Pensioni: riformare il sistema puntando sulla flessibilità in uscita

Governo e parti sociali puntano a mandare tutti in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, ricorrendo a forme di flessibilità in uscita.

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Governo e parti sociali puntano a mandare tutti in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, ricorrendo a forme di flessibilità in uscita.

Lasciare il lavoro dopo 41 anni di attività potrebbe essere la soluzione ideale per riformare quota 100, Ape Social e opzione donna. Un’opzione valida non per tutti, ma per molti e che consenta di andare in pensione prima rispetto ai requisiti della riforma Fornero in base alla gravosità del lavoro svolto.

In questo senso si è espresso favorevolmente anche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico invocando maggiore flessibilità in uscita dopo la scadenza di quota 100.

Non solo. Anche i sindacati chiedono al governo di riaprire subito il tavolo di confronto sui temi previdenziali in tal senso, così da trovare soluzioni efficaci ed eque per i lavoratori e per il Paese. Lo afferma in una nota il segretario confederale del sindacato UIL, Domenico Proietti. “Quota 100, assieme all’Ape sociale, è una misura utile che favorisce l’accesso flessibile alla pensione. È evidente che Quota 100 non è uno strumento perfetto, però ha permesso a 175 mila lavoratori di andare in pensione nel 2019. È un dato rilevante che dimostra come la flessibilità e la volontarietà siano due condizioni intelligenti che consentono ai lavoratori di scegliere liberamente. È bene ricordare che la platea dei potenziali utilizzatori di quota 100 era di 350 mila“, aggiunge Proietti sottolineando che “per il futuro si deve puntare a una flessibilità diffusa tra 62/63 anni, diminuendo gli anni di contribuzione necessaria, senza penalizzazioni né ricalcoli contributivi. Ciò è perseguibile separando l’assistenza dalla previdenza e diversificando l’accesso alla pensione tra le diverse tipologie di lavoro“.

L’opzione quota 41 per tutti

Così si è parlato in passato di introdurre quota 94, poi quota 92, e adesso quota 41. Tutti numeri che presuppongono forme di pensionamento anticipato e che sarebbero ben accolti dai lavoratori che sono prossimi al ritiro dal mondo del lavoro, ma che in buona sostanza faticano a trovare adeguate coperture finanziarie nelle casse dello Stato, considerato l’elevato debito pubblico del nostro Paese. Quota 41 sarebbe l’opzione, al momento, più percorribile, cioè quella di mandare tutti in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età. Oggi, in base alla legge in vigore e in alternativa alla pensione di vecchiaia, si può optare per la pensione anticipata con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica, ma bisogna soddisfare determinati requisiti (essere lavoratori precoci e appartenere a una delle categorie svantaggiate previste dalla legge, quali disoccupati, invalidi (al 74%), caregivers, o lavoratori gravosi).

A tal proposito – dice Proietti – vanno insediate subito le due commissioni istituzionali. Si deve stabilire che 41 anni di lavoro sono sufficienti per andare in pensione, a prescindere dall’età, si deve valorizzare il lavoro di cura e la maternità per le donne ai fini previdenziali e completare la salvaguardia degli esodati. Va affrontato, sin da ora, il tema delle future pensioni dei giovani, prevedendo una contribuzione figurativa a copertura dei buchi nelle carriere lavorative“, conclude.

Le coperture finanziarie

Ma il problema principale è che mancano le coperture finanziarie per superare i requisiti previsti dalla riforma Fornero e per favorire l’uscita anticipata dei lavoratori. Il sistema pensionistico italiano rischia infatti di collassare nei prossimi decenni se non si troveranno adeguate misure per contenere la spesa previdenziale già con le regole della Fornero. Figuriamoci se si dovesse mandare tutti in pensione con 41 anni di contributi – dicono gli esperti – non ci sarebbero abbastanza soldi per farlo. Non solo. La popolazione italiana invecchia, si fanno sempre meno figli e l’apporto degli immigrati già adesso non è più sufficiente a supportare il sistema pensionistico. In futuro ci saranno più pensionati che lavoratori, ma già adesso il rapporto si sta sbilanciando. Il lavoro sarà sempre più precario e la contribuzione a favore dei fondi pensionistici Inps sarà deficitaria col risultato che, alla fine, non ci saranno più soldi per pagare le pensioni future.

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