Pensioni: l’Italia dei rentiers cresce più di chi lavora

Secondo l’Istat, le pensioni sono cresciute il doppio dei salari dal 2000 ad oggi. La società è spaccata in due e il Paese non può crescere se la maggior parte del reddito è nelle tasche dei vecchi.

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Secondo l’Istat, le pensioni sono cresciute il doppio dei salari dal 2000 ad oggi. La società è spaccata in due e il Paese non può crescere se la maggior parte del reddito è nelle tasche dei vecchi.

Italia Paese delle contraddizioni. I recenti dati rilevati dall’Istat sulle pensioni nel Bel Paese rivelano un quadro inquietante e preoccupante che mette in luce tutte le nostre debolezze e i difetti che caratterizzano la bassa crescita economica dell’Italia in Europa.

Tra i dati snocciolati dall’Istituto di Statistica emerge come dal 2000 al 2018, cioè da quando è stato introdotto l’euro fino allo scorso anno, gli stipendi siano cresciuti della metà rispetto alle pensioni. O meglio, in termini nominali l’importo medio delle pensioni di vecchiaia del 2018 è aumentato del 70% rispetto a quello del 2000, mentre le retribuzioni medie sono salite solo del 35%, sempre in termini nominali.

Pensioni aumentate del 70%, stipendi solo del 35%

Rispetto al 2000 – fa notare l’Istat – le retribuzioni sono aumentate molto meno delle pensioni in un contesto di crisi economica che si è associata anche a provvedimenti di blocco dei rinnovi contrattuali nel settore pubblico favorendo così l’allargamento del gap tra le due curve. Un problema che affligge in particolar modo l’Italia rispetto agli altri Paesi europei e lo si vede dai numeri di crescita del Pil, laddove Francia, Germania e Spagna hanno battuto l’Italia sulla crescita economica uscendo anche per primi dalla crisi del 2008-2009. Non è quindi un caso che il nostro Paese sia affetto da un male cronico che tende a salvaguardare le rendite rispetto ai salari. Ovviamente no stiamo parlando delle pensioni minime o dei trattamenti assistenziali, ma di quelle medi e alte che sono numerose: una su quattro supera i 2.000 euro mensili.

Il sistema di calcolo retributivo delle pensioni

Cosa significa questo? Secondo gli esperti, mentre i politici si preoccupano di come modificare quota 100 che sostanzialmente cerca di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di migliaia di giovani a casa ad aspettare che si liberi un posto, dall’altra parte l’Inps continua a liquidare pensioni con un sistema di calcolo retributivo che oggi come oggi costa molto caro alle casse dello Stato.

Tale sistema di calcolo, già criticato da molti esperti in materia, favorisce la liquidazione di assegni pensionistici senza che vi sia un’adeguata copertura del montante contributivo nei fondi pensionistici (dato evidenziato anche dall’Inps) – a differenza che con il sistema di calcolo contributivo – per il quale molti pensionati si ritrovano oggi in tasca assegni mensili di poco inferiori alla retribuzione media percepita negli ultimi anni di lavoro. Una stortura che fa salire la spesa pensionistica e gli assegni dei singoli trattamenti (la pensione media di vecchiaia è di 1.469 euro) a scapito delle retribuzioni attuali. Certo questo – fa notare l’Istat – ha contribuito a contenere l’indice di povertà in Italia, ma ha anche messo in evidenza un drammatico allargamento della forbice fra stipendi e pensioni dal 2000 a oggi.

Il gap fra rendite e stipendi

In altre parole, in Italia oggi come oggi sta meglio chi può godere di una pensione media rispetto a chi lavora. Cosa che negli anni 60-70 era impensabile solo da immaginare, ma che – per gli esperti – avrebbe generato una sperequazione sociale ed economica fra mondo del lavoro e mondo delle pensioni difficile da sanare. Non è un caso che nel 1995 l’allora presidente del Consiglio Lamberto Dini ci mise un freno stoppando il regime di calcolo retributivo delle pensioni per non mandare all’aria i conti dello Stato, già in precario equilibrio. Sicché oggi il conto di questa stortura economica ben evidenziata dal gap in tabella lo pagheranno i giovani lavoratori andando in pensione sempre più tardi e con assegni da fame, anche perché le retribuzioni non sono cresciute come le rendite pensionistiche degli ultimi 18 anni e il lavoro è oggi sempre più precario e discontinuo.

 

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