Pensioni, dopo il virus nulla sarà come prima

Taglio delle pensioni inevitabile per il governo. Virus e crollo dell’economia accelerano i tempi per cambiare le regole attuali.

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Taglio delle pensioni inevitabile per il governo. Virus e crollo dell’economia accelerano i tempi per cambiare le regole attuali.

Il virus passerà, prima o poi tutto tornerà alla normalità, ma niente sarà come prima. A cominciare dalle pensioni. Scordiamoci che lo Stato possa sostenere il sistema pensionistico così come lo conosciamo.

Di fatto la spesa per le pensioni è destinata ad andare fuori controllo se non ci si mette una pezza. Il governo è costretto a intervenire e anche energicamente. Il conto è già sul tavolo del Ministero del Lavoro, lo ha presentato Bankitalia (“Gli Stati Generali delle Pensioni; Covid shock, debito pensionistico e debito pubblico”)

E non è colpa della pandemia. Al limite la crisi causata dal Covid imprimerà un’accelerazione dei tempi su quella che è stata definita la terza più grande riforma del sistema pensionistico italiano. quella che porterà la firma di Nunzia Catalfo.

Spesa pensioni troppo alta

E’ indubbio che il sistema dei pagamenti delle pensioni non sarà più sostenibile negli anni a venire. A meno che l’Italia non sfoggi una crescita costante del Pil a doppia cifra. Ma, a oggi, sembra l’esatto contrario, con un Pil previsto in calo del 10% nel 2020. Cosa fare allora e come intervenire?

Lo Stato è super indebitato e i creditori (banche, fondi d’investimento stranieri) stanno premendo per un taglio energico. Il messaggio, più o meno velato, è partito tempo fa dalla Germania che ha fatto sapere al premier Conte che con quota 100 e reddito di cittadinanza non si può andare avanti. Necessario quindi rivedere la spesa pensionistica mandando in soffitta quota 100 e rivendendo altresì il sistema di calcolo delle pensioni.

In altre parole, tagliare gli assegni. Chi vorrà lasciare il lavoro in anticipo rispetto alle regole previste dalla riforma Fornero, dovrà sopportare un taglio.

Impensabile che le pensioni anticipate possano essere ancora liquidate con il sistema misto. Tutto dovrà avvenire con il criterio contributivo.

Pensioni, il doppio taglio

Ma a preoccupare i lavoratori non è solo questo aspetto. C’è anche l’erosione del monte contributivo dovuto al crollo del Pil. La riforma Dini del 1995 aveva infatti agganciato la rivalutazione dei versamenti contributivi all’andamento dell’economia. Sicché il monte contributivo, utilizzato per calcolare la pensione, risulta strettamente collegato all’andamento economico del Paese.

Ci sarà quindi un doppio taglio alle pensioni: da un lato il sistema di calcolo per chi sceglierà l’anticipo, dall’altra la diminuzione del valore del monte contributivo nel tempo.

Finora non ci si è mai preoccupati di questo aspetto perché il Pil, a parte la crisi del 2008-2009, non è mai stato negativo. E anche perché le pensioni, in passato, venivano liquidate per la maggior parte dei casi col il sistema retributivo (la parte dei versamenti effettuati prima del 1996 non viene intaccata dalle variazioni del Pil).

Oggi che il Pil è crollato e che le pensioni si liquidano col sistema misto, è bene preoccuparsi. La legge prevede che i contributi versati sono annualmente rivalutati in base all’andamento della crescita nominale del prodotto interno lordo degli ultimi 5 anni (il cd. tasso di capitalizzazione).

Variazione negativa del Pil e tasso di capitalizzazione

Benché, le variazioni negative del Pil di quest’anno non impatteranno immediatamente sul montante contributivo, in futuro produrranno effetti. Inizieranno a farsi sentire a partire dal 2023. Per cui chi andrà in pensione da quella data in poi dovrà mettere in conto una diminuzione della propria pensione.

Vero che esistono dal 2015 degli ammortizzatori per attenuare l’impatto della crisi, ma non saranno sufficienti. La botta che subirà l’economia nel 2020 è troppo grande per essere attenuata dagli ammortizzatori e le capacità di recupero dell’economia italiana, quando il virus sarà passato, non sono paragonabili a quelle di altre grandi nazioni europee.

Il governo pensa di intervenire dal prossimo anno per sterilizzare l’impatto negativo sul Pil.

Ma l’impresa non sarà per niente facile anche perché il costo, nella migliore delle ipotesi, è di 3 miliardi di euro.

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