Pensioni: più donne che uomini, ma con meno soldi da spendere

L’Inps paga più pensioni alle donne che agli uomini, ma l’importo medio è più basso. Nel calcolo, però, ci sono anche le pensioni di reversibilità.

di , pubblicato il
L’Inps paga più pensioni alle donne che agli uomini, ma l’importo medio è più basso. Nel calcolo, però, ci sono anche le pensioni di reversibilità.

Sul totale delle prestazioni erogate dall’Inps, il reddito pensionistico annuo delle donne è pari a 11.550 euro mentre quello degli uomini arriva a 19.307 euro. Il gap pensionistico tra uomini e donne è di 7.757 euro annui. Considerando anche prestazioni assistenziali e indennitarie il gap si riduce a 5.976 euro annui.

I dati raccolti dal Casellario Centrale dei pensionati Inps ed elaborati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel 7° Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano dimostrano che nel 2018 le donne rappresentano il 52,2% dei pensionati, ma percepiscono il 44,1% dell’importo lordo complessivamente pagato per le pensioni (129.364 milioni di euro pagati alle donne contro i 163.980 milioni di euro corrisposti agli uomini).

Pensioni, le donne percepiscono più pensioni degli uomini

Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali invita tuttavia anche a valutare le motivazioni alla base di questo divario: innanzitutto, le donne registrano un maggior numero di pensioni pro-capite, in media 1,51 prestazioni a testa, a fronte dell’1,33 degli uomini. Le donne rappresentano infatti il 58,6% dei titolari di 2 pensioni, il 68,9% dei titolari di 3 pensioni e il 71,7% dei percettori di 4 e più trattamenti; inoltre, prevalgono tra i percettori di pensioni ai superstiti (86,5% del totale) e nelle prestazioni prodotte da “contribuzione volontaria”, che normalmente sono di modesto importo a causa di livelli contributivi molto bassi. Per tutti questi motivi, la maggior parte delle pensionate beneficia dell’importo aggiuntivo, delle maggiorazioni sociali e della quattordicesima mensilità.

Le pensioni di reversibilità

Inoltre, occorre considerare che le pensioni di reversibilità (superstiti) dei pensionati di vecchiaia dei lavoratori autonomi o dipendenti con prestazioni integrate al minimo andranno a percepire al massimo il 60% della pensione diretta e quindi prestazioni molto basse. “Affermare dunque, in modo non analitico, ma con elementare operazione di divisione, che le donne ricevono una prestazione di gran lunga minore rispetto agli uomini è sì corretto dal punto di vista formale ma non da quello sostanziale. Va inoltre considerato – sottolinea il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – che questa situazione riflette l’andamento del mercato del lavoro italiano; infatti, nel nostro Paese sia i tassi di occupazione femminile (49,5% contro il 67,6% degli uomini nel 2018) – soprattutto al Sud (32,8% contro 56,4%) – sia i livelli di carriera, i livelli retributivi a parità di mansioni e le carriere più discontinue hanno visto e continuano a vedere purtroppo le donne sfavorite“.

5.976 euro di differenza fra pensioni maschili e femminili

Se si guardano i redditi pensionistici complessivi delle donne e degli uomini, comprensivi delle prestazioni assistenziali, di invalidità e di quelle ai superstiti, le donne recuperano il gap previdenziale che si riduce a 5.976 euro annui. Occorre quindi migliorare oggi la condizione lavorativa femminile, anche tramite servizi all’infanzia che riducano la discontinuità del lavoro, per superare in futuro questo gap previdenziale tra i generi. “L’errore più grave – dice Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – riguarda la comunicazione di questi dati scorretti, che scatena una serie di reazioni negative dal punto di vista sia della disuguaglianza percepita tra i tanti pensionati che ricevono un assegno basso e i pochi che stanno bene, sia del senso di sfiducia che genera nei giovani, i quali potrebbero lecitamente chiedersi con quale scopo versare i contributi se poi le prestazioni che riceveranno saranno così basse“.

Argomenti: ,