Pensione anticipata? A volte conviene restare al lavoro, ecco perché

Ecco alcuni esempi che dimostrano come rimandare la pensione anche della quota 103 conviene per gli importi.

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Come ormai tutti sanno andare in pensione nel 2023 potrà essere fatto in anticipo grazie ad alcune nuove misure pensionistiche. Per esempio a 62 anni c’è la quota 103. Ma restano ancora le agevolazioni, anche se limitate, di Opzione donna a 58 anni, dell’Ape sociale a 63 anni, della pensione anticipata contributiva a 64 anni. Il meccanismo con cui l’INPS paga le pensioni ai lavoratori che lasciano il lavoro o, meglio, il meccanismo con cui l’INPS liquida queste pensioni ci consente di dire che non sempre l’uscita anticipata è vantaggiosa. L’esempio calzante è quello di un nostro lettore che chiedendoci un parere, dimostra che a seconda della carriera lavorativa può essere conveniente restare in servizio e abbandonare qualsiasi ipotesi di anticipare la pensione.

“Non vorrei sembrare un matto ma vi chiedo un consiglio su come comportarmi adesso che ho appena completato 41 anni di contributi versati che insieme ai 62 anni di età già compiuti mi possono portare al pensionamento con la quota 103.

Ho dei dubbi sulla convenienza a uscire con questa misura soprattutto per quanto riguarda l’importo della pensione che dovrei andare a percepire. Ho seri dubbi che l’operazione sia scevra da penalizzazioni come molti sostengono. Secondo me due anni prima e quindi non aspettando di arrivare al numero massimo di 42 ani e 10 mesi di contributi, l’importo dell’assegno che andrei a percepire sarebbe molto più basso. Voi cosa ne pensate?”

Le pensioni anticipate, quanto sono realmente convenienti?

Per rispondere a un quesito come questo nel nostro lettore bisognerebbe avere tra le mani dei dati più specifici sulla sua storia lavorativa e contributiva. Infatti bisognerebbe approfondire il campo del suo montante contributivo per capire se i contributi che ha sono o meno di importo rilevante.

Il tutto per garantire una pensione dignitosa. Va detto infatti che le pensioni in Italia vengono calcolate in base all’ammontare dei contributi. Ma a parità di anni di contribuzione versata, lo stipendio finisce con l’incidere e non di poco visto che più alto è lo stipendio più contributi si versano per la propria pensione futura. Un lavoratore infatti destina alla propria pensione il 33% dello stipendio (aliquota contributiva vigente). Anche se il sistema contributivo è basato sui contributi versati, non è vero ciò che qualcuno pensa e cioè che le retribuzioni contino solo nel sistema retributivo.

Uscire prima dal lavoro come funziona?

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È naturale che uscire prima dal lavoro significa interrompere prima una carriera lavorativa. E quindi, versare meno anni di contributi di quanti invece si dovrebbero versare per arrivare alle pensioni ordinarie. Allo stesso modo, uscire prima dal lavoro significa farlo ad una età più bassa. Più giovani rispetto all’età di uscita senza anticipo. Una condizione questa che ha le sue penalità. Il lavoratore che esce a una età più bassa finisce con il trasformare il proprio montante dei contributi in pensione, usando dei coefficienti che sono penalizzanti quanto più bassa è l’età di uscita.

La somma di questi due aspetti sulle regole di calcolo della pensione, e cioè età di uscita e coefficiente della trasformazione, porta ad avvalorare la tesi che uscire dal lavoro in anticipo non sempre è favorevole. Un discorso che può essere fatto anche per la quota 103 naturalmente. A parità di contributi versati, e cioè con esattamente i 41 anni di contributi previsti dalla quota 103, chi esce a 62 anni prende meno di chi invece lo fa a 64 anni.

Cosa si guadagna a restare al lavoro fino ai 42 anni e 10 mesi delle pensioni anticipate

Va considerato che nel 2023 c’è il cosiddetto bonus Maroni. Parliamo del ritorno all’incentivo per restare al lavoro. Incentivo per chi pur maturando i requisiti per uscire dal lavoro con la quota 103, decide di restare in servizio.

Ma a parte questo bonus in busta paga, pari al 9,19% (una aggiunta sullo stipendio pari alla quota di contributi a carico del lavoratore), restare al lavoro potrebbe avvantaggiare. Infatti permette di aggiungere un anno e 10 mesi di contributi. Un lavoratore dipendente mette da parte il 33% del suo stipendio lordo per la pensione futura.

Chi prende 20.000 euro lordi, accantonerà 6.600 euro come contributi. Se lo stipendio fosse stato fisso per tutti i 41 anni, significa un montante da 270.600 euro. E questo montante diventa pensione quando viene passato con dei coefficienti di trasformazione. Che adesso sono diversi dal 2022. La novità del 2023 è anche questa, cioè l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione.

Cosa si guadagna ad aspettare per la pensione

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze già lo scorso dicembre ha confermato la revisione biennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo in assegno pensionistico. Con il varo della Legge n° 335 del 1995, l’importo della pensione degli italiani si ottiene moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione. Che è diverso in base all’età di uscita come si legge nella tabella A allegata alla stessa Legge, che adesso viene modificata. Nel 2023 a 62 anni chi esce con quota 103 ed ha un montante pari a 270.600 euro come nell’esempio del paragrafo di prima, deve passare quella cifra per il coefficiente 4,882. Significa una pensione pari a 13.210 euro.

Se nel 2023 con 41 anni di contributi e quota 103 esce un lavoratore a 64 anni, tutto cambia. Con lo stesso montante, prenderà 14.028 euro di pensione (coefficiente 2023 a 64 anni pari a 5,184). A parità di carriera 800 euro in più di pensione solo per via dell’età. Ma lavorando altri 22 mesi (per arrivare a 42,10 di contributi), il montante salirebbe di 12.100 euro. Salendo così a 282.700 euro. Portando la pensione a 14.655 euro. Evidente il cambiamento radicale di assegno. Che ci porta a concludere che spesso rimandare la pensione potrebbe rivelarsi la scelta più saggia.

 

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