Pensioni di vecchiaia: quelle contributive sono più penalizzanti

Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 avrà una pensione inferiore ai due terzi dello stipendio (nella migliore delle ipotesi) con rischio concreto di percepirla a 71 anni di età.

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Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 avrà una pensione inferiore ai due terzi dello stipendio (nella migliore delle ipotesi) con rischio concreto di percepirla a 71 anni di età.

Anche le pensioni di vecchiaia, secondo le regole della legge Fornero saranno più penalizzate rispetto al passato. Sono, infatti ancora pochi gli aventi diritto che potranno beneficiare nei prossimi anni della pensione calcolata con il sistema retributivo puro.

Secondo le stime Inps, ci sono ancora 3-4 classi di età che potranno beneficiare della pensione di vecchiaia al raggiungimento dei 67 anni di età, cioè quelli nati fra il 1955 e il 1959 e che al momento del pensionamento potranno far valere almeno 18 anni di contributi versati prima del 1 gennaio 1996 quando entrò in vigore la legge Dini (n. 335 del 1995) che iniziò a porre fine al sistema retributivo.

Assegni pensionistici sempre più bassi

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni al 31 dicembre 1995 la pensione viene invece calcolata in parte secondo il sistema retributivo (per il periodo maturato fino al 31 dicembre 1995), in parte con il sistema contributivo (per il periodo successivo). I nati negli anni ’60, quindi, dovranno ricorrere per forza di cose al sistema di calcolo misto e più si va avanti nel tempo meno peso avrà il calcolo della pensione col sistema retributivo a favore di quello contributivo. Le pensioni future saranno quindi, per forza di cose, più basse rispetto a coloro che sono nati negli anni ’50. Ma non è solo questo che fa spaventare i lavoratori di oggi, perché – come abbiamo già visto in precedenti articoli – il calcolo dell’assegno pensionistico con sistema contributivo puro, tenuto conto anche della rivalutazione del montante contributivo nel tempo e che segue l’andamento degli interessi del mercato e dei coefficienti legati all’aspettativa di vita, determinerà una pensione che non potrà superere il 60-65% della retribuzione media del lavoratore.

E questo nella migliore delle ipotesi, cioè qualora si sia maturata una carriera lavorativa continua, piena e ininterrotta. Così, un operaio che ha percepito mediamente una retribuzione di 1.500 euro mensili per tutta la vita lavorativa, andrà in pensione con al massimo 975 euro. Una bella differenza rispetto allo stesso operaio che, a parità di retribuzione, avrebbe una pensione di circa 1.200 euro.

Pensione di vecchiaia contributiva, il requisito dell’importo minimo

Ma c’è di più. La riforma Fornero del 2011 ha introdotto un nuovo vincolo per chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 e quindi per i lavoratori che ricadono nel cosi detto sistema contributivo puro. L’età anagrafica dei 67 anni (confermata anche per il 2020, ma legata alle aspettative di vita), accompagnata da almeno 20 anni di versamenti di contributi, vale solo se la pensione che l’Inps calcolerà al momento della domanda sarà almeno 1,5 volte l’assegno sociale (459,83 euro x 1,5 689,75 euro per il 2020). Laddove il requisito non sarà soddisfatto, non sarà possibile ottenere la pensione e bisognerà aspettare i 71 anni di età, cioè quando sarà possibile ottenere l’accesso al proprio assegno pensionistico a prescindere dall’importo maturato.

Giovani lavoratori d’oggi in pensione a 71 anni

L’importo dell’assegno sociale, di per sé, non sembra preoccupare più di tanto al momento, ma i timori per chi conosce a fondo i meccanismi previdenziali e assicurativi sono più che giustificati. Tornano al caso dell’operaio di cui sopra, il problema non si porrebbe, ma qualora i giovani lavoratori di oggi, affetti da lavoro precario, discontinuo, saltuario e a tempo ridotto non raggiungessero l’importo previsto dall’assegno sociale maggiorato del 50%, non avrebbero diritto alla pensione a 67 anni e dovrebbero aspettare altri 4 anni. Non solo, col tempo l’importo dell’assegno sociale si alzerà per effetto degli adeguamenti annuali presti dall’Istat in materia di rivalutazione degli assegni, soprattutto per gli importi più bassi. Ne consegue quindi che, a fronte di un possibile abbassamento della presunta pensione vi sarà anche un innalzamento dell’asticella minima per la quale molte pensioni non potranno essere liquidate a 67 anni.

Il che lo si vede bene dall’andamento del mercato del lavoro e della crescita dei salari negli ultimi 18 anni a partire dal 2000.

 

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