Pensioni precoci: 41 anni di contributi potrebbe essere il giusto compromesso

Quali sono i diritti dei lavoratori precoci? Vediamo nel dettaglio la normativa della pensione anticipata.

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Quali sono i diritti dei lavoratori precoci? Vediamo nel dettaglio la normativa della pensione anticipata.

Continua la discussione sulla flessibilità in uscita relativa alla riforma delle pensioni e sulla possibilità di adottare il sistema contributivo per il calcolo dell’assegno previdenziale. Il dibattito riguarda in modo particolare i lavoratori precoci, per i quali non sembrano esserci privilegi a fronte dei molti anni di contributi versati.   La logica del dibattito verte sull’aspettativa crescente della speranza di vita ponendo come base incontestabile della riforma il fatto che chi decide di approfittare della possibilità di una pensione anticipata debba, in ogni caso, accontentarsi di un assegno previdenziale più basso per non pesare troppo sul bilancio dell’INPS e per non privare di una possibile futura pensione i giovani di oggi.   La logica potrebbe essere compresa se non fosse che politici e manager , a fronte di pochi anni di lavoro, percepiscono comunque quelle che sono state definite pensioni d’oro. I parlamentari continuano a percepire vitalizi al termine del mandato parlamentare che si sommano ad altri vitalizi nel caso il beneficiario abbia svolto attività politica presso diversi organi costituzionali tenendo conto che il vitalizio restituisce al suo beneficiario, al contrario di tutte le altre forme previdenziali, fino a oltre 7 volte i contributi versati.   E qui si giunge al nodo lavoratori precoci: perché negare a questi lavoratori la possibilità di accedere alla pensione con una quota 41 senza penalizzazioni? In realtà la quota 41 per i lavoratori precoci rispecchia la logica di Boeri poiché i lavoratori precoci percepirebbero una pensione calcolata sulla base dei contributi versati, diritto acquisito soprattutto dai lavoratori precoci che avendo iniziato la propria vita lavorativa all’età di 14. 15 e 16 anni hanno versato contributi sufficienti a coprire il proprio assegno previdenziale anche se hanno meno di 60 anni.   Questi lavoratori, che hanno versato anche più di 41 anni di contributi, rischiano di dover andare in pensione subendo pesanti penalizzazioni soltanto perché anagraficamente non raggiungono il requisito e sono, quindi, considerati troppo giovani non tenendo conto che hanno rinunciato alla propria adolescenza per iniziare a lavorare.

In termini di contribuzione, infatti, i lavoratori precoci hanno saldato il proprio conto con l’INPS e la mancanza di risorse per una riforma delle pensioni che permetta più flessibilità in uscita non può ricadere su di loro.

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