Patrimoniale, Corte dei Conti: “bella” ma impossibile

Anche i giudici della Corte dei Conti vorrebbero una patrimoniale. Ma il rischio è che crei più danni che benefici.

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Anche i giudici della Corte dei Conti vorrebbero una patrimoniale. Ma il rischio è che crei più danni che benefici.

Si torna a parlare di patrimoniale. Questa volta a suonare le trombe sono i giudici della Corte dei Conti in un recente intervento pubblico. Per i giudici contabili un prelievo forzoso sarebbe auspicabile, ma terribilmente complicato da realizzare.

Non si tratta certo della volontà o meno di attingere dai conti dei più ricchi per dare ai poveri. Ma del rischio che una patrimoniale potrebbe comportare in termini di costi e benefici in un periodo come quello che stiamo attraversando. Il timore è la fuga dei capitali dall’Italia e la disaffezione verso le istituzioni in un momento particolarmente delicato.

La Corte dei Conti invoca la patrimoniale

Un nuovo prelievo patrimoniale è stato recentemente invocato, sia come metodo per contrastare la disuguaglianza (con riferimento alla maggiore concentrazione della ricchezza rispetto al reddito), sia in relazione alla copertura dei costi della pandemia.

Lo ha detto Guido Carlino, presidente della Corte dei conti, durante un’audizione al Senato sulla riforma dell’Irpef aggiungendo che

 “un intervento su questo quadro piuttosto frammentato appare dunque auspicabile, anche se non si volessero affidare al prelievo patrimoniale ulteriori finalità redistributive o di reperimento di risorse“.

Prelievo forzoso quasi impossibile

Una valutazione preliminare, al riguardo, dovrebbe riguardare la caratteristica del prelievo, che da reale potrebbe essere trasformato in personale. Considerando dunque tutte le forme di patrimonio e eventualmente la base familiare anziché individuale. Un’ottica di questo tipo, in astratto più coerente con l’eventuale ritorno a un modello CIT (comprehensive income taxation), appare al momento problematica sotto diversi profili.

In primo luogo – ha spiegato la Corte dei Conti – se la base dell’imposta sul reddito fosse effettivamente onnicomprensiva e riconducesse a tassazione progressiva i redditi finanziari e immobiliari, una tassazione patrimoniale personale porterebbe a casi di duplicazione del prelievo e dunque a problemi di efficienza, come già evidenziato nei lavori preparatori della riforma tributaria.

In secondo luogo, è evidente che l’attuale assetto del prelievo sui cespiti patrimoniali, proprio perché cedolarizzato, appare operare tendenzialmente sottotraccia mentre, al contrario, un prelievo di tipo personale potrebbe incontrare maggiori resistenze se non opportunamente coordinato con il prelievo sui redditi.

Il prelievo personale

Nell’ipotesi di un prelievo personale, inoltre, rimane la difficoltà di inserire nella base imponibile i cespiti patrimoniali più mobili. Cioè quelli che non hanno valori di riferimento di mercato o quelli più facilmente schermabili attraverso trust.

In assenza di questi cespiti, si accentuerebbe la violazione dell’equità orizzontale nei confronti dei contribuenti che non possano far ricorso a meccanismi elusivi. Puntualizza quindi Carlino

“se invece la direzione di riforma assecondasse il percorso verso una tassazione di tipo duale, il prelievo patrimoniale dovrebbe mantenere il suo carattere reale. Anche se un riordino delle aliquote e un coordinamento con l’indicatore Isee sarebbe certamente opportuno“.

In particolare, una tassazione patrimoniale reale – nell’ambito di un sistema di dual income tax – potrebbe correggere la sproporzione tra tassazione progressiva sui redditi da lavoro e tassazione proporzionale sui redditi da capitale, operando così a favore di un riequilibrio dell’equità orizzontale.

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