Pensioni: giovani senza futuro né pensione col Pil sottozero

Il crollo del Pil 2020 avrà drammatiche ricadute sulle pensioni dei giovani e di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.

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Il crollo del Pil 2020 avrà drammatiche ricadute sulle pensioni dei giovani e di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.

Le pensioni non sono sicure, né tantomeno garantite dallo Stato. O meglio, non lo sono più da quando nel 1995 il governo Dini ne ha riformato radicalmente il sistema di liquidazione. A parte il regime di calcolo, passato dal retributivo al contributivo, quello che bisogna sapere è che i contributi versati negli anni si possono deprezzare se l’economia va male.

Il montante contributivo su cui vengono calcolate le pensioni, infatti, si può svalutare. Esattamente come accade per i risparmi in banca se gli interessi sono negativi. Prospettiva che non eravamo abituati a considerare, ma che nell’era moderna esiste e va tenuta presente. Se il Pil è negativo, anche i contributi versati non si rivaluteranno e, anzi, rischieranno di svalutarsi col tempo. Così le recessioni economiche, come quella che stiamo attraversando, impatterà sulle pensioni future. E l’Italia, si sa, fatica più degli altri Paesi industrializzati a riprendersi dagli scossoni economici e dalle crisi.

Se il Pil va male, le pensioni scenderanno

In sintesi, un Paese in stagnazione condanna i suoi giovani due volte: mentre lavorano e dopo, quando andranno in pensione. Un trentenne di oggi rischia di ricevere un assegno previdenziale più basso del 20-30% rispetto ai predecessori solo perché l’economia non cresce. Se a questo si aggiunge una carriera intermittente, fatta di buchi e lavoro precario, il futuro è decisamente compromesso.

Il problema delle pensioni – sottolinea Repubblica in un recente articolo – è però di tutti. Anche di quarantenni e cinquantenni che si trovano per intero nel sistema contributivo (prenderanno in base a quanto versato e non sugli ultimi stipendi) perché hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, quando la riforma Dini ha agganciato le pensioni alla media quinquennale del Pil.

Al contrario, se il Pil cresce anche le pensioni aumenteranno, anche se al momento la prospettiva non è questa.

Gli ammortizzatori sulle pensioni

Per non penalizzare eccessivamente i lavoratori che andranno in pensione, nel 2015 è stato introdotto un sistema di ammortizzatori (decreto Poletti). In sostanza, poiché più si va avanti col tempo e più il montante contributivo sarà soggetto alle variazioni del Pil, il governo ha introdotto dei limiti agli eccessi negativi del Pil. Secondo il DL numero 65 del 2015,

il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo, come determinato adottando il tasso annuo di capitalizzazione, non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive”.

In altre parole, la variazione negativa del Pil sarà spalmata sulla rivalutazione del montante contributivo negli anni successivi.

La crisi pandemica del 2020

La crisi pandemica del 2020 e il conseguente crollo del Pil non avrà quindi ripercussioni drastiche sul montante contributivo perché frenato dagli ammortizzatori del decreto Poletti. Tuttavia, il tonfo dell’economia non potrà essere sottovalutato e col tempo impatterà inevitabilmente sui montanti e quindi sulle pensioni future. La perdita si spalma, dunque, ma non sparisce.

In passato, dal 1996 in poi, mai il segno negativo del Pil si è trasferito sui montanti contributivi. L’unica volta che si è verificato (media quinquennale pari a -0,2% nel 2014) il legislatore lo ha impedito. Difficile oggi, però, ignorare il crollo dell’economia Italia. L’Ocse stima un crollo del Pil del 10,5%, il FMI del 9,7% e Bruxelles del 9,2%. Anche volendo evitare di essere pessimisti, sarà una cosa drammatica. E il conto lo pagheranno i giovani e chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.

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