Pensioni minime, sempre più basse senza riforma

I giovani di oggi rischiano di avere pensioni minime da fame. Niente diritto al trattamento integrativo Inps ai 40enni lavoratori.

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I giovani di oggi rischiano di avere pensioni minime da fame. Niente diritto al trattamento integrativo Inps ai 40enni lavoratori.

Le pensioni minime sono destinate a sparire. Non è colpa della crisi o della pandemia. Lo stabilisce la legge numero 335 del 1995 (Riforma Dini). Dal 1 gennaio 1996 le integrazioni al trattamento minimo non verranno più riconosciute nel sistema contributivo.

Cosa significa? Chi ha iniziato a lavorare e a versare contributi pensionistici dal 1996 in poi non avrà diritto all’integrazione al trattamento minimo di  pensione da parte dell’Inps. Oggi, il minimo di pensione per chi può far valere anni di contribuzione prima di tale data è stabilito ogni anno dalla legge. Per il 2020 è pari a 515,07 euro.

In altre parole, chi, pur avendo maturato i requisiti, non raggiunge un trattamento economico sufficiente di pensione, ha diritto a richiedere l’integrazione al minimo Inps. Cioè 515,07 euro al mese. Si tratta a tutti gli effetti di una pensione calcolata in base ai contributi versati, ma che per sua natura non produce un assegno pensionistico superiore al minimo vitale.

Pensioni minime da fame

Finora quasi tutti hanno potuto beneficiare dell’integrazione al minimo di pensione avendo lavorato anche prima del 1996. Ma più passa il tempo, meno assicurati potranno far valere contributi prima di quella data e quindi avere il diritto all’integrazione delle pensione al trattamento minimo. Fino al 2035, quando il sistema di calcolo contributivo andrà a pieno regime.

Fra 15 anni quindi nessuno avrà più diritto all’integrazione al minimo e la pensione gli sarà liquidata solo ed esclusivamente sulla base dei contributi versati. Non ci sarà da sorprendersi quindi se cominceranno a circolare pensioni da fame.

I nati nella seconda metà degli anni ‘70

Il problema riguarda i giovani lavoratori e quelli nati nella seconda metà degli anni ’70, con carriere discontinue, part time o con contratti di collaborazione saltuaria che non avranno accumulato un sufficiente monte contributivo per una pensione minima.

Purtroppo la precarizzazione del mondo del lavoro renderà sempre più necessaria una integrazione a una pensione minima. A differenza che in passato, quando i rapporti di lavoro erano più stabili e l’intervento dell’Inps serviva meno, oggi c’è bisogno di maggiori tutele. Lo stesso Istituto Nazionale di Previdenza fa notare che il trend delle richieste di integrazione al trattamento minimo di pensione è in costante crescita da otto anni a questa parte.

Nessuna pensione minima per i 40enni lavoratori

In assenza di un intervento da parte del legislatore, quindi, i 40 enni di oggi che hanno pochi contributi previdenziali versati, avranno pensioni da fame al raggiungimento dei requisiti. Paradossalmente, secondo alcune stime, un impiegato che andrà in pensione dopo il 2035 con 20 anni di contributi da lavoro part time prenderà una pensione inferiore al trattamento minimo di oggi, cioè 517 euro al mese. Avrebbe quindi bisogno dell’integrazione che però non ci sarà più.

Il governo ha quindi il dovere di intervenire nella prossima riforma pensioni che vedrà la luce nel 2022. La ministra al lavoro Nunzia Catalfo pensa a una forma di pensione di garanzia che tuteli la categoria dei lavoratori più penalizzati dalla riforma Dini. Del resto, come ha fatto notare il governatore delle Banca d’Italia Ignazio Visco in un recente intervento sul tema:

l’Italia è al primo posto fra i Paesi Ue per la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Oltre due milioni: il 22% della popolazione in questa fascia di età, il 33% nel Mezzogiorno“.

Pensioni e trattamento minimo, requisiti

Vediamo chi può ottenere oggi l’integrazione al minimo sulla pensione. Il diritto nasce con la maturazione dei requisiti per la pensione. Per ottenere l’integrazione da parte dell’Inps è necessario presentare apposita richiesta e non superare certi limiti di reddito.

Se il soggetto non è coniugato, il limite di reddito definito in via previsionale per il 2020 per il diritto alla totale integrazione è pari a 6.702,54 euro.

Mentre l’integrazione parziale può essere concessa oltre la predetta cifra e sino a 13.405,08 euro (cioè 2 volte il trattamento minimo dell’anno in questione). Oltre tale cifra è esclusa l’integrazione.

Qualora il pensionato sia coniugato, è necessario che il reddito complessivo non superi 20.107,62 euro. Mentre l’integrazione parziale può essere concessa oltre la predetta cifra e sino a 26.810.16 euro (cioè 4 volte il trattamento minimo dell’anno in questione). Oltre tale cifra è esclusa l’integrazione.

Pertanto l’Inps, ai fini dell’accoglimento della richiesta al trattamento minimo, incrocerà la richiesta del pensionato con la dichiarazione dei redditi suoi e del coniuge verificandone ogni anno la sussistenza del requisiti.

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