Mancanza infrastrutture: tassa subdola che pesa sui contribuenti

Un'analisi accurata delle infrastrutture per le quali paghiamo le tasse ma che poi in realtà non abbiamo

di Alessandra De Angelis, pubblicato il
Un'analisi accurata delle infrastrutture per le quali paghiamo le tasse ma che poi in realtà non abbiamo

Per quale motivo paghiamo le tasse? La risposta più automatica è “per ricevere un servizio”. Ma quante tasse paghiamo per i servizi che non riceviamo?

La mancanza di infrastrutture in Italia è un problema molto serio e purtroppo, oltre a disagi di natura pratica, comporta anche spese evitabili con una più oculata amministrazione del denaro.

Gli esempi sotto gli occhi di tutti purtroppo sono innumerevoli: dall’emergenza rifiuti a Napoli alle code sulla Salerno Reggio Calabria o tra Ronco Bilaccio e Barberino del Mugello. Per non parlare di tutti i disagi a livello locale di cui non si parla: black out, strutture pubbliche non terminate e lasciate in malora etc.

I rapporti annuali dell’Osservatorio “I Costi del Non Fare” sono mirati proprio a quantificare gli effetti che i ritardi nella realizzazione delle infrastrutture (o l’abbandono del progetto) hanno nell’aumentare delle tasse. Applicando una metodologia ad hoc, studiata dal team di ricerca di Agici Finanza d’Impresa (e che si rifà parzialmente al Cost Benefit Analysis) , viene periodicamente monitorato lo stadio e lo sviluppo delle infrastrutture in  settori cruciali per l’economia di un Paese, quali l’energia, i rifiuti, la  rete autostradale, le ferrovie etc.

Sulla base dei risultati vengono poi proposte soluzioni mirate ad accelerare lo sviluppo infrastrutturale.

Molti dei risultati di questi studi sono stati anche raccolti in un libro, intitolato emblematicamente “I costi del non fare. La tassa occulta delle infrastrutture”. Da questo punto di vista non si può non considerare che, se realizzare un’infrastruttura ha un costo, non farlo ne ha uno maggiore e più insidioso perché occulto.

Occorre altresì interrogarsi sulle cause di tale inerzia: perché in Italia progetti di palese interesse pubblico restano incompiuti?

Perché si sceglie di non investire e chi paga per questo?

Sicuramente giocano un ruolo importante gli iter burocratici, le procedure autorizzative e la molteplicità di soggetti coinvolti ma addossare tutto il problema a questi fattori sarebbe riduttivo.

Va anche superata una certa intolleranza sociale verso tutto ciò che è cambiamento. Qualsiasi progetto che interviene sul locale trova l’opposizione vuoi di una vuoi di un’altra categoria. Succede perché ognuno guarda esclusivamente ai propri interessi.

Ovviamente non rientrano in questo discorso proteste condivisibili contro interventi che deturpano il paesaggio o simili ma il riferimento è a quella che è stata classificata come la sindrome di Nimby (Not in my backyard).

Pensiamo ai parchi eolici o alle antenne dei cellulari: tutti ne riconoscono l’utilità ma fuori dal proprio territorio. Ovviamente il servizio non deve trasformarsi in un abuso dell’ambiente ed è giusto che vi siano dei limiti ma ci vuole più collaborazione collettiva e meno calcolo individualista. Il costo che questo non fare scarica sui contribuenti non è secondario e, a conferma di ciò, l’argomento ha ricevuto anche considerazione a livello internazionale. E’ quella che in inglese viene chiamata “no action”.

Se ne è occupata l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico tra paesi industrializzati.

Anche l’Unione Europa ha sottolineato il paradosso per cui a volte associazioni ambientaliste impediscono la realizzazione di progetti finalizzati ad una riduzione dei consumi e delle emissioni.

Secondo gli ultimi rapporti annuali il costo del non fare (CNF) ammonterà dal 2005 al 2020 a 200 miliardi di euro.

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Argomenti: Tasse e Tributi