essere rivalutate più di quest’anno per cui il governo dovrà impegnarsi maggiormente sugli assegni in pagamento e stanziare tanti altri soldi.

E, considerato che il premier Draghi – come ha ribadito – non è disposto a tollerare ulteriori scostamenti di bilancio per finanziare le rendite, è lecito domandarsi come si potrà mandare in pensione i lavoratori a 62 anni come chiedono i sindacati.

Il rischio è che il governo, come ha fatto lo scorso anno, non intervenga sull’assetto dell’attuale ordinamento e non faccia la riforma pensioni. Si limiti solo a prorogare quello che già c’è, con piccoli ritocchi, come fatto con Ape Sociale nel 2021.

In particolare agendo sulla lista dei mestieri usuranti permettendo a più categorie di lavoratori di accedere all’anticipo pensionistico a 63 anni di età con almeno 36 anni di contributi.

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