Opzione Donna anche nel 2022 ma a 60 anni: resterebbe la penalizzazione sull’assegno?

Dietrofront del governo su Opzione Donna che sarà riconfermata anche per il 2022. L’età, però, potrebbe salire a 60 anni.

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Pensione a 67 anni per le donne sotto i 60: costrette a lavorare cinque anni in più?

Il governo fa dietrofront su Opzione Donna. Dopo aver annunciato la sua decadenza naturale con la fine dell’anno, in un recente incontro coi sindacati ha confermato la proroga per il 2022.

Evidentemente il messaggio iniziale era indirizzato a Bruxelles e all’Ocse che chiedono da sempre l’abolizione delle pensioni anticipate. E in questo senso quota 100, la riforma più discussa degli ultimi tre anni, sparirà.

Opzione donna si va verso la proroga nel 2022

Opzione donna, si sa è penalizzante, ma è piaciuta a molte lavoratrici. Chi ha scelto di lasciare il lavoro al compimento di 58 anni (59 per le lavoratrici autonome) con almeno 35 anni di contributi, non si è pentito.

Per una donna, oltre al lavoro, vi sono tante altre incombenze e lavoretti domestici che, pur non essendo remunerati, sono a tutti gli effetti un secondo lavoro. Il governo ha quindi intenzione di mantenere aperto questo canale di pensionamento per tutelare maggiormente le lavoratrici con l’accesso alla pensione anticipata.

Tuttavia, fa notare Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, è probabile che il requisito anagrafico salga di un paio di anni. Fermo restando quello contributivo a 35 anni, l’età per andare in pensione con Opzione Donna dovrebbe salire a 60 anni (61 per le lavoratrici autonome).

In ossequio anche all’allungamento di due anni dell’età pensionabile prevista da quota 100 che scadrà a dicembre. Si parla infatti di quota 102 che prevede il pensionamento anticipato a 64 anni (anziché 62) con 38 di contributi.

Pensioni meno basse per le donne

Come noto, la liquidazione della pensione con opzione donna implica un calcolo basato solo sul sistema contributivo (più penalizzante rispetto a quello misto). In pratica i contributi versati prima del 1996 nel sistema retributivo vengono migrati al sistema contributivo puro derivandone così una penalizzazione.

Penalizzazione che però tende a ridursi se si va in pensione più tardi. Fermo restando il requisito dei 35 anni di contributi, a 60 anni di età la lavoratrice potrà far valere due anni in più di versamenti nel sistema contributivo e due anni in meno in quello retributivo.

Cosa che implica di per sé un calcolo meno penalizzante poiché saranno meno i contributi ante 1996 che saranno migrati al sistema di calcolo contributivo per la liquidazione della pensione.

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