Pensioni: per dopo quota 100 si studia uscita flessibile

Quota 100 sarà valida anche nel 2020, ma il governo studia modifiche per evitare lo scalone a fine 2021: la flessibilità in uscita in base alla gravosità del lavoro.

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Quota 100 sarà valida anche nel 2020, ma il governo studia modifiche per evitare lo scalone a fine 2021: la flessibilità in uscita in base alla gravosità del lavoro.

Il tema pensioni resta al centro delle discussioni parlamentari. Subito dopo l’approvazione della legge di bilancio, il governo ha messo al primo posto in agenda la revisione del sistema pensionistico puntando sostanzialmente a modificare le regole previste per quota 100 che va a esaurimento alla fine del 2021.

Le ipotesi sul tavolo del ministro del Lavoro Nunzia Catalfo sono svariate e tutte concordano nella necessità di superare lo scalone previsto nel 2022 quando quota 100 terminerà. Il tema principale, dunque, è quello dell’uscita dal meccanismo di quota 100 dopo il 2021, per il quale si prospetta un meccanismo di pensionamento flessibile, oltre che una battaglia politica in Parlamento, visto che la Lega vorrebbe lasciare le cose come stanno.

Quota 100 resta valida anche per il 2020 ma va riformata

Nel frattempo, vi è la certezza che anche per il 2020 non cambierà nulla rispetto a quanto previsto per quota 100: il governo si è limitato a contabilizzare i soldi (1,5 miliardi di euro) che non spenderà grazie al minor utilizzo del pensionamento anticipato. Pertanto, il prossimo anno continueranno a maturare il diritto all’uscita anticipata coloro che potranno vantare 62 anni di età e 38 di contributi con una attesa per l’uscita effettiva che resta fissata a tre mesi per i lavoratori privati e a sei per quelli pubblici. E’ però del tutto evidente che quota 100 è destinata a creare degli squilibri a partire dal 2022 poiché la riforma è stata introdotta in via sperimentale per tre anni ma, a legislazione vigente, terminerebbe in modo brusco costringendo chi non ha centrato il doppio requisito magari per poco ad attendere anni prima della pensione di vecchiaia (a 67 anni) o di quella anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 e 10 mesi perle donne).

Per evitare questo “scalone” servirebbe qualche forma di flessibilità in uscita. Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha espresso recentemente un’idea un po’ diversa, basata su “coefficienti di gravosità”: in pratica la flessibilità dovrebbe essere su misura, in base a quanto è “pesante” la mansione svolta.

La riforma dei lavori gravosi e dell’assistenza

Fra le altre riforma allo studio vi è anche quella dei lavori usuranti. Il governo con la ministra Nunzia Catalfo, è impegnato ad avviare due commissioni su lavori gravosi e separazione tra assistenza e previdenza. Nel primo caso si tratta di individuare in modo più sistematico le professioni che comportano uno stress fisico e mentale tale da giustificare eventuali pensionamenti anticipati, al di là delle categorie già oggi ammesse al cosiddetto “Ape sociale” e di quelle il cui lavoro risulta “usurante” in base a norme precedenti. Mentre una definizione precisa delle prestazioni non coperte da effettiva contribuzione – su cui una parte del sindacato fa grande affidamento – potrebbe portare ad una diversa e più trasparente rappresentazioni contabile della spesa senza però liberare di per sé risorse aggiuntive, che dipendono sempre dalle disponibilità del bilancio pubblico.

Le pensioni di garanzia

C’è poi un altro tema di attualità: l’adeguatezza dei trattamenti pensionistici delle giovani generazioni. Problema che in un certo senso non è strettamente previdenziale ma ha a che fare piuttosto con i difetti di un mercato del lavoro che non garantisce carriere stabili e continue. La “pensione di garanzia” di cui si discute da tempo consisterebbe essenzialmente in una qualche forma di integrazione al minimo, non prevista nel sistema contributivo: un meccanismo potenzialmente oneroso per i conti pubblici anche se in un arco di tempo lungo.

La rivalutazione delle pensioni 2020

Intanto, proprio la messa a punto degli ultimi dettagli della manovra per il prossimo anno, consegna la certezza che il meccanismo di rivalutazione degli assegni non subirà ulteriori modifiche, a parte il mini-ritocco (dal 97% al 100% dell’adeguamento all’inflazione) per i trattamenti compresi all’incirca tra i 1.500 e i 2.000 euro lordi al mese.

Il governo, impegnato a cancellare o quanto meno ridurre i vari tributi risultati indigesti, ha preso atto che non si sono altre risorse da destinare al potenziamento della perequazione. Dunque per i pensionati scatterà il meccanismo per fasce di reddito già attuato quest’anno, che si applicherà verosimilmente ad un tasso di inflazione inferiore al punto percentuale.

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