Pensioni, quando 2 anni di contributi ne valgono 3 e come pensionarsi senza i 20 anni di contributi per donne, casalinghe e uomini 

A volte un anno di contributi versati può valere di più di 52 settimane e agevolare chi cerca le soglie minime per andare in pensione.  

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Che serva un solo anno di contributi per arrivare alla fatidica soglia dei 42,10 per la pensione di vecchiaia. Oppure che manchi un anno per arrivare ai 20 di contributi che significa accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni poco cambia. Un anno di contributi mancante può rappresentare un ostacolo a volte arduo da superare, ed altre volte praticamente impossibile. Ma esistono norme e strumenti che, pur se poco noti, possono tornare perfettamente utili nel risolvere la situazione.  

“Salve, mi chiamo Federica ed ho compiuto da poco 67 anni di età. Sto verificando la mia condizione contributiva per una eventuale pensione. Dal mio estratto conto dei contributi, aggiornato a luglio 2022, sembra che ho completato 18 anni di contributi. Ho svolto sempre lavori saltuari e pertanto, mi trovo con un estratto conto risicato dal punto di vista dei contributi. Ho sentito dire che ci sono contributi che valgono di più, o meglio, che valgono più di un anno se versati in un certo modo. Voglio capire come se ho diritto alla pensione di vecchiaia e quindi devo vedere di arrivare a 20 anni di contributi. Se ci sono quelli che valgono un anno e mezzo potrei sfruttare l’occasione. E se si, come devo fare?

Il problema dei contributi silenti nelle pensioni

Il quesito della nostra lettrice ci offre la possibilità di parlare di due argomenti che in materia previdenziale sono importanti, ma spesso sottovalutati. Il caso è un tipico esempio di probabile contribuzione silente, cioè di contributi versati che potrebbero finire nel contenitore dei versamenti che restano all’Inps come inutilizzati. Sono davvero molti i periodi di contribuzione che i lavoratori versano durante la loro carriera, e che non vengono utilizzati per la quiescenza per svariati motivi.

Ci sono i contributi che dovrebbero essere riscattati a pagamento dal contribuente, e che per scelta di quest’ultimo non vengono usati per la pensione. E ci sono i contributi che essendo insufficienti per una pensione, restano di fatto inutilizzati. L’Inps in pratica si trova una buona dote di contributi, incassati e mai restituiti a chi li ha versati sotto forma di pensione, come dovrebbe essere effettivamente il meccanismo previdenziale. La nostra lettrice potrebbe trovarsi proprio in questa condizione, cioè trovarsi ad avere 18 anni di contributi che a 67 anni di età sono insufficienti per la pensione di vecchiaia. E sarebbero 18 anni di contributi inutilizzati.  

Le maggiorazioni contributive sulle pensioni 

L’altro argomento è quello delle maggiorazioni contributive. Uno strumento che può rispondere all’esigenza della nostra lettrice di riempire la carriera di quei contributi mancanti. A volte infatti, un anno di contributi può valere ai fini previdenziali, un anno e mezzo. E c’è anche quando 2 anni di contributi ne valgono 3. Bisogna però rispettare determinate condizioni per godere di questo trattamento privilegiato sulla contribuzione. Versare un anno di contribuiti che alla fine dei conti ne vale di più, può essere una soluzione a riempire questi vuoti di carriera che per esempio possono escludere chi, come la nostra lettrice, non raggiunge i requisiti minimi prestabiliti. Le maggiorazioni contributive si collegano a due materie che con le pensioni sono sempre in collegamento. Parliamo di precoci e di contributivi. Infatti per godere delle maggiorazioni occorre essere sia contributivi puri che precoci. Cose che la nostra lettrice non ci dice e che possiamo solo ipotizzare. Ma l’argomento può essere affrontato anche genericamente, perché la condizione di chi ci scrive è una condizione largamente diffusa.  

Precoci e contributivi puri, cosa sono? 

In materia previdenziale la definizione di precoci è spesso utilizzata ma non sempre allo stesso modo. Precoce è un termine collegato alla Quota 41 oggi in vigore. Infatti per poter andare in pensione con la Quota 41 serve che un anno dei 41 necessari, sia stato versato prima di compiere i 19 anni di età.

Ma 19 anni è una età che non rappresenta davvero la definizione di precoci ai fini previdenziali. Infatti generalmente per lavoratore precoce si intende chi ha iniziato la carriera prima della maggiore età e quindi dei 18 anni. Per quanto riguarda i contributi puri si tratta di quei lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo l’ingresso nel sistema della riforma Dini. In pratica, dopo l’ingresso del sistema contributivo. Il contributivo puro è colui che ha il primo contributo previdenziale, versato dopo il primo gennaio 1996. Qualsiasi sia la tipologia di contributi versati e quindi anche i figurativi.  

Quando un anno di contributi vale di più per la pensione 

Il lavoratore che ha iniziato a lavorare prima dei 18 anni può far valere di più tuti i periodi versati proprio fino a 18 anni. Ma solo a condizione che il primo versamento sia successivo al 31 dicembre 1995. La regola generale è questa. Chi ha lavorato per un anno, o per 52 settimane dai 17 ai 18 anni, ha diritto ad 1,5 anni di contributi versati per quel periodo. Alla nostra lettrice che ha 18 anni di contributi, la maggiorazione non si applica. Ha 67 anni di età e non può avere trovarsi ad avere iniziato a lavorare dopo il 1995 ed avere 2 anni di contributi prima dei 18 anni di età. Resta però questa una facoltà dei contributi puri che potrà essere utile a molti in futuro, dato che sembra una agevolazione che calza per persone oggi ancora giovani o con carriere già abbastanza lunghe. Resta da dire che la maggiorazione è utile per il diritto alla pensione e non per la misura. In termini pratici, un anno di contribuzione vale 1.5 volte solo per completare per esempio, i 20 anni di contributi richiesti. Ma non vale per il calcolo della pensione, per cui l’anno di contribuzione resta l’anno di contribuzione.  

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