Pensioni: niente Recovery Fund dall’Europa se non si tagliano gli assegni

Recovery fund in cambio di riforme e tagli alle pensioni. Via quota 100 al più presto. E’ questo il diktat europeo (leggasi Merkel) per ricevere aiuti economici.

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Recovery fund in cambio di riforme e tagli alle pensioni. Via quota 100 al più presto. E’ questo il diktat europeo (leggasi Merkel) per ricevere aiuti economici.

Recovery Fund in cambio di riforme, ossia di tagli alle pensioni, al reddito di cittadinanza, alla spesa pubblica, alla sburocratizzazione della pubblica amministrazione e alla giustizia.

E’ questo il messaggio che arriva dalla Ue per ottenere i soldi dal recovery fund. E l’Italia avrà diritto alla fetta più grossa, ben 209 miliardi di euro, il 28% del totale fra prestiti e non. Tv e giornali non hanno approfondito la cosa, ma si tratta di un prestito condizionato, imposto dalla cancelliera Merkel al premier Conte.

Ue: soldi in cambio di tagli alla spesa

Inutile far finta di niente, con un debito pubblico che ha superato per la prima volta quota 2.500 miliardi di euro, la Germania non è più disposta a tollerare manovre spendaccione da parte dell’Italia. E al primo posto delle riforme c’è quella sulle pensioni con l’abolizione di quota 100 che ai tedeschi non è mai andata giù, insieme al reddito di cittadinanza. Ovviamente l’Italia ha accettato di riformare il sistema pensionistico dal prossimo anno, anche se c’è da dire che il progetto di riforma è già stato avviato e, se non fosse stato per l’emergenza sanitaria, ci sarebbe già un quadro dettagliato della situazione che si andrà a cambiare visto che le trattative con le parti sociali erano già state avviate lo scorso febbraio.

Abolizione quota 100

Sul patibolo ovviamente c’è quota 100 che andrà a esaurimento nel 2021. La formula di pensionamento anticipato con 62 anni di età e 38 di contributi ha permesso solo in parte di liberare posti di lavoro, vista la crisi occupazionale del nostro Paese, ma è costato alle casse dello stato qualcosa come 10 miliardi in più all’anno di spesa a regime.

Il governo è al lavoro, non tanto per abolire quota 100 (nel 2021 decadrà da sola essendo una misura temporanea), quanto per risolvere il problema dello scalone che si verrebbe a creare a partire dal 2022 con i requisiti previsti dalla riforma Fornero che prevedono in generale il pensionamento di vecchiaia con 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi o, in alternativa, il pensionamento con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne). Spariranno anche le pensioni anticipate previste per “opzione donna” e quelle per “Ape Social”, rinnovate per quest’anno con la legge di bilancio.

Margini di manovra stretta

Insomma, la via, benché tracciata dal governo Conte già da tempo, appare stretta. Inutile dire che per i lavoratori che si apprestano ad andare in pensione, quota 100 sarà presto un ricordo. Al suo posto ci sarà quota 101 o 102 o altre alternative che scopriremo col tempo. Oltretutto, se prima della pandemia si poteva riformare quota 100 introducendo uno scalino tale da non penalizzare eccessivamente i pensionandi, adesso con un debito pubblico che è letteralmente esploso, sarà più difficile far quadrare i conti pubblici. Del resto sono i numeri della spesa previdenziale a dirci come vanno le cose. Nel primo trimestre 2020 le pensioni liquidate dall’Inps sono state 157.038 con un importo medio pari a 1.128 euro. Stando ai dati Istat del report “La protezione sociale in Italia e in Europa” diffusi a fine aprile, per quanto riguarda le prestazioni previdenziali, sono sempre le pensioni la componente più onerosa, con una spesa che assorbe da un massimo del 90,7% nel 2002 a un minimo dell’86,6% nel 2019 (pari a 275,1 miliardi).

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