Pensione anticipata prima dei 42,10 anni di contributi ma a molti conviene posticipare

Ecco perché andare in pensione anticipata prima di aver completato 42,10 anni di contribuzione è penalizzante per molti.

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In pensione un anno prima con la quota 103: ultimissime riforma
Con l’ingresso nel sistema pensionistico italiano della quota 103 la pensione per molti lavoratori si avvicinerà. La platea degli interessati a questa nuova misura del Governo, infatti, potrà anticipare di un paio d’anni l’uscita rispetto alla pensione anticipata ordinaria. Anche se priva di penalizzazioni o tagli di assegno, la misura però, già strutturalmente, risulta essere non vantaggiosa per chi può tranquillamente restare al lavoro per raggiungere il requisito idoneo all’uscita anticipata canonica. Naturalmente molto dipende da caso a caso e da lavoro a lavoro. C’è anche chi grazie alla quota 103, infatti, riuscirà ad andare in pensione. E c’è invece chi svolge un lavoro talmente logorante che un sacrificio in termini di assegno può essere sopportato. Sono molti però che si chiedono cosa ci sia dietro a questa uscita anticipata dal mondo del lavoro. Qualche sorta di penalizzazione di assegno? Uno di questi è un nostro lettore che ci chiede se sia conveniente lasciare il lavoro con la nuova misura.
“Gentile redazione, sono un lavoratore che aveva perso le speranze di poter andare in pensione prima di aver compiuto la carriera contributiva necessaria quasi pari a 43 anni. Ho appena compiuto 63 anni di et ed ora ho 40 anni di carriera già completati nel 2022 e mi accingo ad arrivare a 41 anni l’anno venturo. È evidente che potrei uscire dal lavoro con la quota 103 nel 2023. Mi chiedo però se sia conveniente uscire con questa misura o se dovrei rimandare di un paio d’anni. Perdo molti soldi a non aspettare di completare i 42,10 anni di contributi per la pensione di vecchiaia?”

Come andare in pensione con la quota 103 nel 2023

Andare in pensione con la quota 103 è sicuramente conveniente dal punto di vista anagrafico, nel senso che i lavoratori che completano i requisiti previsti nel 2023 potranno uscire dal lavoro diversi anni prima.
Infatti si esce prima rispetto ai 42 anni 10 mesi che andrebbero completati per la pensione anticipata ordinaria, ma anche prima dei 67 anni tipici della pensione di vecchiaia ordinaria. Significa che la pensione nel 2023 sarà anticipata per determinati lavoratori che altrimenti avrebbero dovuto aspettare altri due anni, o più, per potervi accedere. Per la quota 103 oltre ai 41 anni di contributi versati servono anche almeno 62 anni di età. Ed è questa la platea di potenziali beneficiari della nuova misura, che altri non sono che i nati a partire dal 1961. Si tratta di lavoratori che senza la quota 103 non avrebbero avuto alcuna possibilità di andare in pensione se non passando, con caratteristiche e situazioni nettamente diverse, dall’Ape sociale. Anticipo pensionistico sociale che tutto è fuorché una misura previdenziale vera e propria avendo tra i suoi requisiti da centrare alcuni vincoli che sembrano assistenziali.

Occhio all’assegno, perché qualcosa si perde comunque con la pensione anticipata con quota 103

La quota 103 con 41 anni di contributi però potrebbe essere negativa per qualcuno. Lavorando circa due anni in più (22 mesi esattamente), si potrebbe arrivare alla fatidica soglia dei 42,10 anni di contribuzione. Questo significa che potrebbe essere sfruttata la carriera prevista per la pensione anticipata ordinaria. E due anni di contributi in più significano soldi in più di pensione. Inevitabilmente l’assegno pensionistico aumenta con il versamento di contributi in più. E va considerato poi che uscire a 62 anni di età, sfruttando l’anticipo massimo previsto dalla quota 103, significa vedersi calcolare la pensione con un coefficiente di trasformazione più penalizzante. Meglio uscire a 63 anni, o ancora meglio a 64 anni come farebbero quanti scelgono di evitare l’uscita a 62 anni con 41 anni di contributi, optando per l’uscita dopo altri 22 mesi di lavoro, a 64 anni di età con 42,10 di contributi. I coefficienti che trasformano il montante dei contributi in pensione, è tanto più penalizzante quanto in più giovane età si esce dal lavoro.
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