Paradi fiscali, Ue: niente aiuti pubblici a chi fa affari off shore

La Commissione Ue raccomanda di non concedere aiuti pubblici alle imprese che hanno legami coi paradisi fiscali.

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La Commissione Ue raccomanda di non concedere aiuti pubblici alle imprese che hanno legami coi paradisi fiscali.

Niente aiuti pubblici alle società che hanno legami coi paradisi fiscali. La raccomandazione arriva direttamente dalla Ue e riguarda anche i grandi gruppi industriali italiani che hanno società registrate in Stati black list.

La raccomandazione è stata diramata proprio ieri dal commissario alla concorrenza Margrethe Vestager facendo il punto sulla situazione di crisi dell’economia europea. “Ci troviamo in una situazione senza precedenti – ha detto – e non è accettabile che le imprese che beneficiano del sostegno pubblico si impegnino in pratiche di elusione fiscale che coinvolgono i paradisi fiscali”.

Aiuti vietati a società con sedi nei paradisi fiscali

C’è da dire che finora ogni Stato ha agito per conto suo, chi più chi meno, per tutelare i propri interessi vietando aiuti economici pubblici alle imprese che hanno rapporti con Paesi a fiscalità privilegiata e che non trattengono scambio di informazioni fiscali. La Francia è stata una delle prime nazioni ad adottare provvedimenti in tal senso, seguita da Danimarca, Spagna, Germania. Anche l’Italia con l’approvazione del decreto Liquidità ha negato aiuti economici alle multinazionali con succursali in Paesi black list che figurano nell’elenco stilato dall’Unione Europea e che sono: Panama, Isole Cayman, Palau, Seychelles, Samoa, Samoa americane, Fiji, Guam, Oman, Trinidad e Tobago, Vanuatu e Isole Vergini americane.

Maggiori controlli sulle attività delle società

Ma le raccomandazioni della Ue, atte a uniformare il comportamento di tutti gli Stati membri, non si fermano qui. Vestager chiede espressamente che vengano escluse dagli aiuti pubblici anche le imprese che, pur non intrattenendo rapporti con i paradisi fiscali di cui sopra, siano state condannate per reati gravi (mafia, corruzione, terrorismo, riciclaggio, lavoro minorile) o in violazione degli obblighi relativi al pagamento di imposte o contributi previdenziali.

In altre parole, dovranno essere aiutate solo le società che sono realmente in difficoltà e che adempiano correttamente gli obblighi tributari nel Paese in cui risiedono o hanno il centro delle loro attività. Al fine di semplificare le procedure e facilitare l’accesso al sostegno finanziario, gli Stati membri potrebbero accettare le autocertificazioni dei richiedenti come prova della loro piena conformità ai requisiti per ricevere il sostegno finanziario. Tale processo dovrebbe essere integrato da revisioni/controlli rafforzati in una fase successiva, facendo pieno uso degli strumenti disponibili per mitigare il rischio che l’impresa non sia conforme: come le relazioni paese per paese, lo scambio automatico di informazioni sui conti finanziari, lo scambio di informazioni su richiesta o l’accesso alle informazioni sui titolari effettivi.

I paradisi fiscali in Europa

Raccomandazioni che però lasciano il tempo che trovano. Secondo Alberto Rustichelli, presidente dell’Autorità di vigilanza sul mercato, è inutile cercare di combattere l’elusione fiscale delle società europee che hanno legami con i Paesi black list quando il problema ce l’abbiamo in casa. In Europa ci sono Stati come Olanda, Lussemburgo, Irlanda a fiscalità privilegiata ed è noto che le multinazionali hanno già trasferito da tempo i loro quartieri generali finanziari in questi Paesi dove si pagano meno tasse sugli utili. “Così non si può più andare avanti” – dice Rustichelli – “sono anni che lo si dice e ancora nulla è stato fatto per sanare queste profonde disparità e ingiustizie all’interno di una Unione che appare sempre più disomogenea a livello fiscale al suo interno”. E l’Unione Europea che fa? Raccomanda di non concedere aiuti pubblici a chi intrattiene rapporti finanziari con Paesi off shore che stanno dall’altra parte del mondo, ormai dimenticati da tutti e non più convenienti come un tempo per eludere il fisco. “L’attuale quadro normativo dell’Unione europea  – fa notare Rustichelli – determina una disparità di condizioni concorrenziali nel mercato tra Stati membri e operatori, in quanto, da un lato, favorisce il dumping fiscale e contributivo tra Paesi e, dall’altro, è inadeguato a garantire una tassazione efficace ed equa dell’economia digitale”.

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