Pensioni a 62 anni per tutti per rilanciare occupazione giovanile

La disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto livelli allarmanti. Per liberare posti di lavoro bisogna riformare il sistema delle pensioni.

di , pubblicato il
Decreto Sostegni

Per far ripartire l’occupazione è necessario sbloccare le pensioni. Tenere agganciati i pensionamenti alle regole della Fornero è quanto di più aberrante uno stato democratico possa fare ai danni della propria popolazione.

In questo senso il premier Mario Draghi ha una visione ben chiara della situazione. Per il dopo quota 100 occorre stabilire regole certe per evitare che si torni alla Fornero. La pensione al raggiungimento dei 67 anni di età è deleteria per tutti.

Disoccupazione giovanile alle stelle

L’allarme arriva, non tanto dai lavoratori, quanto dai giovani che cercano lavoro. E non lo trovano. Secondo gli ultimi dati Istat, la disoccupazione giovanile in Italia torna a crescere a marzo (dal 31,9% a 33%) e si fissa al top dopo quella spagnola tra i paesi Ocse. Lo si legge nelle tabelle appena pubblicate sulla disoccupazione nei paesi dell’Area secondo le quali il tasso medio è del 13,3%, in calo dal 13,6% di febbraio.

In Spagna il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è del 37,7%, in calo di oltre un punto dal 38,8% di febbraio. Il tasso di disoccupazione delle donne in Italia cresce a marzo in controtendenza rispetto a quello che accade nella maggioranza dei paesi Ocse.

La disoccupazione femminile nel nostro Paese è cresciuta all’11,4% rispetto all’11,3% di febbraio a fronte di un calo medio nei paesi Ocse dal 6,8% al 6,6%. In Italia la disoccupazione femminile a marzo, nonostante il blocco dei licenziamenti ancora in vigore per affrontare l’emergenza da Covid 19, è la più alta nei paesi Ocse dopo la Colombia (18,3% ma in calo dal 19% di febbraio) e la Spagna (17,4% dal 17,6% di febbraio).

In pensione a 62 anni

Posto che il quadro della situazione giovanile in Italia è drammatico, occorre dare un impulso ai pensionamenti per far ripartire il mercato del lavoro.

Quindi, tutti fuori a 62 anni con 30 anni di contributi almeno, come ribadiscono anche i sindacati. In alternativa si potrebbe lasciare anche con 41 anni di contributi versati a prescindere dall’età.

Quota 100 sta per finire e dal 1 gennaio 2022, in assenza di interventi da parte del legislatore, si tornerà alle regole della Fornero che prevedono il raggiungimento dei requisiti anagrafici di pensione di vecchiaia al compimento del 67 esimo anno di età.

Stando alle stime degli esperti di previdenza, una fuoriuscita anticipata a 62 anni sarebbe in grado di liberare almeno 100 mila posti di lavoro all’anno. Soprattutto nella pubblica amministrazione, la cui età media del personale è di 53,5 anni. Posti di lavoro, quindi, che potrebbero essere ricoperti da giovani.

Più flessibilità per i lavoratori fragili

Quota 62, però, da sola non basta. Come espressamente invocato dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico è necessario estendere la flessibilità in uscita ai lavoratori fragili. Fra questi anche i disoccupati, con almeno 20 anni di contributi.

Ape Sociale potrebbe quindi essere allargata a una categoria più ampia di lavoratori usuranti e gravosi. Includendo anche coloro che sono rimasti disoccupati e che per via dell’età anagrafica non hanno più possibilità di ricollocarsi sul lavoro.

Ape sociale dovrebbe quindi essere allargata anche ai lavoratori fragili, cioè quella categoria di lavoratori portatori di handicap o patologie tali da rendere difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 67 anni.

Per tutti, quindi, una uscita anticipata a 62 o 63 anni, indipendentemente dai contributi versati, ma con un minimo di 20 anni di lavoro effettivo. Un abbinamento ideale con quota 41.

Argomenti: ,