Riforma Opzione Donna: altro pasticcio all’italiana, cosa potrebbe cambiare dal 2023

Opzione Donna rischia di diventare l’ennesimo pasticcio all’italiana in fatto di pensioni. Ancora non si sa come potrebbe cambiare dal 2023.

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“Quer pasticciaccio brutto de Montecitorio” – parafrasando il ben più famoso film possiamo dire che con il tema pensioni, soprattutto con quelle rosa, le cose per il nuovo Governo in carica sembrano ingarbugliarsi sempre di più.

La proroga di Opzione Donna per il 2023 è, infatti, ancora tutta da definire. Le ipotesi di riforma si susseguono e il tempo stringe col rischio di combinare l’ennesimo pasticcio all’italiana in tema di pensioni. Del resto non ne abbiamo azzeccata una giusta negli ultimi 30 anni e questa non sarà l’ultima. Segno evidente che non sappiamo gestire le emergenze e non siamo per nulla previdenti.

Il governo, d’altro canto, ha tracciato la strada per prorogare Opzione Donna al 2023, stante il poco tempo a disposizione per inserirla nella legge di bilancio. Cioè quella di prorogare la misura per altri 12 mesi, ma innalzando il requisito anagrafico di due anni. Portandolo a 60 anni, a eccezione delle lavoratrici con figli che possono beneficiare di uno sconto fino a 2 anni.

Opzione Donna, perché dà fastidio

Non c’è nemmeno da meravigliarsi. La direzione è quella già individuata dagli esperti di previdenza, non ultimo dal presidente di Itinerari Previdenziali Massimo Brambilla che già lo scorso anno aveva dichiarato che andare in pensione a 58 anni era una misura diventata troppo generosa per le donne. Soprattutto per via dell’aumento dell’aspettativa di vita.

Anche Bruxelles aveva avvertito l’ex premier Mario Draghi di dare un taglio secco alle pensioni anticipate che in Italia abbassano di un paio di anni l’età media della pensione rispetto a quella europea e Ocse (64 anni). Poi, come noto, si fece passare la fine di Quota 100 come un taglio alle pensioni e Opzione Donna rimase ancora in vita senza modifiche.

Ma adesso le cose sono cambiate. Quota 100 non c’è più e i poteri finanziari premono per una soppressione tout court di Opzione Donna. D’altra parte non esiste in Europa una misura simile. Questione di soldi, di bilanci, di ricatti e compromessi di cui non si parla. Si parla invece dei diritti delle lavoratrici, tirati in ballo dai media in questi giorni, ma che non c’entrano nulla.

Le nuove restrizioni

La verità è che il governo non potendo segare di punto in bianco Opzione Donna, sta cercando di strozzarla introducendo pesanti restrizioni. Come quelle legate al possesso di particolari requisiti sociali. E cioè

  • essere caregiver, ovvero chi assiste un coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap;
  • avere una invalidità uguale o superiore al 74%;
  • essere stata licenziata o lavorare per un’impresa per la quale è attivo un tavolo di crisi.

Misure complessivamente stringenti che impedirebbero di fatto dal 2023 a migliaia di lavoratrici in possesso di requisiti anagrafici e contributivi di andare in pensione anticipata.

Appeal in crescita per l’uscita anticipata

Ma perché si sta cercando di limitare, se non sopprimere, l’accesso a Opzione Donna? La questione dei diritti della lavoratrici o dei dubbi costituzionali legati alla nuova proposta di Governo – come detto – lascia il tempo che trova. La verità, secondo gli esperti, è un’altra. Sono i costi.

Opzione Donna comincia a costare troppo. Non tanto per la giovane età di uscita dal lavoro, quanto perché più passa il tempo e meno conveniente diventa per lo Stato pagare questo tipo di prestazioni. La penalizzazione sul calcolo della rendita tende, infatti, a diminuire col passare degli anni per le lavoratrici. I contributi da migrare nel sistema contributivo sono in calo per la generalità delle aventi diritto. Per contro, tende ad aumentare il costo delle pensioni per l’Inps.

Se 10 anni fa questa misura rendeva particolarmente sconveniente andare in pensione anticipata per via del calcolo della pensione col sistema contributivo puro rispetto a quello misto, oggi non è più così.

Volendo fare un esempio pratico, una lavoratrice che va in pensione nel 2023 con Opzione Donna, con 35 anni di contributi e 58 di età, migrerà 8 anni di contributi dal sistema retributivo a quello contributivo. La stessa lavoratrice, cinque anni fa, ne avrebbe migrati 13, quindi avrebbe subito una penalizzazione maggiore.

Di fatto questo meccanismo ha sempre reso sconveniente in passato la scelta di Opzione Donna per andare in pensione. Tant’è che i numeri in crescita oggi lo dimostrano.

Quel pasticciaccio all’italiana su Opzione Donna

Considerate le opposizioni dei sindacati e delle lavoratrici alla proposta Meloni, il Parlamento sta cercando ora un compromesso per mantenere Opzione Donna e allo stesso tempo stringerne il bacino d’utenza. Fra le varie ipotesi c’è quella di lasciarla così com’è per 6-8 mesi, in attesa di una più ampia riforma pensioni (che difficilmente si farà).

Ma anche quella di non penalizzare le lavoratrici senza figli perché si verrebbe a creare una disparità di trattamento. Cosa peraltro tutta da dimostrare, visto che per Ape Sociale e le pensioni di vecchiaia esistono da anni sconti sui requisiti anagrafici per le lavoratrici con figli.

Circola anche l’idea di alzare il requisito contributivo da abbinare a quello anagrafico in senso flessibile. 60 anni + 35 di contributi, 59 + 36 o 58 + 35, purchè la somma resti quota 93. Ma c’è chi si oppone perché si verrebbero a creare delle differenze di trattamento e penalizzazioni all’interno della categoria.

Insomma, un bel pasticcio all’italiana, come ben sappiamo confezionare nelle fasi di emergenza. Salvo poi accorgerci di aver commesso l’ennesimo errore al quale si rimedierà con soluzioni tampone e improvvisazioni.

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