Pensioni, dal 2022 batosta per chi è nato in questo decennio

La riforma delle pensioni con quota 102 (e poi 104) taglia fuori una grossa fetta di lavoratori che dovranno attendere il 2027.

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La riforma delle pensioni con quota 102 (e poi 104) taglia fuori una grossa fetta di lavoratori che dovranno attendere il 2027.

Se passerà la riforma pensioni proposta dal governo, sarà iniqua e ingiusta. Non tutti i lavoratori beneficeranno, infatti, degli effetti di quota 102 e poi 104 a partire dal prossimo anno.

Per evitare lo scalone di 5 anni con la riforma Fornero (in pensione a 67 anni) dopo la fine di quota 100, il premier Draghi propone un sistema a quote basato su un allungamento dell’età pensionabile a 64 anni dal 2022 e 66 anni dal 2024.

La riforma pensioni penalizza i nati negli anni 60

Al di là della bontà o meno della riforma pensioni proposta dal governo, il sistema delle quote è impopolare perché penalizza una intera classe di lavoratori. Si tratta, più precisamente, dei nati negli anni 60, i così detti baby boomers.

Questi lavoratori, con quota 102, non riuscirebbero a rispettare i requisiti anagrafici e contributivi previsti entro il 2024. Cioè 64 anni di età e almeno 38 di contributi. Per fare un esempio, un lavoratore nato nel 1961, maturerebbe i 64 anni solo nel 2025.

Ma nel 2025, secondo la riforma proposta da Draghi, serviranno 66 anni per andare in pensione (quota 104, dal 2024 al 2026). E così il lavoratore dovrà attendere che passino altri due anni  per andare in pensione, cioè nel 2027. Quando i requisiti anagrafici coincideranno con quelli previsti dalle regole Fornero.

In questo senso i lavoratori nati negli anni 60 sono destinati a pagare il conto di una riforma che è già stata osteggiata da Lega e sindacati. Ai nati negli anni 60 potrebbe quindi accadere, per effetto trascinamento previsto dalle quote progressive, quello che è accaduto ai nati nel 1953 dopo la riforma Fornero.

Uno scivolo nascosto verso la Fornero

I meno penalizzati, al contrario, saranno i lavoratori nati negli anni 58 e 59. Costoro, se non sono riusciti ad andare in pensione con quota 100 (che scade nel 2021) potranno farlo nel 2022 e 2023.

Posto che ci sia il requisito contributivo, quello anagrafico sarebbe rispettato naturalmente con quota 102.

La riforma, nel complesso, è comunque inutile perché – secondo le previsioni –  consente solo a poche migliaia di lavoratori di andare in pensione prima della vecchiaia. La CGIL fa notare che nel 2022 non saranno più di 10 mila i lavoratori che potranno sfruttare quota 102. Meno ancora negli anni successivi.

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